“Il partito ritrovato” di PIERO IGNAZI da La Repubblica del 30 novembre 2012

C’È SEMPRE tempo a farsi del male, e sappiamo quanto la sinistra sia brava in questo. Eppure, nonostante il salire della tensione, le condizioni per un salto di qualità del Pd ci sono (quasi)
tutte.
Per la prima volta dall’autunno 2007 — data di nascita del Pd — il partito è ritornato al centro della scena politica. Allora, nel giro di poche settimane, il “predellino” di Berlusconi gli rubò i riflettori e catalizzò di nuovo su di sé tutta l’attenzione mediatica. Ora, il Cavalier Tentenna, che si presenti oppure no, non cale. Sul mercato elettorale Berlusconi non vale un Grillo. La fiducia degli italiani nel Cavaliere è scesa al 14% e anche tra gli elettori del centrodestra arriva appena al 35% (dati Swg).
Del vuoto che si crea a destra ne dovrebbe approfittare la galassia centrista. Ma,
en attendat
Monti all’infinito, questa opzione non prende corpo e rischia di annullarsi in uno scontro tra personalismi. L’unica presenza solida e corposa in campo rimane il Pd. Il suo atout sta nella “sicurezza” che, in tempi di crisi, offre un partito dai nervi saldi. La sfida di Matteo Renzi poteva essere distruttiva e c’è voluta tutta la pazienza e la tenacia di Bersani per disinnescarla. Ma non è detto che basti, viste le polemiche sulla registrazione dei nuovi votanti per il ballottaggio di domenica. Nel confronto di mercoledì sera il segretario ha smussato le sortite di Renzi offrendo una immagine di forza tranquilla. Bersani ha offerto sicurezza, un bene molto prezioso in questa fase di ansia verso il futuro. Un bene che la destra non può garantire viste le giravolte di Berlusconi e le faide interne leghiste. Un bene che il giovane Renzi non può, anagraficamente, incarnare.
Detto questo, sulla paura non si costruisce il futuro. Alla rassicurazione va affiancata la prospettiva di un tempo nuovo. Proprio quanto il sindaco di Firenze, invece, offre
ad abundantiam.
Grazie a questa complementarietà tra i due sfidanti, il Pd è nelle condizioni migliori per aggregare sotto le sue bandiere un elettorato ben più ampio di quello che ha storicamente raccolto. E non soltanto se vince Renzi, come afferma per ovvia e comprensibile propaganda il suo staff. Il Pd sfonda se coniuga le due immagini che ha proiettato in questi ultimi mesi, quella dello zio saggio e del nipote brillante.
Entrando più nel merito, sindaco e segretario interpretano due anime che attraversano i partiti socialdemocratici europei (e lasciamo perdere le ubbie se il Pd debba o no essere definito socialdemocratico: ma vogliamo essere il solo paese europeo senza un partito di orientamento socialista?). In Europa i partiti della sinistra si sono arricchiti di questa tensione interna tra ispirazioni liberal-riformiste e ispirazioni tradizionalmente pro-
labour,
anche se non sempre è stato facile farle convivere (si pensi al conflitto tra Oskar Lafontaine e Gerhard Schröder dalla Spd tedesca). Anche il Pd ha trovato interpreti credibili delle due anime.
Condizione indispensabile affinché il Pd tragga giovamento dal movimento creato attorno al partito dal sindaco di Firenze e dalla sua inedita capacità di attrazione verso un elettorato moderato, è la ridefinizione in tempi rapidi degli assetti interni. La classe dirigente – e il segretario in primis – non possono far finta che Renzi non abbia raccolto più di un milione di consensi. Il passo conseguente consiste nell’aprire le porte del partito adottando primarie, o altre forme di consultazione vincolante della base, per la composizione delle liste alle prossime elezioni. La direzione del partito può mantenere una piccola quota di posti da attribuire a sua discrezione (come è prassi in tutti i partiti europei), ma il resto deve essere affidato alle scelte degli iscritti o degli elettori. Il secondo passo, altrettanto urgente e necessario, consiste nell’indizione di un congresso. Se i sostenitori di Renzi (e lo stesso sindaco) sono veramente intenzionati a influire sulla politica del partito e non hanno intenzione di rompere, come la forzatura sul voto al ballottaggio sembra invece suggerire, devono passare attraverso il partito, vale a dire combattere una battaglia interna per la conquista delle cariche. Sulle ali di questa mobilitazione arriveranno certamente al vertice facce nuove, dell’una e dell’altra parte, entrambe slegate dalle vecchie fedeltà ai vecchi schieramenti.
In pochi mesi il Pd ha l’opportunità di cambiare volto a sé stesso e alla politica italiana. Lo sbandamento della destra, l’irresolutezza dei centristi e l’aria fresca di Renzi offrono una chance irripetibile sia per un nuovo, vero Partito democratico, che per innescare un ciclo elettorale positivo di lunga durata. Ma la pulsione autodistruttiva è dura a morire.

“Il partito ritrovato” di PIERO IGNAZI da La Repubblica del 30 novembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Il partito ritrovato” di PIERO IGNAZI da La Repubblica del 30 novembre 2012

  1. stefano ha detto:

    Trovo intelligente quanto scritto da Ignazi, anche se non condivido tutto. In particolare, io vedo che la divisione tra Renzi e Bersani ripropone, all’interno dello stesso partito, le differenze esistenti tra Margherita e DS prima dello scioglimento e la successiva fusione. Del resto i primi erano il CENTRO, del centro -sinistra. L’unione dei due gruppi voleva essere, nel progetto, il SUPERAMENTO di questa divisione tra anima socialista e quella Liberal.democratica , che in realtà NON c’è stata. Come nel PDL Forza Italia e AN sono rimasti gruppi distinti, così è accaduto nel PD. L’astio che più spesso si vede tra i rappresentanti dei due gruppi va oltre la normale competizione tra forze che si disputano la vittoria. Qui non c’è una sola anima, con sensibilità diverse, ma proprio una diversa visione della società su punti nevralgici : Lavoro, Tasse, Scuola. Con Bersani più teso alla conservazione, nella convinzione (assolutamente legittima) che le vecchie ricette, applicate con serietà, onestà, rigore, funzioneranno , e Renzi che pensa che bisogna proprio cambiare i vecchi schemi. Sono d’accordo con Ignazi che se queste due anime si avvicinassero, trovassero una buona sintesi, il PD sarebbe formazione che raccoglierebbe oggi, nel disastro del centro destra, un consenso ben maggiore del 30% attribuitogli dai sondaggi. Ma questo non è dato vederlo e allora a Renzi forse conviene cogliere l’occasione per staccarsi da un PD socialista e creare una casa di vero centrosinistra, Liberal, dove confluirebbero gli elettori della MArgherita di ieri e tantissimi moderati e liberali senza tetto di oggi. Scommettiamo che sarebbero più dei votanti del PD residuo ?

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