“Lettera aperta a chi oggi va in Piazza” di BEPPE SEVERGNINI dal Corriere della Sera del 24 novembre 2012

I tre errori della protesta violenta

Sia chiaro. Se mai usciremo da questo pantano, sarà per merito dei nostri ragazzi. La generazione dei nostri genitori, nata nella prima metà del XX secolo, ha ricostruito l’Italia. La nostra — i numerosi, loquaci, egocentrici figli del boom, nati tra il 1945 e il 1965 — l’ha arredata in modo da starci comoda. Ma la fattura, adesso, è in mano ai nostri figli e nipoti, sotto forma di debito pubblico (prossimo alla soglia siderale di duemila miliardi), e non solo.Non è l’apologia astuta di una nuova generazione. È un incoraggiamento per chi non ha colpe. Non ha colpe e, diciamolo, ha ragione di protestare. Un ragazzo di vent’anni non ha avuto né il tempo né il modo di combinare i disastri che vediamo. Ma non deve protestare in modo violento, quindi sbagliato. Sbagliato tre volte. Perché pericoloso. Perché inutile. Perché controproducente.
Perché controproducente? Perché i coccodrilli italiani, acquattati dentro la solita melma, non aspettano altro. Una scusa, un’occasione per dire che non serve cambiare. Un pretesto per ripetere che le carenze nazionali — dal parlamento alle Regioni, dagli appalti ai servizi pubblici — sono le inevitabili imperfezioni di una società vitale. Non è vero: i ragazzi sanno distinguere tra fisiologia e patologia, anche se non studiano medicina. Perché inutile? Perché con la violenza, in democrazia, non si risolve nulla e si complica tutto. Se chi pensa d’aver subito un torto prende un bastone, torniamo all’età della pietra. Eppure è su questo sillogismo — «sto male, quindi spacco tutto» — che si regge parte della protesta. Una strada, una ferrovia, una riforma, un finanziamento mancato: se accettassimo l’idea che il dissenso giustifica la violenza, buonanotte Italia.
Perché pericoloso? Perché ci siamo già passati, negli anni Settanta. S’è cominciato a tollerare le minacce in assemblea e a giustificare caschi e spranghe in corteo; si è finiti ad asciugare il sangue per strada. Un pessimo momento economico, una politica distante, una classe dirigente insensibile, una nuova generazione prima illusa e poi frustrata: gli elementi ci sono tutti, oggi come ieri.
Questi discorsi non piacciono ai professionisti della catastrofe. I loro partiti, i loro giornali e i loro siti vivono di allarmismo cupo. Eccitare i giovani alla violenza — o giustificarla, fa lo stesso — è gravissimo. Dopo una trasmissione televisiva ho parlato con Iacopo, 24 anni, bergamasco, studente di medicina a Parma: ho rivisto lo sguardo e ho risentito gli slogan che hanno messo nei guai tanti giovani connazionali, trent’anni fa. Nelle università, nelle scuole, sui treni e nei bar ho discusso con moltissimi altri ragazzi, quest’anno. La maggioranza ha buon senso, ma rischia di essere scavalcata e derisa, come le vicende di piazza ogni volta dimostrano. Mi ha colpito l’incontro con una giovane leader studentesca romana, che chiamerò Lucia, per non metterla in difficoltà. Raccontava la frustrazione di trovarsi schiacciata tra un mondo di adulti ipocriti e di coetanei aggressivi, in cerca di titoli e servizi nei telegiornali. Se non aiutiamo ragazze e ragazzi come lei, stiamo scrivendo la ricetta della tragedia che verrà.
Aiutare vuol dire: non tollerare la violenza, mai. Ma semplificare l’ingresso nel mondo del lavoro, aumentare le risorse all’istruzione e alla ricerca, coinvolgere una nuova generazione in ogni decisione. Mai sprecare una buona crisi. In momenti come questi bisogna investire; non quando tutto va bene. Quello che vediamo — il lavoro latitante, la politica ingorda, le istituzioni rituali e goffe — non è bello e non è giusto. I nuovi italiani, ripeto, hanno motivo di lamentarsi. Ma imparino a distinguere: alcuni adulti sono interessati solo a proteggersi («diritti acquisiti» è un’espressione da mettere fuori legge). Ma altri — perché hanno figli, un cuore, una coscienza — hanno capito. E sono pronti ad aiutare. Chiamatelo egoismo lungimirante, se volete.
Ivano Fossati ha cantato «la fortuna di vivere adesso questo tempo sbandato». Un’affermazione poetica e paradossale, ma corretta. Non sono infatti le difficoltà ad affondare le generazioni, gli imperi, le società, le famiglie. Sono invece i vizi, l’arroganza, la sufficienza, la falsità. Non è un’attenuante per noi. Ma potrebbe essere una piccola consolazione per i nostri ragazzi. Quelli che rifaranno l’Italia, se non si lasciano ingannare dai violenti tra loro e dagli irresponsabili tra noi.

