“La lenta separazione dall’Europa non è colpa solo degli inglesi” di ARRIGO LEVI dal Corriere della Sera del 31 ottobre 2012

Un accorato articolo del Financial Times ha suonato l’allarme sull’«Europa che sta perdendo la pazienza con l’eccezionalismo inglese»: secondo il grande giornale londinese, i partner continentali della Gran Bretagna, impegnati come sono ad avanzare in direzione di un’unione sempre più stretta, sembrano anche sempre più contenti di «dire goodbye a Londra». In questo c’è molto di vero. E la grave crisi del rapporto fra gli inglesi e il continente non può non suscitare sentimenti di rammarico e di delusione in chi, tanti anni fa, ha visto nell’ingresso degli inglesi nella Comunità europea una essenziale garanzia di democraticità per l’Europa unita.
In fondo ai sentimenti che gli uomini della mia generazione provano per l’Inghilterra permane l’immagine, per noi indimenticabile, della sola nazione che, ispirata dal coraggio di Churchill, seppe dire no a Hitler e alle sue offerte di pace separata, e salvò di fatto tutti noi europei da un fosco destino di soggezione al nazismo. Agli inglesi, soprattutto a loro, dobbiamo la storia europea di pace e di solidarietà degli ultimi sessant’anni. E non abbiamo dimenticato, anche se molti non lo ricordano, che fu proprio Churchill uno dei principali ispiratori dell’unificazione europea, insieme con Monnet, Adenauer e De Gasperi; nei suoi ultimi discorsi Winston si pronunciò (ma non fu purtroppo ascoltato), per l’ingresso senza riserve del suo Paese nella nascente Comunità, nell’interesse dell’Impero britannico, che copriva ancora di rosa una parte assai grande della carta geografica. È questa l’Inghilterra che abbiamo amato; e fatichiamo a riconoscerla nell’Inghilterra di oggi, che tende a rinchiudersi in se stessa, anche se non ha più l’Impero per conferire grandezza alla propria dimensione.
Ovviamente, abbiamo sempre saputo che la forte identità isolana degli inglesi, radicata in una lunga storia di intensi ma mutevoli rapporti con il continente, opponeva forti resistenze a una decisa e definitiva scelta europea degli inglesi: che venne infatti molto in ritardo, a confronto di quella dei Paesi del continente, che nasceva dalla consapevolezza delle tragedie e degli errori compiuti. Ma ci illudevamo che il gran passo «europeo» fosse stato compiuto una volta per tutte: ancor più oggi, quando l’alternativa «scelta atlantica» anglo-americana, che pure aveva fortissime radici, ha perso buona parte delle sue ragioni di esistere.
Ma ci chiediamo se la responsabilità, per non dire la colpa, di questo allontanamento in corso dell’Inghilterra dall’Europa sia non solo degli inglesi, ma anche dei «continentali». E poi, non è lo stesso europeismo ad essere in crisi, nonostante il miracoloso allargarsi dell’Europa unita a quasi tutto il continente? Gian Enrico Rusconi ha denunciato su La Stampa un fenomeno che in lui, divenuto con gli anni un po’ tedesco, suscita forte allarme: si è chiesto se la crisi non stia «gelando il cuore europeo della Germania»; e ha osservato, non a torto, che «la suggestiva immagine di una nuova “sovranità condivisa” su cui si esercita la retorica dei commentatori benevoli, non trova ancora un modello operativo», mentre tornano a circolare «parole d’ordine tutt’altro che originali», come «Europa a più velocità o a geometria variabile».
Che fare? Qui rientra in gioco, e anzi di fatto, grazie al governo Monti, è già rientrata in gioco l’Italia. L’Italia Paese fondatore dell’Europa unita; l’Italia seconda potenza industriale del continente dopo la Germania; l’Italia che ha sempre avuto una visione grande dell’Europa unita. Ciampi ha di recente ripreso la parola, cominciando col dire (come siamo d’accordo con lui!) che la notizia della concessione all’Unione europea del Premio Nobel per la pace lo ha «emozionato», facendogli scorgere in questo evento «una scintilla, piccola ma non tanto da non poter ravvivare il grigiore che da tempo avvolge l’orizzonte europeo». Ciampi fu probabilmente il primo a denunciare nel progetto di unione monetaria una fatale «zoppia»: come realizzare una moneta unica senza farla accompagnare dall’accettazione di una politica economica e fiscale unica? Con qualche anno di ritardo, l’Europa dell’euro si tormenta oggi su come, e con quali tempi, rimediare alla «zoppia» ciampiana compiendo un altro grande passo avanti verso una piena unificazione finanziaria. È ancora incerto se e come ce la faremo. In passato, furono proprio gli ostacoli nascenti da progressi imperfetti a spingerci ripetutamente a compiere altri coraggiosi balzi in avanti. Possiamo sperare di riuscire a fare altrettanto anche questa volta?

“La lenta separazione dall’Europa non è colpa solo degli inglesi” di ARRIGO LEVI dal Corriere della Sera del 31 ottobre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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