“IL TEMPO MASCHIO. BISOGNA ABBANDONARE IL MITO DELL’ONNIPOTENZA” di MICHELA MARZANO da La Repubblica del 24 ottobre 2012

Sono in tante, in questi ultimi anni, a gettare la spugna. Deluse, pentite o semplicemente stanche di lottare per “avere tutto”, le donne non ce la fanno più. Il prezzo da pagare è troppo alto. I risultati troppo mediocri. Allora tanto vale lasciar perdere e smettere di prendersi in giro da sole. Tanto vale mollare tutto e tornare a occuparsi della propria famiglia, come la consigliera di Hillary Clinton, Anne Marie Slaughter. Oppure l’italiana Alessandra Ferri, che nel 2007 ha lasciato il palcoscenico per dedicarsi a tempo pieno alle sue bambine. Per non parlare di tutte coloro che pensano che non ne valga più la pena, soprattutto nel nostro Paese, viste le discriminazioni che continuano come raccontano i dati sul gender gap.
Statistiche sempre più sconfortanti: l’Italia è 74esima nella parità di genere, peggiorando nel 2011 il dato del 2009 e 90esima per le opportunità di partecipazione alla vita economica. Eppure se per noi è drammaticamente normale essere abituati a questi numeri, il fatto nuovo è che anche altrove le donne sentono di essere sopraffatte.
Come si fa allora a conciliare il lavoro e la famiglia? È possibile farlo, per una donna, o è solo uno dei tanti ideali irrealizzabili?
Dopo aver preso alla lettera il mito contemporaneo secondo cui basterebbe “organizzarsi” e “volerlo” per ottenere tutto, c’è chi, al culmine della carriera, prende atto del fatto che, in quel magnifico tutto,
manca l’essenziale, ossia la semplice e banale evidenza che la vita può anche non essere una corsa affannosa per essere all’altezza di ogni aspettativa. C’è più libertà, ma tutto si è moltiplicato, in un tempo che resta lo stesso.
Il discorso vale anche per gli uomini. Solo che, per loro, il problema continua a porsi in modo diverso. Visto che sono abituati da sempre a contare sulle donne — madre, sorella, moglie o compagna — per conciliare l’inconciliabile. E che quando sacrificano la famiglia al lavoro, trovano sempre chi è pronto ad adularne il narcisismo e a valorizzarne gli sforzi: per un uomo, il sacrificio della vita privata è considerato una prova di grande coraggio e generosità. Al contrario delle donne che, prima o poi, finiscono con l’essere colpevolizzate o col sentirsi inadeguate. Come fa una mamma a non esserci quando i figli hanno bisogno di lei? Vale veramente la pena fare sempre tutto di corsa quando poi non si è nemmeno capaci di godersi tranquillamente un weekend con i propri bambini perché ci si sente troppo in colpa? Nonostante tutte le battaglie femministe degli anni Sessanta e Settanta, sono sempre le donne che, alla fine della giornata, ne devono poi cominciare un’altra fatta di faccende domestiche e spesa, cucina e pannolini da cambiare. E anche quando gli uomini ce la mettono tutta per condividere il peso della quotidianità, il problema di conciliare la carriera professionale e la famiglia è lasciato ancora troppo alle risorse individuali delle donne. Mancano le strutture. Mancano gli aiuti. Mancano i
soldi. Mancano le politiche pubbliche. Ma forse il problema non è solo questo. Non c’è solamente l’assenza di aiuti e l’indifferenza maschile che possono spiegare come mai alcune donne, dopo aver fatto di tutto per occupare posizioni di responsabilità, decidano di mollare tutto. Forse c’è anche e soprattutto l’angoscia di non farcela più a essere sempre e comunque perfette. La frustrazione per tutti quei desideri che non si realizzeranno mai. L’ansia da prestazione.
Se le donne, invece di essere ossessionate dalla necessità di essere sempre e comunque impeccabili, si accontentassero di fare quello che possono, con i mezzi a loro disposizione, forse non avrebbero bisogno di mollare tutto quando non ce la fanno più. Una madre può essere anche solo «sufficientemente buona», come spiega Winnicott. Anzi, è proprio in quel “sufficientemente” che c’è la base per un rapporto equilibrato con i figli. E lo stesso vale naturalmente anche per il lavoro. Dove talvolta basterebbe essere “sufficientemente efficaci”. Senza sentirsi in colpa perché c’è sempre quel qualcosa che non si riesce a fare come si vorrebbe. Ma per questo, bisognerebbe essere capaci di rimettere in discussione non solo la cultura del “you can have it all” (puoi avere tutto), ma anche il culto dell’onnipotenza della volontà. Perché quando si parla della realtà, l’onnipotenza non ha più alcun senso. La realtà è sempre e solo limitata. E i limiti intrinseci del reale, il famoso “principio di realtà” freudiano, impediscono ad ognuno di noi di essere sempre all’altezza delle aspettative altrui, di essere sempre perfetti. Le nostre energie sono limitate. E allora capita di essere stanchi, di sbagliare, di non poterne più. Ecco perché, talvolta, la scelta si impone. Ma proprio perché si impone, conta poco sapere se daremo più spazio al lavoro o alla famiglia. Perché la volta successiva potremo sempre scegliere in modo diverso. Senza che la scelta sia vissuta automaticamente come una sconfitta.

