“Contro la rassegnazione” di Giovanni Taurasi

Ieri ho letto questa lettera, nella rubrica di Repubblica, che mi ha profondamente colpito:

“Avevo il mondo in mano ora è lui a stritolare me”, lettera a Repubblica del 1 dicembre 2012 di A.S.
HO quasi 33 anni, sono sposata, ma non ho ancora avuto il coraggio di mettere al mondo dei figli per la mancanza di stabilità nella mia vita. Mio marito è medico, con rinnovi a sei mesi nella sanità pubblica. Ogni sei mesi viviamo un tuffo al cuore, nel non sapere che fine farà, se il suo ruolo verrà confermato, o se saremo costretti a spostarci ancora. In sei anni, abbiamo cambiato casa e città tre volte. Non riusciamo ad accendere un mutuo, e anche se potessimo, non sapremmo neanche dove comprarla questa casa. A dirla tutta, ci abbiamo rinunciato completamente, ben interpretando il personaggio dei precari anche nella vita privata. I continui cambiamenti di regole, leggi, direttive provocano continui terremoti nella nostra vita. Ormai siamo così sfibrati, da non arrabbiarci neanche più. Ci domandiamo solo dove saremo domani, e se avremo ancora il lusso di concederci un tetto in affitto sulla testa, e se potremo un giorno anche solo agognare una vita stabile, semplice. Anche io lavoro, sono una “partita Iva”. Quando mi sono laureata, dieci anni fa, sentivo di avere il mondo in mano. Oggi è il mondo che stritola me. La cosa che fa più rabbia è il fatto che ci si senta una bandiera al vento, una pedina per giocatori gretti, che impongono regole lontane dalla realtà di tutti i giorni. Il precariato si può sostenere per uno, due anni al massimo, poi segue la frustrazione. Questa società mi ha rubato i sogni e gli anni più belli, e io l’ho accettato prima con incredulità – pensando che fosse un rito di passaggio – e poi con rassegnazione, imparando a non desiderare. Mi sono trovata a paragonarmi a mia nonna (classe 1906), e non a mia madre, per non dover sopportare il senso d’ingiustizia.

BattagliadiCortile Nel pomeriggio avevo rievocato – nel corso di un’iniziativa celebrativa – una battaglia partigiana di 68 anni fa. Ricordando quella vicenda, mi sono reso conto di quanto quelle storie che riguardavano giovani coetanei – quella dell’autrice della lettera e quella dei protagonisti di quella battaglia – non fossero così diverse.
La prima preoccupazione della politica oggi dovrebbe essere la generazione perduta di quei giovani, come l’autrice della lettera, che oggi non lavorano, e quando lavorano sono in precarissime condizioni, non studiano o non sono in un percorso formativo. Un terzo dei giovani è in questa condizione, la cosiddetta generazione né-né (o NEET: Not in Education, Employment or Training). I dati più recenti ci dicono che abbiamo una disoccupazione record di quasi 3 milioni di italiani. A ottobre il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è salito al valore impressionante di 36,5%. Dati da scenario bellico.
Uno scenario per certi versi simile o analogo a quello che avevano di fronte i giovani della generazione rievocata nella celebrazione della Resistenza.
A noi, alle generazioni nate e cresciute nel lungo dopoguerra, ci hanno sempre detto che siamo fortunati, perché non abbiamo mai conosciuto la guerra.
È verissimo, ma questo tempo, per i giovani di oggi, può diventare anche più difficile da capire e affrontare di un periodo di guerra, perché in guerra il nemico lo sai chi è. Puoi decidere da che parte stare. Schierarti. Combatterlo.
Ma oggi, il nemico qual è? La natura che si scatena coi terremoti, le alluvioni, le trombe d’aria? L’economia che provoca la crisi? L’inquietudine delle persone che generano rancore e odio?
Come la combatti la natura? Come la combatti l’economia? Come la combatti l’inquietudine? Sono nemici invisibili e indefinibili (da qui nasce anche il profondo sentimento di antipolitica, ritenuta la principale responsabile della situazione). Non esistono armi per combattere un nemico sconosciuto.
E allora capisci che le armi vere di quella generazione di pezzenti che liberò il nostro Paese, in fondo non erano gli Sten che imbracciavano o le pistole che maneggiavano, ma i valori e la speranza che alimentava la loro lotta e che li spinse a mettere a rischio la loro vita, e a volte a sacrificarla, per la libertà.
E comprendi che nella storia dei giovani della Resistenza ci sono molti degli ingredienti e dei valori di cui avremmo bisogno oggi per affrontare le sfide che abbiamo di fronte, ovvero un’idea forte di democrazia, solidarietà, libertà, partecipazione, moralità, europeismo, comunità.
La vera arma vincente dei partigiani fu la speranza di futuro.
E il vero nemico da combattere fu la rassegnazione. La rassegnazione al fascismo, all’occupante tedesco, all’idea che la guerra potesse non finire mai e che non fosse possibile costruire un futuro di pace e sviluppo. Era quella rassegnazione che si doveva combattere prima ancora di trovare il coraggio per imbracciare un fucile. Ed è quella rassegnazione che è stata sconfitta e vinta dalla Resistenza.
Oggi deve essere sconfitta la rassegnazione che sta colpendo l’autrice della lettera e milioni di giovani che si sentono stritolati come lei dal mondo.
Come diceva Winston Churchill, “Più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere”.
Il futuro passa anche di lì. In una storia di 68 anni fa. E a volte le risposte per il futuro vanno cercate anche nel passato.
GT

