“CRISI INTRECCIATE” di Joaquín Navarro-Valls da La Repubblica del 4 novembre 2012

Se c’è una parola che viene utilizzata come chiave di volta per spiegare il nostro tempo è certamente la voce “crisi”. Frasi come queste si trovano scritte e si sentono dire ormai ovunque: stiamo vivendo un periodo di crisi, stiamo attraversando una fase di crisi, ormai non ci sono soluzioni a questa crisi, e così via.
Le cose, d’altronde, non avvengono mai a caso, soprattutto quando di mezzo c’è la lingua e i suoi usi collettivi. Perciò, prima ancora di scandagliare le possibili applicazioni che sono generalmente attribuite a questo magico concetto, è importante tener presente l’origine del termine, anche a costo di imitare la peggiore pedanteria dei linguisti. In questo caso, infatti, la mancanza di chiarezza è l’origine del problema. E l’etimo può regalare una soluzione insospettata alla confusione in cui siamo immersi. In greco significa scelta, rinviando ad una libertà che è essenzialmente a disposizione della persona perché intrinseca a ogni uomo e donna, ancorata alla sfera più profonda di ciascuno. Su ciò ritorneremo.
Nel nostro tempo, all’opposto, si parla di crisi indicando uno stato d’instabilità che riguarda in prevalenza soltanto il nostro sistema economico globale, unito alla difficoltà politica delle nostre democrazie di essere funzionanti e funzionali. Forse non è che la circostanza in cui si è trovato il mondo dopo il crac bancario statunitense del 2008 e la fine della Guerra Fredda. Ad apparire anacronistico, al di là di tutto, è l’usuale modo di concepire la crisi, come un passaggio momentaneo tra due periodi floridi e stabili dell’economia e della politica. Abbiamo adesso, infatti, una perdurante situazione di recesso, la quale non sembra finire mai in modo definitivo.
Proviamo un momento a riflettere. L’attuale situazione economica è annodata alla classica mancanza di crescita della produzione e della ricchezza. Mentre, invero, le teorie economiche tradizionali, in modo diverso tra loro, immaginavano soluzioni fattibili per una piazza economica limitata a un numero circoscritto di operatori, oggi abbiamo a che fare con un mercato unico globale dove non si trovano più modi concreti per rendere il commercio in grado di produrre ricchezza, lavoro e benessere per tutti.
Anche dal lato politico ci troviamo innanzi ad una situazione speculare. Thomas Paine, dopo la Rivoluzione francese, poteva ben dire che la democrazia funziona solo se la sovranità appartiene a un popolo determinato e circoscritto, ossia a una specifica nazione. Unicamente nell’ottica di una sovranità limitata a un territorio chiuso e a una parte circoscritta di cittadini è pensabile, in effetti, l’ordine democratico come lo conosciamo, per l’appunto incentrato sulla solidità di singoli Stati sovrani. Oggi, viceversa, vi è un contesto in cui tali confini non esistono più, ed ecco che la democrazia stenta pertanto a produrre un ordine politico altrettanto adeguato, corrispondente alle nuove sconfinate realtà sociali, costituite da multiformi comunità costrette a convivere insieme.
Queste banali osservazioni ci introducono nel cuore della crisi contemporanea, la quale apparentemente non sembra più coincidere con l’idea arcaica di una libertà che sbaglia, ma con l’irrisolvibile presenza di un gap d’imponderabile entità, di una carenza conoscitiva degli eventi. Sia la crisi economica e sia la crisi politica, in fondo, sembrano il frutto di un’incapacità di gestire il mondo materiale, muovendo dai dati oggettivi e organizzativi che si hanno a disposizione. E probabilmente è questa la ragione per cui la crisi contemporanea appare irrisolvibile. Il vero problema è rimosso e messo da parte a vantaggio di una valutazione inadeguata che, di fatto, spinge a rincorrere il problema senza raggiungerlo mai, come fa un gatto cercando di mordersi la coda.
La presente depressione può essere curata, viceversa, se viene ricondotta al suo contesto originario, legato a doppio filo con la natura stessa dell’uomo. D’altra parte, senza sapere chi siamo e chi vogliamo essere, come possiamo sperare di gestire le poche risorse e il poco lavoro che c’è?
