“Ma il malessere non sia un alibi” di MARCO IMARISIO dal Corriere della Sera del 15 novembre 2012

No al Giustificazionismo dei Professionisti del Caos

Era segnata in rosso da tempo la data del 14 novembre, sul calendario degli antagonisti.
Era già scritto che un giorno di legittima rivendicazione di diritti sarebbe diventato il palcoscenico dei professionisti del caos e delle loro mazze e catene.A l mercato della crisi la merce denominata guerriglia urbana si vende bene. Il 14 novembre era una data segnata in rosso, alla stregua dei giorni del grande esodo. Ogni social media presentava una dettagliata lista dei partecipanti, con la chiamata di un antagonismo che nel 2012 si ispira direttamente all’autonomia degli anni Settanta. La fine era nota. Tutti sapevano chi si sarebbe presentato, e cosa avrebbe fatto. Una legittima giornata di rivendicazione dei propri diritti avrebbe avuto il solito corollario di mazze e catene, utile solo a oscurare la protesta civile della maggioranza dei partecipanti.
I professionisti del caos fanno da magnete per gli altri, in piazza funziona così. Gli studenti che protestano hanno le loro ragioni, come gli operai che rischiano il posto di lavoro, alla disperata ricerca di una ribalta per far vedere che esistono, per scampare a un eterno destino da invisibili. Ma tra i pericoli di questi tempi difficili c’è anche un senso comune molto in voga che «legittima» l’uso della violenza di pochi nel nome di una rabbia sempre più diffusa nella società, ben diverso dal buon senso che dovrebbe invitare tutti a cercare rimedi, proporre soluzioni senza lasciare indietro nessuno.
Quello che non funziona è la narrazione della crisi che sta intorno a un innegabile disagio sociale. È la vulgata continua di chi getta le sofferenze degli altri in un unico calderone, usando toni perennemente apocalittici sul momento che stiamo vivendo, sognando neppure troppo in segreto un’altra Atene. Le cose vanno male, l’ampia e nella quasi totalità pacifica adesione ai cortei di ieri lo dimostra, ma non siamo in Grecia. Chi sostiene questo fa qualcosa di ben diverso dal sacrosanto esercizio del diritto di critica. Non capisce, o finge di non capire, l’ambiguità implicita in questo continuo giustificazionismo ammansito ai più giovani e arrabbiati. Una cura sbagliata che peggiora la salute del malato.
L’uso strumentale della crisi non appartiene a una sola area politica. È un peccato coltivato da tutti, come avvenne per i suicidi degli imprenditori. Un caso di scuola, per mesi considerato alla stregua di una epidemia, strillato, cavalcato in ogni modo. Fino a quando tabelle e dati statistici, subito ben nascosti, hanno dimostrato che quelle tragedie non avevano subito alcun picco dovuto alla congiuntura economica.
Adattata all’Italia, l’avverarsi della profezia dei Maya sulla fine del mondo è moneta facile da spendere di questi tempi, ma induce a simpatizzare anche con chi si presenta in piazza solo per spaccare tutto e cercare lo scontro con forze dell’ordine sempre più esasperate, come dimostrano alcuni episodi accaduti ieri. In una narrazione del genere non è previsto alcun distinguo sulla composizione della piazza. Diventa obbligatorio chiudere un occhio, anzi due. Eppure qualche disquisizione sull’anagrafe andrebbe fatta, perché anche ieri le guide spirituali dei giovani autonomi erano i soliti cinquantenni, ultimi reduci di una stagione della quale solo loro sognano il revival, quella della «pratica rivoluzionaria che fa esplodere le contraddizioni del sistema».
La crisi diventa così un pretesto per dare sfogo alla propria indole antagonista, o per regolare in città conti di lotte che si stanno spegnendo altrove, come è accaduto a Torino, dove gli scontri non sono stati nient’altro che la prosecuzione della lotta No Tav con altri mezzi. Una caccia a persone e istituzioni che non la pensano come il movimento contrario al treno ad alta velocità, che pure in questi giorni avrebbe argomenti da esibire, dato che una recente relazione della Corte dei conti francese ricalca le loro critiche ai costi dell’opera.
Alla fine rischiamo di perdere tutti, e che in questo clima sempre più acceso da una parte e dall’altra, in tanti si facciano male. I simpatizzanti rivoluzionari, della politica e non solo, continueranno a detestare i ragionamenti volti a evitare derive pericolose e gli appelli al buon senso: roba da collusi con il potere, per definizione sordo e cieco. Ma nella notte dello scenario ateniese diventerà impossibile distinguere i tanti che protestano in buona fede dai pochi abbonati allo scontro. E in questo modo non si aiuterà certo chi soffre, ma solo quelli che lancerebbero pietre anche se fossimo in una nuova età dell’oro.

“Ma il Malessere non sia un Alibi” di MARCO IMARISIO dal Corriere della Sera del 15 novembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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