“IL MINISTRO DELL’OSCURITA’. LA METAFORA DEL CIELO BUIO” di ELENA STANCANELLI da La Repubblica dell’11 ottobre 2012

L’OPERAZIONE cieli bui nasconde una doppia insidia. La prima è semplice, reale. Un cielo buio ha bisogno di una terra sicura. Strade dove camminare sereni, senza temere ogni incontro. E le città, nostro malgrado, al buio sono infide. Tanto che ognuno di noi, quasi senza accorgersene, la notte sceglie le vie trafficate e piene di insegne, si ferma a chiacchierare sotto i lampioni. Un cielo buio, in città, non fa apparire le stelle, ma la nostra paura. Ce lo possiamo permettere?Quanto costa la paura rispetto all’elettricità? Tanto, credo. È più difficile da quantificare, ma ha un prezzo. Incide sulla fiducia, la felicità, le relazioni col nostro prossimo sconosciuto. Tutte cose che, sul banco della crisi, sono difficili da contrattare. Ma non per questo non hanno valore. Sempre per quella piccola rabbia che tutti noi coviamo di fronte all’emergenza: d’accordo tutto, d’accordo i sacrifici, d’accordo prendere lezioni dal mondo, ma non per questo dobbiamo smettere di vivere, amare, essere felici. Siamo in crisi, non siamo stati cattivi. Le decisioni prese sulla base di un pericolo, di un allarme, con lo spettro della catastrofe sempre agitato davanti agli occhi, sono spesso grossolane. Dobbiamo essere indulgenti con chi lavora scavando contro il tempo, lo sappiamo. Ed è anche vero che spendiamo per la luce più di tanti altri paesi europei. Ma c’è un confine che non dovrebbe mai essere varcato, ed è quello oltre il quale le persone di colpo mollano, perdono fiducia, si arrendono. È un confine emotivo, difficile da rintracciare. Anche perché l’emotività e l’economia sono quasi un ossimoro. E perché la politica, specie questa politica, sommersa dal presente scarseggia di immaginazione. Allora proviamo a immaginare che cosa sarebbero le nostre città se spegnessimo le luci. Quali dovremmo spegnere, prima di tutto? Di certo non metteremmo al buio i nostri bellissimi monumenti, non lasceremmo a vagare nell’oscurità i turisti del centro. Cominceremmo col togliere qualche lampione nei posti lontani, nelle periferie sconosciute, nel mistero degli appestati che non sanno neanche lamentarsi. Proprio là dove è più difficile gestire le tensioni, dove i taxi neanche ti portano (e poi chi se lo può permettere un taxi, fin laggiù?). Chi sarà a dover decidere cosa far sparire, quale sarà il criterio che dovrà adottare il tenebroso assessore all’oscurità?
Quando eravamo piccoli, i poveri erano quelli dell’est. I pochi che si avventuravano da quel lato del muro tornavano raccontando la miseria tangibile, evidente. E qual era l’evidenza più grande? Il buio. Da una parte c’erano le mille luci di New York, dall’altra gli accrocchi di palazzoni di quell’edilizia
scorbutica e inospitale che chiamavamo sovietica. Quella dei film di Kieslowski, grigia e inaffrontabile, sempre avvolta in una mestizia senza luce. Gente che cammina raso i muri, che si chiude dentro le pareti di casa al tramonto per riuscirne la mattina, ogni giorno più sconfitta. Quando io sono arrivata a Roma, finivano gli anni settanta e con loro il clima violentissimo e insieme mesto dentro il quale eravamo cresciuti. Sedevamo ai tavolini di bar sgangherati e tutti dicevano finalmente, ci siamo ripresi la notte. È andata proprio così, alla fine. Che negli anni a seguire la gente è tornata a uscire, divertirsi, chiacchierare, vedere film all’aperto, passeggiare.
La mia generazione, che ha attraversato il buio, sa bene che cosa accade quando è la paura a prendere il sopravvento, sa che a volte la differenza tra la realtà e una metafora è sottile. Nessun libro, articolo, conferenza, avrà mai la stessa potenza evocativa di una definizione come “anni di piombo”. Sta tutto lì, in quell’aggettivo, il peso di quella stagione. Ed è questa la seconda, meno evidente ma altrettanto pericolosa insidia. L’operazione cieli bui, sinceramente, a cosa fa pensare? C’è davvero qualcuno che riesce a immaginare la luna che brilla sopra il Colosseo, o il grande carro che finalmente fa capolino sopra Torre Spaccata? Sinceramente, l’unica cosa che viene in mente è una città che scompare, e dentro la quale scomparire, nascondersi aspettando che passi. Che passi cosa? La crisi non è un tifone, non è una calamità naturale. La crisi siamo noi. E infatti ci viene chiesto di diventare adulti, lasciar perdere il paese della cuccagna e rimboccarci le maniche. Di saper immaginare una vita a misura di un’economia che si è contratta, di saperci inventare o reinventare, di avere coraggio ed energia. Non nell’attesa che questa cosa, la crisi, passi, ma per fare in modo che passi. Per questo penso che bisogna fare attenzione a non varcare quel confine che dicevo. Non è solo il buio, certo. Molti altri tagli vanno a incidere sulla fiducia e sull’entusiasmo. Gli ospedali, le scuole, la manutenzione delle città… Bisogna, in tutti questi casi, fare attenzione a che la realtà e la metafora non collassino contemporaneamente. Anche il sonno dell’immaginazione, qualche volta,
genera mostri.

“IL MINISTRO DELL’OSCURITA’. LA METAFORA DEL CIELO BUIO” di ELENA STANCANELLI da La Repubblica dell’11 ottobre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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4 risposte a “IL MINISTRO DELL’OSCURITA’. LA METAFORA DEL CIELO BUIO” di ELENA STANCANELLI da La Repubblica dell’11 ottobre 2012

  1. Giuseppe Scarrone ha detto:

    Però, pur ammettendo che i nordici sono un po’ tristi e depressi, come mai con meno luce diurna consumano meno energia, almeno stando ai grafici odierni di Repubblica. Ammettiamo pure che i nostri centri storici e monumenti se li sognano, però la Francia vale più o meno l’Italia e la Germania di più, eppure loro consumano meno.

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  2. sandra paturzo ha detto:

    analisi che sento di condividere in pieno!

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  3. James ha detto:

    Forse si è visto qualche film di Dario Argento di troppo?

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  4. Igor ha detto:

    non è mica necessario stare al buio, basta illuminare meglio e in maniera più efficace. per esempio dirigere il fascio di luce verso il basso.

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