Un cataclisma naturale non è una crisi, anche se può crearla. E la carenza di materie prime non è in sé un fattore di debolezza, se non a causa dell’uso smisurato che si vuol ricavare dalle risorse a disposizione. Una crisi, infatti, o è crisi dell’uomo, e allora è risolvibile con un comportamento diverso, oppure non è proprio nulla che paia sensato esaminare in qualche modo.
La malattia del nostro tempo, dunque, non è economica e politica ma etica, un male morale dagli effetti economici e politici devastanti. Il nostro attuale modo di vivere, originato dalla propensione personale a riporre la contentezza in disvalori contingenti e in obiettivi radicalmente inconsistenti, non è in grado di offrire in modo permanente il grado di perfezione e sicurezza desiderata.
Come poter spiegare in modo diverso l’ondata di corruzione che sta eloquentemente lacerando la società italiana, giungendo a coinvolgere personalità di livello locale e nazionale che hanno ricevuto ampio consenso elettorale? E come l’implosione di un sistema bancario che, con tutta evidenza, ha trattato sistematicamente i piccoli risparmiatori come strumenti al servizio di una finanza dopata?
Se, infatti, in futuro non sarà più possibile avere un incremento della produzione di ricchezza come avveniva nel secolo scorso e se, allo stesso modo, non sarà possibile avere nel nuovo contesto internazionale una stabilità politica e un progresso come abbiamo avuto in precedenza, ciò non significa automaticamente che la crisi presente non possa essere affrontata e superata in nessun modo. Magari si può iniziare puntando su quanto realmente dipende dalla libertà e dall’impegno di ciascuno. L’uscita dallo stallo in cui siamo calati esige, certamente, il superamento dell’atteggiamento tecnocratico che abbiamo deciso di adottare nella nostra vita sociale, non dimenticandoci però che siamo noi gli unici veri responsabili del nostro destino. Ogni persona può, infatti, se lo vuole, abbandonare l’opzione al male minore, cercando una stabilità alta che non sia soltanto la somma di prestazioni eccezionali a questo punto irraggiungibili. La realtà economica e politica, infatti, resta sempre quella che è: un mezzo al servizio della nostra felicità o della nostra infelicità. Dipende da noi stabilirlo.
In sintesi, la difficoltà che stiamo vivendo sembra sentenziare che non può esistere alternativa al tracollo, trattando i mezzi politici ed economici come parametri definitivi e assoluti. Ma può anche spingerci a recuperare il vero significato in cui la nostra libertà e il nostro impegno trovano soddisfazione, alzando ed incrementando il grado di umanità della società con un lavoro magari modesto ma ben fatto e con una partecipazione politica autentica al servizio degli altri senza bramosia di potere. Il risultato positivo deriverà unicamente da un atteggiamento etico nuovo e giusto che investa su un modo di vivere più solidale e meno egoista, nel quadro di una prospettiva etica misurata socialmente e davvero aperta a quel desiderio di equilibrio che ogni persona porta in se stessa. L’essere umano, difatti, non si lascia imprigionare mai in una logica chiusa e immanente, senza entrare in crisi profonda, perdendo appunto l’unica risorsa personale che ha realmente a disposizione: la felicità.

“CRISI INTRECCIATE” di Joaquín Navarro-Valls da La Repubblica del 4 novembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “CRISI INTRECCIATE” di Joaquín Navarro-Valls da La Repubblica del 4 novembre 2012

  1. claudio bonacina ha detto:

    ..una crisi,infatti, o e’ crisi dell’uomo e allora e’ risolvibile con un comportamento diverso,oppure none proprio nulla che paia sensato esaminare in qualche modo.

    in greco,crisi,significa scelta

    quelli che ho riscritto qui sopra sono i due passaggi più significativi dell’articolo di navarro valls pubblicato su la repubblica di ieri.

    l’articolo in genere mi sembra un vero capolavoro sui cui contenuti ognuno di noi dovrebbe riflettere.

    Claudio B.

    PS. e possibile avre l indirizzo e mail di navarro valls?grazie

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