“La salvezza da chi non vive solo di politica” di Elisabetta Gualmini* da La Stampa del 16 ottobre 2012

Quando si arriva al crepuscolo, gli incubi e i segni si ripetono, ma non del tutti uguali a se stessi. La sindrome che ha portato alla fine della Seconda Repubblica assomiglia implacabile a quella che tracciò l’epilogo della Prima. Eppure ha aspetti sottilmente diversi.

Il diluvio di monete lanciate davanti al Raphaël, i riti di degradazione +dei potenti nei processi, gli arresti cautelari usati come reti a strascico e il tifo per gli inquirenti che le lanciavano ebbero i tratti di un combattimento furioso e aggressivo, verso balene e altri pesci alla deriva. Oggi la riprovazione per la classe politica è altrettanto profonda, ma più diffusa e disincantata. Come allora, la crisi economica e il necessario aumento della pressione fiscale per far fronte a debiti pregressi sono benzina sul fuoco dello scontento. Ma una recessione economica troppo lunga, destinata a lasciare macerie e detriti per diversi anni, oggi rende ancora più odiosa ai cittadini la deriva democratica a cui stiamo assistendo.
Là l’agonia di partiti e di un ceto politico nazionale che, pur travolti da scandali e tangenti, riflettevano ancora un loro distinto profilo ideologico, e rivendicavano di avere commesso «irregolarità» in nome di una qualche «missione». Come non ricordare, la dura autodifesa di Bettino Craxi, in un’aula gremita e silente a Montecitorio, che con la furia del leone ferito si ostinava a spiegare le necessità finanziarie della sua terza via, tra i mastodonti comunista e democristiano, chiamati in correità. O lo smarrimento di Arnaldo Forlani che sembra chiedersi e chiedere «come è potuto capitare a me?» interrogato al processo sulle tangenti Enimont, o ancora il fiero atteggiamento eretto a mito da «non tradisco il Partito e i compagni» di Primo Greganti. Qui lo sbriciolamento di strutture dall’identità più incerta, spesso nelle mani di leader-padroni (come nel forzaleghismo) e avventurieri di borgata. E soprattutto il collasso dei governi regionali. Consigli e giunte a briglie sciolte, che gestiscono flussi incontrollati di risorse. Amministratori dei tesoretti di partito che trasformano i soldi dei contribuenti in case private, lauree farlocche, viaggi esotici e ostriche. In spregio a qualsiasi principio di legalità. Fenomenologia di una politica bulimica e sbracata. Fenomenologia di Batman, pinguedine del corpo che diventa pinguedine della politica. Proprio l’ente che avrebbe dovuto fare meglio del centralismo romano, perché più vicino al territorio, più in grado di intercettare bisogni ed esigenze. Ente che tuttavia ha rivelato fin da subito la sua debolezza. Con burocrazie costose, duplicato di quelle nazionali, con un personale addestrato a seguire liturgie amministrative piuttosto che a risolvere problemi, e un ceto politico che le ricerche ci dicono in larga parte introverso, che ha conquistato un posto al sole a fine carriera.
D’altro canto, come allora, nella riprovazione generalizzata, rischiano di rimanere travolti anche quei virtuosi che, magari remando controcorrente, al centro e in periferia, hanno cercato di fermare il declino e ristabilire la dignità della politica. Il rischio vero è che un clima di questo tipo scoraggi quei pochi o tanti virtuosi fino ad ora disponibili ad impegnarsi, e produca una selezione della classe politica ancora peggiore.
E non sarà certamente l’esibizione di un altro corpo, quello del Grillo nuotatore messianico nello stretto di Messina a salvarci. Non sarà nemmeno la «supplenza dei tecnici», benché il governo Monti ci abbia tirati fuori dal baratro. L’ancora di salvataggio può essere solo l’entrata in campo di una classe politica veramente responsabile, che weberianamente vive, a tempo determinato, per la politica, ma non di politica per tutta la vita. Agli inizi degli Anni Novanta la parola tornò ai cittadini con la spallata referendaria di cui Mario Segni fu l’icona sull’abolizione delle preferenze, l’avvento del collegio uninominale e la promessa reinvenzione dei partiti attraverso le primarie, tentata da alcuni, ma mai veramente mantenuta. Oggi ancora ai cittadini bisogna tornare. Per reinventare i partiti con leader nuovi. Senza i quali – partiti e leader – la democrazia, semplicemente, non sta in piedi.

