“La banalità del terrore. Vivere sotto le bombe che cadono ogni giorno” di Elena Loewenthal da La Stampa del 16 novembre 2012

Più o meno è così. Da oltre il confine, potrebbe essere il Colle del Monginevro o la lacustre Chiasso o Mentone in riviera, sparano dei razzi. Quattro, cinque, anche più al giorno. I razzi hanno una gittata limitata. Forse. Arrivano a Chiomonte, Bussoleno. Oppure a Como, a Monza. Danneggiano case e lungomare di Ventimiglia, si vedono distintamente da Imperia. Qualcuno punta più in là, arriva fino all’hinterland milanese. Oppure Susa, dove la valle si apre verso la Pianura Padana, le città. O Savona, Sanremo. Lo stillicidio, che a volte ha proprio l’aspetto di un bombardamento, va avanti per mesi. Di fatto, con qualche interruzione, per anni e anni. I missili fanno ormai parte di una quotidianità sbalestrata per tutti gli abitanti della Valle di Susa, per la popolosa Brianza. Ovviamente il turismo è scomparso da quel tratto di Liguria dove i fuochi d’artificio sono all’ordine del giorno. Ma l’abitudine non significa rassegnazione, significa piuttosto una rabbia e una paura costanti. La convinzione che non si può andare avanti così.
Nel Sud d’Israele questa è la vita. Né più né meno. Beer Sheva, Ofakim, Sderot, Ashkelon e tanti altri luoghi popolosi, kibbutz, cittadine vivono così da anni. Negli ultimi due mesi i lanci di missili da Gaza si sono intensificati: ne sono arrivati a centinaia, in continuazione. Guardando a quello che succede ora non ci si può esimere dal provare a mettersi in questi panni, a cercare di capire come si vive. E non si tratta di coloni agguerriti: i missili di Gaza, che gli israeliani hanno sgomberato da anni ritirandosi da quella porzione di Territori Occupati, colpiscono una porzione di Israele che rientra nei confini del 1948. Abitata da gente «normale», proprio come noi.
In Israele la prendono così. Anche con le battute di spirito (amare). Come questa: quando da queste parti si sente l’ululato di una sirena, non state a guardarvi alle spalle per vedere da dove arriva l’ambulanza. Correte a gambe levate verso il rifugio, piuttosto, perché altrimenti dell’ambulanza dovreste aver bisogno voi entro pochi minuti. In questo piccolo paese – tutto Israele equivale più o meno alla Lombardia – con il più alto tasso di luoghi sacri e start up del mondo, ogni stabile, grande o piccolo che sia, deve infatti per legge avere il suo rifugio antimissili. Le norme prevedono che contenga kit di sussistenza e pronto soccorso adeguati. Nei tempi relativamente tranquilli viene adibito a deposito, anche se non si dovrebbe. Ma è sempre lì, il rifugio: bene indicato per non perdere tempo a cercarlo, correndo quando la sirena suona.
Nel Sud d’Israele la strada per il rifugio di casa la conoscono tutti a memoria, perché ormai da mesi le sirene suonano in continuazione. Le scuole aprono a singhiozzo, a dire il vero sono più chiuse che aperte. Il fatto che sino a ieri non ci fossero state vittime non dipende dalla volontà di chi manda quei razzi. Non partono da Gaza per fare il solletico, movimentare il cielo mediorientale. E nemmeno soltanto per intimidire. Fosse per loro e chi li manda, quei razzi ucciderebbero più civili possibile. I civili israeliani questo lo sanno bene. Anzi, se lo sentono addosso. Il fatto che uccidano di rado dipende dal sistema di avvistamento, dalle sirene, dai rifugi, dalla loro gittata limitata, ma sempre più lunga e minacciosa, grazie ai tunnel attraverso i quali le armi arrivano clandestinamente a Gaza.
Quando suona la sirena si molla tutto e si corre. Qualcuno magari si è stufato e resta dov’è, a suo rischio e pericolo. Da dentro i rifugi non sai che cosa sta succedendo. Cessato l’allarme, esci fuori e chissà che cosa trovi. Sotto la luce del sole o nel buio della notte per prima cosa ti guardi intorno, per cercare la nuvola di fumo. Il missile, infatti, casca a terra, devasta in modi diversi ma produce sempre un nuvolone di fumo scuro e lento che sale. Lo cerchi, e capisci subito quanto lontano – o vicino – è caduto da te. Il che può anche significare che è finito dentro casa tua e te l’ha sfasciata. Capita spesso. E speriamo che la vecchietta del terzo piano fosse andata a trovare sua figlia a Gerusalemme, perché nel rifugio non c’era e se è rimasta a casa, povera lei. E neanche oggi, neanche domani si può pensare a una vita normale, di banali spostamenti da un quartiere all’altro della città per fare la spesa, andare in posta, dal dottore.
Oggi si parla di venti di guerra, ci si spaventa davanti alle due parole «raid israeliano», si contemplano bocche spalancate nel terrore e si piangono i morti: perché Israele si complica così la vita? Perché si accanisce sui palestinesi? Ah certo, è iniziata la campagna elettorale nel Paese… Reazioni e giudizi più che leciti. A patto, però, di provare a mettersi nei panni di chi vive nel Sud d’Israele, territorio non conteso della causa palestinese, e immaginare come ti sentiresti se la stessa «normalità» ti toccasse a Como, Bordighera, Ivrea e tanti altri posti sotto il tiro di un fuoco nemico e non sai il perché.

“La banalità del terrore. Vivere sotto le bombe che cadono ogni giorno” di Elena Loewenthal da La Stampa del 16 novembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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2 risposte a “La banalità del terrore. Vivere sotto le bombe che cadono ogni giorno” di Elena Loewenthal da La Stampa del 16 novembre 2012

  1. stefano ha detto:

    Articolo molto bello. Che non piacerà a molti

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  2. Felice CELESTINO ha detto:

    Doloroso,ma articoli analoghi ,di parte opposta ,ne ho letti un numero infinitamente più elevato ,con l’angosciante certezza che la vicenda durerà a lungo.Aggiungo che quando viene fornito il bilancio delle vittime si nota sempre che a un morto israeliano ( militare ) ne corrispondono almeno quattro palestinesi (civili). Le vittime degli uni
    valgono di più di quelle degli altri ? Lo trovo inaccettabile ,così come inaccettabile è che chi ha subìto la barbarie del nazismo possa adesso
    applicare gli stessi criteri al popolo palestinese,anzichè perseguire una strategia di convivenza che non ha alternative.

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