“L’argine per difendersi dall’avventurismo” di PAOLO FRANCHI dal Corriere della Sera del 1° novembre 2012

Dice il presidente Monti che il suo governo sarà anche «maledetto», ma agli italiani è pur sempre più gradito di quanto lo siano i partiti. È vero, come da ultimo ci mostra (almeno per i partiti) il voto siciliano. Ma le parole del presidente del Consiglio meritano ugualmente qualche riflessione in più.
Sullo straordinario discredito in cui versano, chi più, chi meno, i partiti attuali non c’è molto da aggiungere. Chi più, chi meno, se lo sono andati a cercare, dando addirittura l’impressione, negli ultimi tempi, di volerlo promuovere attivamente. Di assoluzione gran parte dell’opinione pubblica, e forse la maggioranza degli elettori, non vuole, comprensibilmente, sentir parlare, e nemmeno di attenuanti. Tutto vero, tutto giusto. O quasi. Perché lo stato comatoso in cui versa la politica è anche il frutto di una lunga, martellante campagna che la ha avuta per principale bersaglio. Una campagna condotta da destra e da sinistra, e fondata sull’idea (non propriamente nuovissima in tanta parte della cultura italiana) che la politica democratica non possa risolvere i problemi, perché è essa stessa, per definizione, il problema. Tanto più in un mondo vasto e terribile in cui le decisioni che contano si prendono in sede sovranazionale, e a noi non resta che fare i compiti a casa.
A questa offensiva i partiti hanno risposto adeguandovisi, o facendo finta di adeguarvisi. Almeno finché è stato materialmente possibile. Quando l’Italia si è ritrovata davvero sull’orlo del baratro, è venuta giù tutta la messinscena della sacra rappresentazione pseudo-bipolare delle due Italie l’un contro l’altra armate. E, assieme alla messinscena, sono venuti giù pure gli attori. Per primo Silvio Berlusconi, e con lui quel che restava del centrodestra, certo. Ma pure un centrosinistra che, proprio mentre il Nemico toglieva frettolosamente le tende, doveva prendere atto di non rappresentare un’alternativa di governo credibile.
Qualcosa di non troppo dissimile, si dice, lo avevamo già visto una ventina di anni fa. Tra le differenze, però, ce n’è una sostanziale. Possiamo anche appassionarci quanto vogliamo alle primarie, un succedaneo tanto partecipato quanto vagamente strampalato dei congressi di un tempo, di cui nessuno sa dire esattamente la posta. Ma stavolta non c’è, neanche nelle primarie, alcun «nuovo che avanza» sul quale appuntare, magari con qualche indebita euforia di troppo, delle speranze riformatrici, alcun referendum cui affidare le sorti di una rigenerazione della politica. Ci sono solo da una parte una crisi economica e sociale più devastante di quanto vogliamo confessarci, e un governo costretto a farsi «maledire» per i suoi provvedimenti. Dall’altra degli ectoplasmi di partiti, che vorrebbero liberarsene ma non hanno la minima idea di come riuscirci. Sullo sfondo, crescono la protesta opaca e muta, ma di certo ostile, dell’astensionismo di massa; e la protesta rumorosa di un aspirante movimento di liberazione e di autogoverno degli onesti e dei semplici, che dilaga sotto l’insegna delle Cinque Stelle. Finché non prenderà corpo una terza e più preoccupante protesta, nutrita dalla collera sociale, si leverà sempre qualche saccente «antitaliano» a spiegarci che, ancora una volta, la situazione è grave ma non seria.
È uno sbaglio grossolano. La situazione è già ora sufficientemente grave e sufficientemente seria da sconsigliare di vestire i panni degli apprendisti stregoni. Ancora una volta può aiutare, forse, il raffronto con quello che capitò una ventina di anni fa. Qualcuno ricorda, forse, Alleanza Democratica, che si autodefiniva, agli esordi, «il partito che non c’è»: non c’era, e guarda caso non è mai davvero venuta al mondo, nonostante le simpatie e le blandizie che le riservarono grandi giornali, intellettuali, ambienti economici che contano. Chi oggi pensa di costruire dalle parti del centro, magari in nome di Monti o come suol dirsi della sua agenda, un altro «partito che non c’è», farebbe bene a riflettere su quell’esperienza, e a mettere su, se ne ha la forza, qualcosa di più sostanzioso: anche in considerazione del fatto che, purtroppo o per fortuna, c’è sempre da passare l’esame finestra delle elezioni.
Poi, ci sono strade magari meno fascinose, ma forse più realistiche. Sempre vent’anni fa, non si disperse sul nascere solo Alleanza Democratica. L’alleanza tra i progressisti e i moderati, il centro-sinistra con il trattino, come lo chiamava Francesco Cossiga, non riuscì nemmeno a prendere corpo. Vinse, facendo propria e amplificando la spinta dell’antipolitica, Berlusconi. Adesso, la crisi è molto più grave, l’antipolitica molto più radicale, i rischi per la democrazia molto più seri. Spiace ricorrere a un linguaggio politico datato, ma il problema principale è come fare argine a tutto questo. Le questioni che dividono la sinistra che guarda al centro e il centro che guarda a sinistra (non riassumibili solo nel nome di Niki Vendola) sono, come è noto, assai numerose. Ma, come è sempre avvenuto nella storia d’Italia, un argine all’avventura più solido della loro intesa si fatica a immaginarlo. Chi ne conosce uno diverso, e migliore, farebbe bene a renderne edotto il Paese. E subito.

“L’argine per difendersi dall’avventurismo” di PAOLO FRANCHI dal Corriere della Sera del 1° novembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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