*Elisabetta Gualmini, docente di Scienza Politica all’Università di Bologna e presidente dell’Istituto Carlo Cattaneo, comincia oggi la collaborazione con «La Stampa»

“La salvezza da chi non vive solo di politica” di Elisabetta Gualmini* da La Stampa del 16 ottobre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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2 risposte a “La salvezza da chi non vive solo di politica” di Elisabetta Gualmini* da La Stampa del 16 ottobre 2012

  1. QuintoStato ha detto:

    Il blog Quinto Stato con questo Post dà il benvenuto sulle pagine di una testata nazionale ad una nuova commentatrice che già si era fatta apprezzare per i suoi commenti sulle pagine bolognesi di Repubblica. Speriamo solo che la prossima volta il titolista de la Stampa attribuisca un titolo più appropriato ai commenti della studiosa (questa volta la scelta è stata infelice e non molto aderente al senso dell’articolo).
    GT

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  2. paolo ha detto:

    Tornare , ritornare, riprendere, ripartire ,quante volte abbiamo letto ,sentito queste paroline e sempre a proposito di delusioni di grandi e micro fratture tra un prima e l’oggi .Ho sempre pensato come tanti che non si ha bisogno dei leader , dei corpi dei capi ,delle icone dei premier e di tutta la fraseologia che con l’accento inglese o americano nasconde la volontà messianica di un uomo solo al comando ,un predestinato un eterno “unto da Dio ”
    Perchè tenere ancora gli occhi chiusi ,semichiusi o rivolti in direzioni totalmente opposte ala vista de quadro ,a ciò che sta dentro la cornice rattoppata del nostro Paese ma non solo del nostro (il disastro economico-sociale colpisce tutta l’europa) perchè vedere solo le macerie .
    Quando si dice “oggi ancora ai cittadini bisogna tornare” si dichiara l’esistenza di decenni di vuoto , come se dalla “spallata referendaria ” in poi i cittadini siano stati in letargo permanente o siano stati abbagliati,accecati tutti indistintamente dalle luccioe artificiali di Arcore , o rintronati dai tuoni dei vulvani finti della Certosa sarda .
    Il conflitto non si è mai arrestato , movimenti, cortei, proteste e proposte , altri meravigliosi referendum sono stati voluti dai cittadini ,osteggati dai partiti (in corso d’pera hanno messo il cappello ) referendum sui Beni Comuni ,l’acqua e non solo ., movimenti contro la globalizzazione ,è di questi tempi la sentenza su G8 di Genova 2001 ., lotte operaie con discese nel sottosuolo o assalti al cielo issati sulle ciminiere , lotte di civiltà dei cittadini disabili , lotte per l’ambiente e contro la cementificazione , lotte contro grandi spese inutili,buone per i profitti delle cricche varie e per i mafiosi .
    Lotte per salvare la scuola ,per il diritto alla cultura ,ai sapere e contro lo sfruttamento del precariato , attendamenti sui tetti e incatenamenti nei cancelli del potere .
    Insooma piccoli coordinamenti di pochi cittadini o grandi movimenti ventennali radicati nel territorio e resistenti come la bella battaglia contro TAV ., sono esempi viventi non dormienti , allora non solo parlare di ritorni ma di continuazione , valorizzazione e ascolto a quello che i cittadini dicono malgrado carote e soprattutto bastone dal Profumo antico del padrone vestito da tecnico.

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