“LA NORMALITÀ COSTITUZIONALE” di GIANLUIGI PELLEGRINO da La Repubblica del 6 dicembre 2012

Le dichiarazioni dell’associazione nazionale magi-strati, del vicepresidente del Csm e dello stesso procuratore capo di Palermo, svelano il carattere fuorviante di alcune reazioni alla decisione della Consulta. Che non solo era attesa, ma rimarcando il solco della distinzione tra i poteri voluto dalla Costituzione, definisce, rafforza e insieme responsabilizza sia la funzione dei magistrati, che il ruolo di assoluta garanzia neutrale che ha il capo dello Stato nel nostro ordinamento. A tutela ultima delle nostre libertà, che è la ragione prima per cui abbiamo sin dall’inizio ritenuto fondato il ricorso e sicuramente esistenti norme processuali idonee a garantire la corretta applicazione di quei principi costituzionali essenziali.
Ed infatti i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, non sono solo distinti tra loro ma devono reciprocamente controllarsi. In particolare il controllo della magistratura sul rispetto della legge da parte dell’esecutivo deve essere il più esteso e penetrante, come connotato essenziale di uno Stato di diritto. Il Presidente della Repubblica non è sovraordinato, ma si colloca all’esterno dei tre poteri ed è chiamato dalla Costituzione a sorvegliare che il reciproco controllo e quindi il reciproco equilibrio tra loro, sia il più pieno e completo. Per questo suo ruolo unico di garanzia, le funzioni del Capo dello Stato non sono mai sindacabili da alcuno dei poteri, e rimesse alla sola Corte costituzionale in due eccezionali ipotesi. Per questa medesima ragione sono inviolabili dalla magistratura le sue comunicazioni. Del resto se la legge espressamente esclude le intercettazioni sino a quando è in carica persino se è sospettato di attentato alla Costituzione e quindi a maggior ragione se indagato per reati minori e comuni, allora a fortiori non può essere intercettato se sono terzi ad essere oggetto di indagine.
Tutto questo non crea un privilegio ma un elemento essenziale dell’indipendenza del capo dello Stato. Il che a ben vedere non difende ma rafforza la responsabilità e la delicatezza del ruolo, da esercitarsi sempre nel senso di garantire il massimo reciproco controllo tra i poteri, salvaguardandone la dinamica da qualsivoglia indebita interferenza. E lui stesso puntualmente rispettandone l’autonomia.
Vivremmo in una società meno libera se tutto ciò non fosse scolpito nella Costituzione. Per questo non stupisce affatto che Napolitano da un lato abbia spronato i giudici palermitani alla più intensa ricerca della verità e dall’altro abbia rimesso al giudice naturale dei conflitti la definizione delle prerogative della sua funzione.
Analogo discorso vale per il cosiddetto “diritto di sapere” sul quale pure molto si specula in queste ore.
Ed infatti mentre con riguardo ai soggetti politici dell’ordinamento (parlamentari, premier, segretari di partito, ecc.) i cittadini hanno il pieno diritto di poter verificare la coerenza tra pensiero privato e programmi pubblici, con riguardo al capo dello Stato la conclusione è di segno in qualche modo opposto. Abbiamo il diritto che il suo alto magistero di garanzia non influenzi mai le nostre libere valutazioni e i nostri liberi orientamenti politici. Abbiamo, per dirlo in modo più brutale, il diritto di non conoscere i suoi privati apprezzamenti, dovendo a noi giungere solo la sua funzione di garanzia istituzionale. Sono stati anni bui e per fortuna lontani quelli delle improprie “esternazioni”.
Per tutto questo, la sentenza della Consulta è una pronuncia a tutela ultima delle nostre libertà, quando ribadendo le prerogative del capo dello Stato, necessariamente ne rafforza la responsabilità nell’architettura costituzionale, in ciò inverandosi in modo plastico il dichiarato proposito di Napolitano di porre la questione non per sé, ormai a fine mandato, ma per il futuro costituzionale del paese.
Inutile aggiungere che appariva sostanzialmente improponibile affermare che un architrave così solido sul versante costituzionale dovesse risultare tradito per assenza di una qualche norma procedimentale che ne consentisse l’attuazione. In realtà, come segnalammo già in agosto su queste pagine, appartiene a principi di base che la lettura delle norme sia la più idonea ad attuare il dettato costituzionale soprattutto se posto a tutela dello stesso carattere democratico di uno Stato.

“LA NORMALITÀ COSTITUZIONALE” di GIANLUIGI PELLEGRINO da La Repubblica del 6 dicembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “LA NORMALITÀ COSTITUZIONALE” di GIANLUIGI PELLEGRINO da La Repubblica del 6 dicembre 2012

  1. Paolo Pucci ha detto:

    Un altro guitto che cerca di accennare qualche passo di danza nella stanza della Logica Costituzionale…
    La sostanza resta quel che è: la Consulta ha detto che la Procura di Palermo ha sbagliato nel non chiedere al Gip di distruggere le registrazioni dove compariva la voce di Napolitano, ma non ha detto (ancora) perché. L’accenno all’art. 271 del Cpp non tiene perché è riferito a situazioni nelle quali vige un principio di riservatezza superiore, per quanto discutibile, come il colloquio fra l’avvocato difensore e l’imputato, oppure il confessore e il fedele.
    Non ci resta che pensare la vera ragione per cui le conversazioni non possono essere ascoltate è che sono state tenute in napoletano stretto, per cui ne va dell’immagine del Presidente della Repubblica Italiana.
    Paolo.

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