“America e Europa mai così lontane Il volto bipartisan dell’isolazionismo” di ANGELO PANEBIANCO dal Corriere della Sera del 5 novembre 2012

E se Barack Obama e Mitt Romney fossero due facce del medesimo fenomeno, ossia la resa della America di fronte alla inevitabilità del proprio declino? Il faccia a faccia del 23 ottobre fra i due sfidanti sulla politica estera ha colpito i commentatori europei per l’assenza di riferimenti all’Europa. Gli uni l’hanno interpretata come prova della nostra debolezza agli occhi di coloro che guidano, o aspirano a guidare, la potenza americana. Gli altri, come la dimostrazione che la fase più acuta della crisi dell’euro è alle spalle e gli americani sono meno preoccupati di un eventuale tracollo europeo. Ma, forse, nessuna di quelle interpretazioni coglie nel segno. Come non lo hanno colto certi commenti di parte italiana, più o meno scandalizzati, sul modo in cui Romney ha parlato di Italia e Spagna: esempi negativi, da non imitare. Il fatto che l’Europa non venga citata (da entrambi) o lo sia solo in negativo (da Romney) è forse la spia di una visione strategica che, al di là delle ovvie e profonde differenze sugli altri temi, accomuna Obama e Romney e, con essi, la gran parte dell’establishment statunitense. Il punto non è che non sia stata citata l’Europa. Il punto è che gli Stati Uniti hanno rinunciato a pensare a se stessi come Stato-guida dell’Occidente democratico.
Nella fase trionfante, egemonica, della loro storia, quella che va dalla Seconda guerra mondiale alla conclusione della Guerra Fredda (e oltre: si spinge fin dentro il primo decennio del XXI secolo), gli Stati Uniti sono stati il Paese leader al centro di un vasto sistema di alleanze cementato da interessi e da esigenze di sicurezza, ma anche da una visione per la quale la potenza americana si identificava con la sorte della democrazia nel mondo. Delle due opposte correnti che si sono tradizionalmente disputate l’influenza sulla direzione della politica estera americana, quella isolazionista e quella interventista-globalista, è stata la seconda a dominare ininterrottamente il campo dalla Seconda guerra mondiale in poi, sopravvivendo anche alla fine della Guerra Fredda. Dell’interventismo-globalista è sempre stata parte integrante, fin dai tempi del presidente democratico Woodrow Wilson (1913-1921) e del suo progetto di ordine internazionale, l’idea che bisognasse rendere il mondo safe for democracy, sicuro per la democrazia. Il che implicava due conseguenze. La prima era che gli Usa avrebbero dovuto mantenere un rapporto privilegiato con le altre democrazie. La seconda era che avrebbero dovuto favorire, ovunque possibile, la diffusione della liberaldemocrazia. A differenza degli isolazionisti, gli interventisti-globalisti non hanno mai creduto che fosse nell’interesse dell’America coltivare le virtù democratiche solo a casa propria.
Esaurita la fase isolazionista del periodo fra le due guerre, la concezione interventista-globalista riprese il sopravvento con Franklin Delano Roosevelt nella Seconda guerra mondiale. E dominò l’azione degli Stati Uniti nel Dopoguerra. La Guerra Fredda obbligò a brutti compromessi con la realtà (l’appoggio a dittature in funzione antisovietica), ma la direzione di marcia venne sempre confermata (salvo il parziale appannamento nella fase più «europea» della politica estera americana, dominata da Henry Kissinger). E ciò fornì propellente ideologico e forza morale all’azione di contrasto al comunismo e all’Unione Sovietica. Il rapporto privilegiato con le altre democrazie occidentali garantiva agli Stati Uniti il retroterra di cui il suo ruolo internazionale necessitava. Quel legame, sia pure con alti e bassi, resistette: da Ronald Reagan (il vero vincitore della Guerra Fredda) a George Bush padre, fino a Bill Clinton. E se George Bush jr. l’aveva parzialmente lacerato nella concitata fase del contrattacco seguito agli attentati dell’11 Settembre, poi, nel secondo mandato, anche a seguito delle difficoltà incontrate in Iraq, aveva cercato di rimediare, ristabilendo un rapporto più solidale, più ancorato alla tradizione, con le altre democrazie.
Con la vittoria di Obama tutto cambia. Il rapporto con le democrazie (europee) cessa di essere una preoccupazione strategica dell’Amministrazione. Ora sono le relazioni dell’America con l’Asia a contare. Il realismo impone che ci si confronti con una nuova realtà mondiale nella quale non c’è più spazio per un legame privilegiato con gli antichi alleati. È paradossale il fatto che in Europa l’elezione di Obama sia stata accolta con un entusiasmo che è forse lecito definire fuori misura, proprio nel momento in cui l’Europa usciva dall’orizzonte politico del governo americano.