Lettera aperta a chi oggi va in Piazza” di BEPPE SEVERGNINI dal Corriere della Sera del 24 novembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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2 risposte a “Lettera aperta a chi oggi va in Piazza” di BEPPE SEVERGNINI dal Corriere della Sera del 24 novembre 2012

  1. paolo ha detto:

    Si anche io intendo far parte degli egoisti lungimiranti ,ho figli e nipoti ma, vado ancora in piazza, non violenza e va benissimo , prendersele e finire in carcere o nei commissariati per ore senza che nessuno ti dica niente .essere lasciati all’aperto in piedi per ore e ore ,con un solo tramezzino donato distrattamente e da dividere in 2 , essere rimandato a casa con l’ccusa falsa di furto e residtenza a pubblico ufficiale.Anche questo no!.
    Leggo di sangue da asciugare per strada , ricordo ma mi viene in mente un’altra visione una frase scritta con il sangue sul pavimento/muro della Diaz a Genova : “Non lavate questo sangue” , ecco nell’articolo di Severgnini manca la violenza dei giovani delle forze dell’ordine , perchè? Forse che anche i fatti di Roma e di altri decine e centinaia di strade ,dove ci sono persone che manifestano , dove ci sono ragazzi giovanissimi che per laprima volta partecipano e non stanno a guardare con indifferenza , non sono violenza ,.
    violenza di Stato , della peggiore e colpevole visto il discorso dell’identificazione che viene rifiutato ciecamente.
    Chiarisco per chi non volesse intendere ,non giustifico la violenza in risposta a quella della polizia ,carabinieri ,digos in borghese e altri , mi piacerebbe solo capire perchè tutto ciò non viene detto,eppure i giovani sanno anche questo e sanno distinguere e capire .
    Quanto ai diritti acquisiti quelli giusti e unversali vanno difesi non possono essere negoziati, o ,addirittura messi”fuorilegge”
    Difesi per i figli e nipoti che stanno a cuore ,vedi fra gli altri il recente accordo separato sulla produttività che fa carta straccia del CNL e instaura la legge di Marchionne sul mondo del lavoro e sui giovani.

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  2. In quanto non più così giovane e non più bischero,me lo domando pure io,ogni giorno:”MA CHE SENSO HA DI ANDARSI A TROVARE UN LAVORO,QUANDO CI TOCCA DI DOVER SOPRAVVIVERE,ALLE “AMENITà” CHE I NOSTRI PREDECESSORI CI HANNO LASCIATO Lì E CI OBBLIGHERANNO SEMPRE AD INGOZZARE…PER TUTTA LA VITA?? PREMESSO CHE DI QUESTI DISASTRI,NOI,NON NE SIAMO NEMMENO RESPONSABILI!ALLORA TOCCHERà A TUTTI DI RIMBOCCARSI LE MANICHE,PER RIUSCIRE A TROVARE SOLUZIONI UN Pò PIù OVVIE PER LA COMUNITA’ DELLA SOCIETà CONTEMPORANEA!

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