“IL TEMPO MASCHIO. BISOGNA ABBANDONARE IL MITO DELL’ONNIPOTENZA” di MICHELA MARZANO da La Repubblica del 24 ottobre 2012

Annunci

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

5 risposte a “IL TEMPO MASCHIO. BISOGNA ABBANDONARE IL MITO DELL’ONNIPOTENZA” di MICHELA MARZANO da La Repubblica del 24 ottobre 2012

  1. adriano ha detto:

    E’ un problema su cui rifletto da tempo, anche se sono uomo.
    Il problema è ovviamente più grave per la donna: nonostante la tecnologia grava pur sempre su di lei la gestazione della prole.
    L’articolo mi piace soprattutto nella parte in cui descrive la “inadeguatezza”.
    E’ un concetto feroce, è una situazione in cui veniamo sistematicamente pressati in ogni momento della giornata.
    La domanda è: per piacere a chi?
    E quando dico piacere non mi riferisco alle cretinate estetiche cui sacrifichiamo energie e risorse preziose. Penso a tutte quelle cose che devi sempre tenere aggiornate per poter dialogare col mondo circostante.
    E’ davvero tutto necessario?
    Ho cominciato a lavorare negli anni ’60 e ricordo il clima pesante dell’autunno caldo; niente se lo confronto all’aria che tira in certi uffici moderni. Ci hanno diviso e, come ci insegnano gli antichi romani, ci comandano a bacchetta! Anche a prescindere dalla crisi contingente.
    Se non riusciamo a riprenderci il nostro tempo siamo destinati ad un grigio destino.
    Tornando da una breve vacanza a Parigi, un mio amico mi chiese della città. Gli parlai per 15 minuti delle facce dei trentenni/quarantenni sul metrò: occhi vaganti nel vuoto, labbra serrate ed espressione angosciata. Valeva per tutti, studenti, impiegati, operai, ricchi poveri (a giudicare dall’abbigliamento). E’ uno dei miei ricordi più tristi di questo terzo millennio.

    Mi piace

  2. Monica ha detto:

    Un articolo che punta dritto al cuore del problema.
    Noi donne se non ce la facciamo a portare avanti lavoro e famiglia spesso propendiamo per la famiglia perchè è quella che ci offre maggiori soddisfazioni, soprattutto nella figura dei figli.

    Perchè le pari opportunità di cui si continua a parlare rimane un argomento sempre attuale ma a cui non è ad oggi ancora stato posto rimedio. Servono servizi, asili nido, scuole materne, part time o comunque flessibilità oraria. La realtà del mondo del lavoro è molto diversa: pochissimi posti negli asili e a costi spesso proibitivi per giovani coppie, datori di lavoro che velatamente ti fanno capire che se vorrai avere famiglia non farai mai carriera o comunque non sarai mai confermata con contratto a tempo indeterminata….Insomma nel 2012 ancora non è efficacemente garantito nei fatti il sacrosanto diritto alla maternità.

    E non ci sembra giusto. Ma spesso ci tocca fare una scelta difficile e dolorosa.
    Carriera o famiglia? E io dico: tutte e due perchè ancora non si può?

    Mi piace

  3. Danielle ha detto:

    Ottima riflessione! Concordo! ” sufficientemente buona” come madre “sufficientemente efficace” come lavoratrice! “sufficientemente adeguata per il resto” e al diavolo i sensi di colpa ……

    Mi piace

  4. Paolo Benegiamo ha detto:

    Bellissimo, verissimo articolo.

    Mi piace

I commenti sono chiusi.