La personalità politica di Obama si combina con gli effetti della crisi economica nel favorire radicali discontinuità sul piano diplomatico-politico. La democrazia cessa di essere una bussola utile a orientare l’azione internazionale. Lo stesso pragmatismo che guida l’azione di Obama in politica interna ne ispira la politica estera. Prendendo atto dei cambiamenti intervenuti, ciò che per lui l’America deve fare è rafforzare la cooperazione con la Cina, aprire un dialogo con l’Islam (discorso del Cairo del giugno 2009) a prescindere dalla natura politica delle forze che lo agitano, stabilire rapporti di cooperazione con chiunque sia disposto a cooperare. Niente più alleanza delle democrazie come retroterra e sostegno della azione americana nel mondo. La fase dell’interventismo-globalista si è conclusa. Obama in variante democratica, e Romney in variante repubblicana, sembrano espressioni del nuovo isolazionismo americano. Un isolazionismo diverso da quello degli Anni 20-30 del secolo scorso, che deve comunque fare i conti con la globalizzazione e, quindi, con la necessità di cooperare con tutti gli Stati che contano. Un isolazionismo che si sbarazza, come se fosse ciarpame ideologico, della dimensione ideale propria della lunga fase interventista-globalista. È una presa d’atto, complice la crisi economica, del declino americano. Ma è anche un acceleratore di quel declino.
Si consideri quanto magri siano stati i risultati dell’Amministrazione Obama. Le relazioni con la Cina restano complesse come sempre: del tipo né con te né senza di te. I rapporti con l’Islam sono stati improntati a opportunismo e a navigazione a vista. Obama rifiuta di appoggiare i giovani iraniani in rivolta contro la teocrazia persiana nel 2009. Poi, preso alla sprovvista, come tutti, dalle cosiddette rivoluzioni arabe, abbandona l’alleato Mubarak per ingraziarsi le piazze arabe, ma senza preoccuparsi del dopo Mubarak, appoggia l’intervento armato, voluto da francesi e inglesi, contro Gheddafi ma è privo di una strategia di fronte alla guerra civile siriana. È altrettanto duro del suo predecessore nella lotta agli estremisti islamici ma si tratta di una caccia all’uomo, spesso militarmente efficace, che non è guidata da una visione politica d’insieme. E l’annuncio, troppo precoce, della data del ritiro dall’Afghanistan, demoralizza i combattenti e crea le premesse per un fallimento degli obiettivi di guerra che erano stati propri delle forze occidentali in quel teatro. La «mano tesa» del discorso del Cairo non porta ai risultati voluti.
L’America che decide di non essere più il leader dell’Occidente democratico, che sceglie gli interlocutori solo sulla base della loro forza e delle proprie convenienze, è più forte o più debole di prima? Più debole, sembra indicare il primo mandato di Obama. È un’America rassegnata, che sceglie di liberarsi, come se fosse una zavorra, della antica relazione speciale con le altre democrazie occidentali, immaginando un futuro multipolare in cui, politicamente ridimensionata, dovrà muoversi solo per suo conto, a prescindere dal destino di quelle democrazie e dell’antica idea-forza di un mondo safe for democracy.
Si tratta, plausibilmente, di un calcolo che, assecondando troppo gli umori del pubblico americano, accelera il declino. Quanta più forza avrebbe l’azione dell’America se essa non abdicasse al suo ruolo di leader del mondo occidentale? Si noti poi un aspetto che ci riguarda da vicino. Quanto più la leadership americana si affievolisce, tanto più si indebolisce la solidarietà fra gli europei (molti sono immemori del fatto che senza la Pax Americana non ci sarebbe mai stato alcun processo di integrazione europea). Ma se l’Europa affogasse nei suoi dissidi interni, oltre che un guaio per noi europei, ciò sarebbe, alla fine un guaio anche per l’America.
Contrariamente a ciò che pensano coloro che hanno una concezione determinista dei processi storici, il declino americano, e soprattutto le sue modalità e i suoi tempi, non hanno alcun carattere di ineluttabilità. Il declino può essere contenuto o accelerato a seconda delle scelte che si fanno e delle visioni che le ispirano. Né Obama né Romney sembrano avere la statura per comprenderlo.

“America e Europa mai così lontane Il volto bipartisan dell’isolazionismo” di ANGELO PANEBIANCO dal Corriere della Sera del 5 novembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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