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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8 risposte a “Contro la rassegnazione” di Giovanni Taurasi

  1. Danielle ha detto:

    è perfetto! descrive purtroppo molto bene la situazione in Italia che è peggiore che negli altri paesi del centro e Nord Europa. Le mie due figlie (con laurea in medicina conseguite in Italia) sono andate via (una a Lausanne CH e l’altra a Muenchen in Germania). poi …specialità varie, formazioni varie, figli ! Insomma una vita in costruzione!! Mi dicono che la grossa differenza che notano con i loro amici rimasti in Italia è la loro mancanza di progetti. Mi viene tanta tristezza!

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  2. toratora ha detto:

    Che tu le risposte le cerchi nel passato lo si e’ capito dal fatto che hai scelto Bersani… e cosi’ facendo hai negato a quei due ragazzi una nuova classe dirigente che li potesse veramente rappresentare!

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    • QuintoStato ha detto:

      Da Bersani arriverà molto più rinnovamento di quanto tu creda. Vedrai! Per il resto, parafrasando, “è la democrazia bellezza, e tu non puoi farci niente”.

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      • Danielle ha detto:

        ancora un’altra volta sono d’accordo con Quinto Stato! In effetti, vedo in modo chiaro un rinnovamento ….. che verrà rafforzato in Europa con la SPD e con il PS francese! Ecco: costruire una buona socialdemocrazia! Per me, è l’unica soluzione per governare i popoli con giustizia ed equità!

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    • adriano ha detto:

      Tortora, questa potevi davvero risparmiartela.
      Partecipare con passione ad una competizione elettorale è un bene.
      Arrivare alle tue conclusioni è un misto di patetico e di fastidioso: le correnti non servono! Per cambiare ci vogliono forza e idee.
      Per la forza dobbiamo essere in molti, meglio ancora se ci siamo tutti!
      Stavolta la maggioranza ha scelto Bersani!
      Ho scritto Bersani, non berlusconi!!!!
      Non farti sfuggire l’impercettibile differenza.

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  3. Mario ha detto:

    Anch’io come la signora Danielle ho 2 figli laureati (il primo a Pisa il secondo a Napoli ). Il primo dopo la laurea è stato assunto a Firenze; è scappato dopo due anni a Zurigo dove lavora con grande impegno e soddisfazione.
    Il secondo Sognatore, romantico/sentimentale , attende di essere spinto o invogliato a fare altrettanto ( pena l’attesa di qualche sistemazione come collaboratore di un qualsiasi raccomandato dal sistema per chissà quanto tempo).

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  5. Antonio Casarini ha detto:

    Si e tutto vero, ma per ritrovare quella speranza di programmazione di vita, per progettare una vita servono atti concreti che vanno a ripulire cio che e marciescente, serve stornare tutte le rendite parassitarie che frenano l’impiego di giovani menti, serve una struttura piu agile e a costi accettabi, serve che nel rispetto democratico non si replichi lo schema parlamentare centrale ad ogni struttura amministrativa intermedia. Abbiamo un grosso problema insieme al dovere di dare certezze sul cambiamento e ricostruire la speranza, ed e costruire una struttura piu vicina al territorio come in costituzione viene ricordato, ed il compito di dare fiducia cambiando l’amministrazione e la gestione del territorio.

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