“L’ASCENSORE CHE NON SALE PIÙ” di DARIO DI VICO dal Corriere della Sera dell’8 dicembre 2012

L’abilità di Giuseppe De Rita nel produrre lessico serve a raccontarci meglio l’evoluzione della società italiana e quest’anno ci consegna il termine «smottamento». Il ceto medio che a spanne rappresenta il 60% delle famiglie sta subendo un netto declassamento, retrocede. I suoi redditi si contraggono, la ricchezza posseduta diminuisce, il posto di lavoro salta. Sotto i colpi della crisi la società, dunque, subisce un profondo mutamento. I commercianti abbassano le saracinesche, gli artigiani non ce la fanno a reggere l’urto della recessione e delle tasse, il management intermedio è il primo a pagare le politiche di ristrutturazione aziendale, i piccoli professionisti viaggiano spaesati. Il fenomeno, almeno per una volta, non è unicamente italiano ma attraversa tutti i Paesi sviluppati e lo dimostrano le cronache politiche di questi mesi che ci hanno riportato come sia François Hollande sia Barack Obama abbiano scelto come motivo conduttore delle loro campagne proprio questo tema. Per onestà va aggiunto che da noi è più bassa che altrove la mobilità sociale e il turnover generazionale più difficile. L’ascensore italiano viaggia al contrario e cresce quantitativamente la parte inferiore del ceto medio, ingrossata dalle famiglie straniere e dal vertiginoso incremento del numero dei singoli. La percentuale di connazionali che vive in «tipologie di famiglie non tradizionali» in meno di venti anni è cresciuta dal 7,6 al 17,3%.
Viene facile da pensare che anche da noi, come in Francia e negli Stati Uniti, chi aspiri a vincere le elezioni debba in qualche maniera confrontarsi con l’Agenda del signor Rossi, con le priorità delle classi medie italiane. Speriamo solo che ciò non avvenga spargendo a piene mani la cattiva moneta delle promesse impossibili da mantenere. C’è da auspicare, invece, che sia la politica sia la rappresentanza sociale rivolgendosi al ceto medio «smottato» sappiano coniugare la visione con la responsabilità. Perché tutto sommato la straordinaria vitalità della società italiana può tornare a produrre valore.
Prendiamo le relazioni industriali. Se le parti accettano di chiudere il librone del Novecento e in azienda prevale un clima di collaborazione ne possono scaturire aumenti di produttività, riapertura delle carriere professionali, nuovi istituti della contrattazione. Lo stesso vale per le relazioni tra banca e impresa, dove oggi abbondano l’afasia e il sospetto si può costruire invece un confronto più ricco che renda veramente meritocratica la concessione del credito, governi il ricambio generazionale, accompagni le aggregazioni tra piccole imprese. Sono solo degli esempi, per carità, altri ne andrebbero individuati nel campo dell’istruzione, delle professioni e della pubblica amministrazione perché è essenziale che i soggetti della società sappiano ripensare il proprio ruolo dentro la crisi, si riposizionino. L’analisi, però, non sarebbe completa se non investisse le élite, «gli dei della città» per dirla con De Rita. La distanza con il popolo è cresciuta, la crisi ha favorito le culture oligarchiche, i circuiti chiusi, le solidarietà di casta. Perpetuando questi riti un Paese non è destinato ad andare molto lontano. Forse prima dei taxi dovremmo liberalizzare proprio le élite.
@dariodivico

“L’ASCENSORE CHE NON SALE PIÙ” di DARIO DI VICO dal Corriere della Sera dell’8 dicembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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