“La crisi è il momento della verità: la nostra cultura serve a qualcosa?” di GIAN ARTURO FERRARI dal Corriere della Sera del 18 ottobre 2012

È umano, troppo umano, che al crescere dell’ansia cresca l’urgenza di sapere in che momento preciso se ne potrà uscire. Che ci si aggrappi a un termine, a una data, per dirsi che dopo tutto cambierà o, meglio, che tutto tornerà uguale a prima. «Se vuole avere un futuro — scriveva due giorni fa in un editoriale sul Corriere Ernesto Galli Della Loggia – l’Italia ha bisogno di tornare a credere in se stessa, e per far ciò ha bisogno di ritrovare quel senso e quel ricordo di sé che ha smarrito». Già, quando l’Italia uscirà dalla gabbia? E quando finirà la crisi? Nel 2013. No, nella seconda metà del 2013. Per certo nel 2014. Più precisamente nella seconda metà del 2014. Di sicuro non prima del 2015. O forse nel 2016. E così via, replicando inconsapevolmente il raccontino surreale di Achille Campanile sul congresso dei matematici, dove vinceva (vinceva?) chi riusciva a dire il numero più grosso. Ma forse questa non è una crisi, è qualcosa di molto diverso, di molto più profondo. Il tempo e la storia hanno una loro punteggiatura rigorosa e prendere un nuovo capoverso per una virgola è un errore pericoloso. Forse quel che abbiamo di fronte, e che oscuramente ci spaventa, è la fine di un ciclo, di un’epoca. Il mondo che ora tramonta, sotto la cui legge — la crescita ininterrotta — siamo tutti vissuti, era iniziato attorno alla metà del secolo scorso, quando nel lampo calcinante di Hiroshima e nei fumi di Auschwitz si era consumato il mondo precedente. Era stato quello un mondo incomparabilmente più povero del nostro, violento nella sua essenza, crudele. Un piccolo mondo atroce. Ma nello stesso tempo (e forse non senza un nesso) una delle più alte vette di genio, di invenzione, di bellezza della storia umana, come il quinto secolo ateniese o il Rinascimento italiano. Dappertutto: in arte, scienza, musica, filosofia, letteratura. Il mondo di Kafka, Proust, Joyce, Wittgenstein, Heidegger, Schoenberg, Einstein, Fermi, Freud, Picasso, Klee, Pollock e avanti così in un elenco interminabile. Il sublime nel sangue dei massacri. Sulle sue rovine è nato il nostro mondo, quello che abbiamo sin qui conosciuto, dominato dal ribrezzo per la guerra (quella fredda, per quanto durissima, è rimasta fredda); dall’abbandono delle ardue vette del pensiero per le più agevoli pianure della tecnologia; e soprattutto dalla risoluta volontà di stare meglio, dunque dalla fame di benessere, di prosperità, di ricchezza. Una fame esaudita, quasi miracolosamente e al di là di ogni più rosea aspettativa, aprendo così il periodo più felice, almeno sotto il profilo economico, dell’intiera storia umana. E generando la falsa idea, cioè l’ideologia, che la crescita ci sarebbe sempre stata, sempre maggiore e sempre più accelerata, altro che limiti dello sviluppo! Poi qualcosa si è inceppato e nessuno ci ha mai saputo spiegare bene che cosa. Certo i derivati. E la bolla edilizia americana. E poi i fondi sovrani. Per non parlare della speculazione, specie quella internazionale. Insomma la globalizzazione. Tutto vero, per carità, ma tutto un po’ riduttivo, un po’ tranquillante, come le spiegazioni generiche di certi medici dietro le quali si intravede ben altro. L’ultimo rifugio è il pensiero che la fine è stata annunciata tante altre volte, ma poi non è successo in pratica niente. Nel 1973, con la crisi energetica dopo la guerra del Kippur. Nel 1989, con la caduta del Muro, quando venne incautamente proclamata la fine non solo del comunismo, ma addirittura della storia. Nel 2001, quando, dopo le Torri, fu autorevolmente detto che finiva il mondo di stati sovrani e di confini nato con la pace di Vestfalia del 1648, dunque la bellezza di 353 anni prima. Bisogna dire che di tutte queste catastrofi non abbiamo particolarmente sofferto. Ma questa volta non sarà così facile uscirne. Questo è il momento della verità, il momento di vedere se tutta la nostra cultura, in particolare quella economica, serve a qualcosa, se riesce cioè a spiegare razionalmente e pacatamente, senza drammi ma anche senza pie menzogne, quel che ci sta succedendo. Ed è anche il momento di sapere se avremo la forza di pensare e di creare un nuovo futuro, diverso dalla crescita senza fine in cui ci siamo fin qui illusoriamente cullati.

“La crisi è il momento della verità: la nostra cultura serve a qualcosa?” di GIAN ARTURO FERRARI dal Corriere della Sera del 18 ottobre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “La crisi è il momento della verità: la nostra cultura serve a qualcosa?” di GIAN ARTURO FERRARI dal Corriere della Sera del 18 ottobre 2012

  1. paolo ha detto:

    E’la cultura bellezza! ,
    facile ,troppo facile cavarsela così .
    Buttarla in parte sul” Fiorito “pensiero degli umani che dell’attaccamento alla crescita interrotta della capienza delle proprie tasche è stato il massimo esempio del pensiero forte è un modo per spiegare la situazione , è una parte della nostra storia e ad essa bisogna guardare .
    Tutto quello che manca , ovvero nomi e cognomi ,fatti e misfatti nell’epoca dello spread , lo spiega bene una qualsiasi vignetta di Altan ,con il Cipputi ,che senza fare nomi ,li squaderna tutti , ,sono d’accordo la Cultura serve

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