“La lotta delle generazioni nel Pd In palio «il partito che non c’è»” di PAOLO FRANCHI dal Corriere della Sera del 20 ottobre 2012

Pensare di capire il presente (e figuriamoci il futuro!) solo sulla scorta delle analogie con il passato non porta lontano. Lo aveva spiegato il grande Marc Bloch agli storici comparativisti già nel 1928, la messa in guardia vale pure per i cronisti del 2012. Specie per i più navigati, particolarmente esposti al rischio di adagiarsi nel luogo comune secondo il quale non c’è mai, sotto il sole, niente di nuovo: un rischio tanto più pesante quanto più vengono rappresentate come straordinariamente inedite dinamiche a dir poco antiche.
È il caso del conflitto generazionale che oppone nel Pd (del Pdl è meglio tacere) i quarantenni o quasi ai sessantenni o quasi, in una parola Matteo Renzi a Massimo D’Alema, e in misura diversa, minore, a Walter Veltroni. Una novità assoluta? Non scherziamo. Lasciamo pure da parte le bellissime pagine di Antonio Gramsci sulla «rottura di generazione» tra i giovani e gli anziani e anche le immortali parole di Carlo Maria Cipolla sull’equa distribuzione dei cretini nelle diverse generazioni e classi sociali. Per restare alla storia relativamente recente della sinistra: fu un colloquio tra Giorgio Amendola e Pietro Ingrao, che decisero di rinunciare a contendersi la segreteria del Pci, a spianare la strada a Enrico Berlinguer. All’opposto, fu una (vittoriosa) rivolta di quarantenni quella che andò in scena a Roma, all’hotel Midas, nel luglio del 1976, e portò al potere nel Psi Bettino Craxi, in alleanza con Claudio Signorile e Enrico Manca, rovesciando il non ancora settantenne Francesco De Martino. E fu una (vittoriosa) manovra di quarantenni quella che nella primavera del 1988 scalzò Alessandro Natta, prendendo a spunto un suo malore, dalla segreteria del Pci, per portarvi, in anticipo sul previsto, Achille Occhetto.
Anche allora i leader e i gruppi dirigenti scalzati parlavano assai, specie quelli comunisti, di rinnovamento. Ma sempre specificando che il rinnovamento andava fatto «nella continuità», e che insomma consideravano una loro prerogativa inalienabile quella di decidere, con molta, molta calma, se, quando e, nel caso, con chi «rinnovare». Anche allora quelli che li scalzavano erano portatori di una «discontinuità», e anche di una politica nuova: non sempre chiarissima, ma comunque più dinamica, più spregiudicata, più «moderna». La differenza sostanziale con quel che capita oggi non sta qui. E non è neanche vero che i quarantenni «innovatori» dell’epoca fossero, con i sessantenni «conservatori», molto più rispettosi. Ma non parlavano di «rottamazione», e non solo perché l’orrendo neologismo non era stato ancora coniato, né per le automobili né, quel che è peggio, per gli uomini; o perché la comunicazione politica novecentesca, ignara della Rete e persino dei format, non avvertiva l’urgenza di metterne a punto nemmeno dei blandi sinonimi. L’oggetto della contesa, anche generazionale, era (ovviamente, visto che è di politica che stiamo parlando) il potere o, come si dice, la leadership, e quindi, assieme la linea politica, di un partito. Malridotto, in crisi di identità, dubbioso persino sulle proprie possibilità di sopravvivenza. Ma comunque un partito, e cioè una comunità politica e umana, con le sue magagne, sì, e però con la sua storia, le sue generazioni, i suoi valori condivisi, i suoi codici.
Retorica nostalgica? Ma no: tutte e due le rivolte di quarantenni di cui parliamo furono, o vennero interpretate, come delle congiure di palazzo anche per questo. Né a Occhetto né a Craxi, che pure lo ha introdotto sulla scena politica, sarebbe mai passato per la testa di girare per l’Italia su un camper, figurarsi a D’Alema. Renzi lo fa, e ha ragione a farlo: la platea chiamata a decidere è cambiata, si è fatta infinitamente più ampia (benissimo) ma anche molto più incerta nei suoi effettivi contorni (il che va meno bene, ma di per sé non è un dramma). Solo che non è chiaro, nemmeno alla suddetta, vastissima platea, quale sia, rottamazione a parte, la posta in gioco. Ufficialmente, perché questo è il tema delle primarie, dovrebbe essere la guida della coalizione: e allora si tratterebbe di una contesa curiosissima, perché Renzi e Pier Luigi Bersani pensano a coalizioni diverse. La guida del Pd, allora? Ma il Pd così com’è sarà pure il partito più forte (o meno debole) del Paese. E però i toni stessi dello scontro testimoniano che non ha né una storia né dei valori né dei codici condivisi. In senso stretto, è difficile persino definirlo un partito: quando D’Alema accusa Renzi di voler attaccare, mediante rottamazione, la «tradizione politica» del Pd, nessuno saprebbe dire a quale tradizione si riferisca. Magari sta qui, allora, la differenza sostanziale con il passato. La posta non è tanto la guida di questo partito. Quanto piuttosto, per l’ennesima volta, e confusamente, la natura del partito che non c’è e che (forse) verrà. O dei partiti che (forse) verranno.

“La lotta delle generazioni nel Pd In palio «il partito che non c’è»” di PAOLO FRANCHI dal Corriere della Sera del 20 ottobre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “La lotta delle generazioni nel Pd In palio «il partito che non c’è»” di PAOLO FRANCHI dal Corriere della Sera del 20 ottobre 2012

  1. QuintoStato ha detto:

    Non condivido le conclusioni di Franchi, ma come accade spesso nelle sue analisi sul principale partito del centrosinistra italiano, c’è sempre qualcosa di ragionevole e suggestivo. Per questa ragione propongo il suo commento nella selezione dell’articolo più interessante del Corsera di oggi.

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