“Il meglio che deve ancora venire” di CLAUDIO SARDO da l’Unità dell’11 novembre 2012

LA CONFUSIONE PRE-ELETTORALE NOSTRANA NON PUÒ OFFUSCARE LA BUONA NOTIZIA DELLA SETTIMANA: la rielezione di Obama alla presidenza degli Stati Uniti con numeri superiori alle attese, e nonostante il peso della crisi economica. L’uomo che quattro anni fa varcò la soglia della Casa Bianca sospinto da un grande «sogno» – che accomunava il ceto medio e le minoranze americane con i progressisti europei e con quei cittadini del mondo desiderosi di chiudere la pagina dell’unilateralismo di Bush – ha vinto di nuovo le elezioni offrendo all’America una ricetta diversa da quell’austerità che i liberisti spacciano come regola universale della globalizzazione. Il sogno originario forse è sbiadito. Ma l’idea che ridurre le disugualianze sia un fattore di crescita; l’idea che il pubblico possa intervenire sul mercato per creare lavoro e welfare; l’idea che la manifattura e l’industria siano vettori di sviluppo non sostituibili dalla finanza; l’idea che i ricchi abbiano l’obbligo morale di pagare più tasse dei poveri; l’idea che i diritti siano indici di civiltà il cui valore sociale, politico, e persino religioso, non può essere occultato da pregiudizi: ecco, queste idee compongono oggi un’agenda politica che può cambiare la rotta nella crisi non soltanto per gli Usa e tuttavia il banco di prova sarà d’ora in avanti molto pragmatico. Successi e sconfitte si misureranno sui risultati concreti. Anche senza sogno, comunque, questa sfida di governo resta una grande speranza politica. Perché la politica è questo: l’idea che si fa programma, la comunità che produce cambiamento; per i progressisti anche l’inclusione e l’uguaglianza che prevalgono sugli egoismi e i privilegi. «Il meglio deve ancora venire» ha promesso Obama. È l’ottimismo della ragione politica. Diventi anche il nostro motto. In Italia, in Europa. Non è vero che siamo condannati al declino. Non è vero che destra e sinistra sono la stessa cosa, come ripete l’alleanza trasversale dei populisti e dei tecnocrati: lo ha dimostrato lo stesso scontro tra Obama e Romney. Non è vero che le ricette liberiste sono una legge scolpita nella pietra: possono essere contestate, corrette, ribaltate persino negli Stati Uniti. Non è vero che l’Europa non possa fare le politica di crescita che Obama sta realizzando: non è vero neppure che all’Unione sia impossibile accelerare il processo di unità politica e di unità fiscale. Non è vero che le istituzioni democratiche e gli organismi internazionali siano inabili nel fissare regole restrittive alla finanza: la decisione di istituire una «Tobin tax» europea, pur nella forma di una cooperazione rafforzata, è un segnale piccolo ma molto importante. Non è vero che ci si debba arrendere alla recessione lunga, al non intervento pubblico in economia, alla progressiva paralisi della mobilità sociale (con conseguente crescita della corruzione): si può, si deve reagire. Ma l’Europa, il mondo occidentale, ha bisogno dei progressisti. Ha bisogno di una nuova stagione della sinistra. Certo, il tempo nuovo impone una lingua nuova, un pensiero e uno sguardo nuovi, una classe dirigente capace di comprendere il salto, il rischio, la sfida senza rete. Come nel dopoguerra. Perché questa è la crisi più lunga e profonda dalla guerra mondiale, con costi sociali e umani che ancora non riusciamo pienamente a quantificare. La sfiducia dei cittadini si combina con la paura per il futuro dei figli, con un largo impoverimento, con un deficit di servizi e di welfare che crea solitudine e spezza le reti di solidarietà. Ma cambiare è possibile. La battaglia può essere combattuta. Purché la si affronti con la consapevolezza che non si potrà conservare, né ripristinare il mondo di prima. La sinistra, il centrosinistra, i progressisti – almeno coloro che avranno l’umiltà e il coraggio di accettare il rischio del governo – hanno valori dai quali attingere e hanno Costituzioni dalle quali trarre principi già diventati patrimonio di comunità. I diritti civili sono l’altra faccia di un’etica dei doveri e della solidarietà. È questa la differenza tra cambiamento e rottamazione. Nella divisione, nell’individualismo, nel si salvi chi può, nella demagogia dei nuovisti che alla fine giocano sempre a favore delle oligarchie economiche, nella moltitudine che non fa comunità, nello Stato che si arrende davanti al mercato non c’è più nemmeno la prospettiva della ricchezza. È questa la posta in gioco. Negli Stati Uniti, in Europa, in Italia. Ecco perché la buona notizia di Obama riguarda anche noi. Come ci ha riguardato la vittoria di Hollande in Francia. Il fallimentare governo Berlusconi si dimise un anno fa: fu una liberazione. Il governo Monti ha intrapreso una stagione di ricostruzione, con scelte positive e negative: ora si tratta di stabilire se quella di Monti è stata una parentesi, o l’avvio di un cambiamento che non potrà non avere una dimensione pienamente politica dopo le elezioni, o ancora se diventerà una gabbia (il Monti bis) che impedirà la normalità all’Italia. I progressisti non possono avere esitazioni. Il cambiamento è possibile in una dimensione europea, in alleanza col centrosinistra del Continente. I progressisti devono affrontarlo con spirito di apertura, chiamando al lavoro le forze civiche e tutti coloro che sono consapevoli dei rischi del populismo e delle destre. Ma nessuno si illuda, nessuno pensi di fare il furbo. Senza una scelta di indirizzo forte, senza una competizione che ponga i cittadini di fronte a opzioni chiare, senza un governo politico dopo il voto, l’Italia sprofonderà nella palude e non ci sarà più Monti a salvare il Paese. Nella palude rischia di materializzarsi l’incubo della Grecia. Le primarie sono il primo passo per presentare il progetto di governo del centrosinistra. Le vincerà chi è consapevole di questo passaggio storico e saprà uscire da una competizione che guarda solo all’interno.

“Il meglio che deve ancora venire” di CLAUDIO SARDO da l’Unità dell’11 novembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Il meglio che deve ancora venire” di CLAUDIO SARDO da l’Unità dell’11 novembre 2012

  1. stefano ha detto:

    Un Obama un po’ troppo “socialista” quello di Sardo. Ma a parte questo, che dire del fatto che i Repubblicani si sono confermati maggioranza al Congresso USA ? Non è cosa da poco. Obama, senza accordo con loro, NON legifera. Sta accadendo da due anni. E? un presidente “zoppo”…Non c’è da essere contenti, però se si fa i giornalisti bisogna prendere atto dei fatti : e il fatto è che l’America è divisa in due, e questo porta grandi difficoltà a governare.

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