“La Pietà in carcere” di ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 21 novembre 2012

CI SONO giorni segnati da un destino. Ieri il Consiglio comunale milanese ha preso la decisione di trasferire la Pietà Rondanini nella rotonda del carcere di San Vittore. Ieri è stato arrestato per concussione e violenze sessuali il cappellano del carcere di San Vittore. Un doppio movimento, uno che va verso il carcere, uno che ne è respinto. Nelle sculture di Michelangelo, specialmente dove è più forte il non finito, è un doppio movimento a farsi sentire: la figura vuole uscire dal blocco di marmo – sprigionarsene, divincolarsene – e rientrarvi, esserne riassorbita. Qualcuno ha storto il naso di fronte alla decisione del trasloco dal Castello Sforzesco a una galera, e si è spinto fino a immaginare che “Michelangelo si rivolta nella sua tomba”. Idea indebita, perché all’autore dei Prigioni fiorentini e di questa estrema Pietà che evade dalla pietra e si rifà pietra, una rotonda di carcere sovraffollato si addice come il più solenne dei templi. Il cappellano di San Vittore avrebbe dunque detto messa ai piedi di quel monumento sublime: gran premio a una scelta umile. Non è stato alla sua altezza, e nemmeno all’altezza propria, di quella dedizione
al suo prossimo incarcerato che dichiarava, e magari con una sua storta convinzione. Avrà bisogno di una difficile pietà anche lui. Ma la cattiva notizia che viene da San Vittore non basta a guastare la bella notizia che vi arriva. La differenza la farà uno scopino di San Vittore. Si chiama così, il detenuto che spazza il pavimento. Sarà sera, le celle saranno chiuse, ci sarà lui con la sua ramazza e un agente col suo mazzo di chiavi. Guarderanno quel figlio macilento e slogato che scivola giù dall’abbraccio della madre e sembra intanto tornarle in grembo. L’assessore che ha avuto l’idea era mosso da un’ambizione pubblicitaria? Ma la Pietà rimessa al centro dell’attenzione rimetterà al centro anche la galera: che in tanti avrebbero voluto sloggiare in qualche ultima periferia, per liberarne il cuore della città e farci su qualche affare. Qualcuno si offenderà per quel privilegio impensabile, il più commovente Michelangelo per il posto più infame: hanno la tv, e ora anche la Pietà, i 1.600 ammucchiati nello spazio da 500! Ma lo scopino e l’agente delle chiavi staranno lì, all’ora di chiusura, a guardare, ciascuno coi suoi pensieri. Poi se ne andranno a dormire, uno nel suo pezzo di cella e l’altro nella sua branda di caserma, e si addormenteranno con la compagnia che sanno loro.

“La Pietà in carcere” di ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 21 novembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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3 risposte a “La Pietà in carcere” di ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 21 novembre 2012

  1. Serena D'Arbela ha detto:

    Certo quella presenza scultorea e drammatica è un messaggio allusivo e significativo ma i carcerati hanno soprattutto biosgno di fatti di un cambiamento di indirizzo della politica da vendicativa e senza speranza a riabilitante.

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  2. ric ha detto:

    grazie sofri di regalarci ancora la tua poesia

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  3. paolo ha detto:

    Soltanto chi conosce la vita dall’interno dell’istituzione carceraria può dare un signoficato alto e non compassionevole a queste parole ,che giustamente vengono ricevute come un dono poetico .
    Forse i “dannati della terra “non la vedranno così , ma è molto umano e dice più della gusta indignazione che ognuno di noi deve sentire verso il cappellano e/o qualunque carceriere aguzzino e profittatore.
    Per le condizioni di vita, per le opportunità mancate , il clima ipocrita di chi senza mai dichiararlo ,anzi negandolo, in effetti butta la chiave dopo aver chiuso dentro le celle persone che devono “pagare” quello per cui sono state condannate , e , persone che sono in attesa di processo.,persone che saranno dichiarate innocenti
    Io però non mi sento di avere pietà per il cappellano , non gli auguro niente di male , ma non sono disposto a pietà ,preferisco giustizia , la pietà come il perdono sono sentimenti particolari che (almeno per me) stanno nella sfera del privato non pubblico
    Grazie Sofri

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