“Splendori e miserie delle Province Le identità che hanno fatto l’Italia” di GIAN ARTURO FERRARI dal Corriere della Sera del 4 novembre 2012

Uno dei libri più belli di Giorgio Bocca, una vasta ricognizione tra autobiografia e storia, porta il titolo, da lui trovato e voluto, Il provinciale. Un titolo fortunato e felice, perché sotto una superficie diminutiva — l’essere a lato, il non pretendere la ribalta — nasconde la profondità di una appartenenza, la consapevolezza delle proprie radici. Questo sentimento duplice costituisce l’essenza della provincialità, cosa ben diversa dall’orgoglio di campanile, attitudine
rurale e propria di villici non ancora dirozzati. La provincialità è invece una dimensione sofisticata e complessa, riferita, a differenza del villaggio o del paese, a un microcosmo compiuto e articolato e, a differenza della grande città, a una fisionomia marcatamente individuale e non a una aggregazione informe. Derivano da qui la Vicenza di Piovene, la Ferrara di Bassani, la Rimini di Fellini. Soprattutto è proprio dei provinciali lasciare con dolore e rimpianto la propria città subendo l’irresistibile attrazione del centro. O, meglio, dei centri: la Roma antica, dove i Flavi, provinciali di Spagna, diventarono imperatori, la Parigi da cui il provinciale Pascal (era di Clermont-Ferrand) mandava a un immaginario provinciale le lettere note appunto come provinciali, o, più modestamente, la Roma di Bassani e Fellini, la Milano di Piovene e Bocca.
La provincialità è dunque un orizzonte culturale, quasi sempre quello di chi la provincia l’ha già abbandonata, una dimensione della memoria e della ricerca di se stessi più che una realtà fattuale. Per questo non va confusa con il provincialismo, la timida bandiera di chi nella provincia resta più o meno comodamente annidato, un atteggiamento difensivo pronto a tramutarsi in aggressivo quando si senta per qualche verso chiamato in causa. Sia provincialità sia provincialismo appartengono all’ordine della mentalità e hanno dunque un legame assai debole con la concretezza delle Province, con la loro configurazione, con la loro funzione, con la loro storia. Le Province italiane furono costituite dopo l’unità alla confluenza di origini e di intenzioni diverse. Seguendo in parte i confini degli Stati minori preunitari (Lucca); in parte tagliandoli a metà (Parma e Piacenza, Modena e Reggio); in parte riproducendo l’articolazione amministrativa dei maggiori Stati preunitari (Regno di Sardegna, Stato della Chiesa e Regno delle due Sicilie); in parte accorpando territori di diversa provenienza (la Lomellina piemontese aggiunta alla lombarda Pavia). Ma quel che soprattutto contò fu il modello dei dipartimenti francesi. Il neonato Stato nazionale, in un’epoca di comunicazioni lente e difficoltose, con un’economia contadina, aveva assoluta necessità di rendersi presente, di farsi vedere — su territori tra loro diversissimi e non intenzionati a una volenterosa convivenza — con una struttura omogenea, stabile e chiara. La Provincia rappresentò la soluzione a questo problema, riproducendo in scala ridotta la struttura dello Stato nazionale. Circondato dal contado, il capoluogo (usualmente il centro dei commerci e la residenza sia dell’aristocrazia locale sia della borghesia professionale) divenne una capitale in miniatura. La sede delle forze di polizia (la questura), del tribunale, del carcere, dell’ospedale, della tesoreria, del distretto militare, del provveditorato agli studi, del liceo. E soprattutto, a rappresentare il governo, della prefettura e del prefetto, di fatto un governatore. Ampiamente usato, il prefetto-governatore, soprattutto nell’Italia giolittiana, per governare nel senso più lato e meno ortodosso del termine. Ciò nonostante, l’istituzione Provincia funzionò, non solo nel suo dark side, ma anche nel consenso e nell’affezione popolare. Per generazioni di italiani l’unica città conosciuta e verso la quale di fatto gravitavano fu il capoluogo della propria provincia. Per molto tempo si pensarono (e forse continuano a pensarsi) come bresciani o reggiani o senesi più che come lombardi, emiliani o toscani. Forse persino più che come italiani. Quando, con grande ritardo, si diede attuazione alla Costituzione istituendo le Regioni, questo mondo era del tutto tramontato. L’Italia era un Paese industriale, le comunicazioni erano facili, la televisione aveva dato agli italiani comunità di lingua, di costumi e di consumi. Le Province andavano abolite allora, quando avevano già perduto il proprio senso. Anche se bisogna riconoscere che le Regioni non sono mai state amate dal sentimento popolare e che la recente e immotivata sottrazione dell’articolo determinativo (perché «regione Lombardia», presidente Formigoni, e non il normale «la regione Lombardia»?) non ha loro giovato. Per quale ragione le Province non siano state all’epoca abolite, lo capiscono anche i bambini piccoli. Così come i medesimi bambini capiscono bene perché in tempi recenti e recentissimi si sia anzi provveduto a moltiplicarle, in un grottesco processo di scissione privo di fondamento storico e di ragioni funzionali. Non è quindi il caso di parlarne. Mentre si deve sottolineare, ahimè, l’occasione oggi perduta con la riformetta degli accorpamenti. Era forse il momento di riconoscere due dati di fatto. Il primo: le Province (quelle antiche) mantengono una loro realtà e vitalità essenzialmente culturale. Va riconosciuta e, se possibile, promossa. Il secondo: il Paese ha bisogno di un ridisegno completo della propria architettura amministrativa e funzionale. Va fatto, prima progettato e poi attuato, prescindendo completamente dalle Province. Discorsi, c’è da temere, inutili in un Paese che ci si aspetterebbe angosciato dal proprio futuro produttivo, intento a proporre, a criticare, a riflettere sulle riforme necessarie alla propria fisica sopravvivenza. E che invece si infiamma, con spirito tra il calcistico e il contradaiolo, al sospetto che venga trasferita nella città vicina l’amministrazione degli edifici scolastici (non delle scuole) o della biblioteca provinciale.

“Splendori e miserie delle Province Le identità che hanno fatto l’Italia” di GIAN ARTURO FERRARI dal Corriere della Sera del 4 novembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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2 risposte a “Splendori e miserie delle Province Le identità che hanno fatto l’Italia” di GIAN ARTURO FERRARI dal Corriere della Sera del 4 novembre 2012

  1. Giuseppe Scarrone ha detto:

    Articolo interessante , che, a dispetto delle conclusioni dell’autore, convince ancora di più sull’utilità delle Province. Parafrasando Ferrari: nel 1970 non si dovevano dare funzioni gestionali alle Regioni; per quale ragione alle Regioni siano state date funzioni gestionali, lo capiscono anche i bambini piccoli.

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  2. Francesca ha detto:

    Non ricordavo piu quel libro di Bocca. Forse perche’ non ho mai finito di leggerlo. Grazie per questa visione molto interessante della questione province. Ne faro’ tesoro. Complimenti x l’articolo. F.G.

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