“Il vizio nazionale dell’autoflagellazione” di ARRIGO LEVI dal Corriere della Sera del 10 ottobre 2012

L a vicenda di Taranto sarebbe, secondo l’autorevole commentatore di un autorevole quotidiano, «lo specchio, neanche troppo deformato, del degrado in cui sta precipitando l’Italia»; mentre le carte processuali Tarantini vengono giudicate «documenti di identità… e la faccia di una nazione». Ma siamo davvero ridotti così male?
Me lo chiedo con un certo stringimento. Io non sono convinto che noi stiamo precipitando nel degrado, e cerco di contrapporre, mosso, lo ammetto, da un certo naturale ottimismo, alcuni dati di fatto che mi sembra contraddicano quei categorici giudizi. Siamo pur sempre la seconda potenza industriale europea dopo la Germania, che ha una popolazione molto superiore alla nostra, ma prima di Francia e Inghilterra, che hanno all’incirca le nostre dimensioni. Non siamo bravi soltanto nel calcio: il Nobel per la Fisica non potrà essere assegnato quest’anno (troppo presto per la tradizione), ai ricercatori di Ginevra, in maggioranza italiani e guidati da un’italiana, che hanno «trovato il bosone»; ma certo se lo meritano, sono degni eredi della tradizione dei Fermi e dei Pontecorvo, e presto o tardi anche il Nobel verrà. Come lettore di tanta stampa straniera, prendo atto che il mondo intero continua a lodare la ricchezza ineguagliata del nostro patrimonio artistico e della nostra cultura: i nostri romanzi, a quel che dicono, vendono di più di quelli tedeschi. Ma sembra che l’Italia, così com’è, piaccia agli stranieri; non a noi.
Direi che parlar male dell’Italia è da un po’ di anni una caratteristica degli italiani, e questo è di per sé un fatto preoccupante: anche se non mi sfugge che è almeno in parte legato all’asprezza dei giudizi riguardanti quello che è, da una ventina d’anni, il personaggio più in vista, in Italia e nel mondo, della nostra vita politica. Giusti o sbagliati che siano questi giudizi, non vedo come si possa fare di tutt’erba un fascio, estendendo la condanna a tutto il Paese.
Se guardo indietro nel tempo, mi accorgo che una volta non era così. Non era così quando io iniziavo, dopo la fine della guerra, la mia vita di lavoro. Ci vergognavamo del fascismo e di essere stati fascisti, ma eravamo orgogliosi di come l’Italia antifascista e repubblicana avesse rialzato la testa, si fosse rimboccata le maniche, e avesse meritato riconoscimenti per quello che non soltanto noi, ma tutta l’Europa, chiamava «il miracolo italiano». Il «miracolo» ci ha lasciato una ricca eredità, e non mi sembra che ne siamo indegni.
Sarà perché, al seguito di due presidenti della Repubblica che tutto il mondo ha lodato e loda, ho girato tutta l’Italia, di provincia in provincia; le ho visitate tutte 104, ognuna almeno due volte: nei viaggi di preparazione della visita, e poi col presidente. E ogni volta ho acquisito da varie fonti una ricca documentazione, ho incontrato tutti i prefetti, tutti i vescovi, tutti i sindaci dei capoluoghi, tutti i responsabili delle associazioni industriali o delle Camere di Commercio, tutti i personaggi locali più in vista e tutti gli intellettuali di prestigio di tutte le 104 città.
Ogni volta mi toccava preparare ampie sintesi di queste esperienze, a beneficio del Presidente e dei discorsi che avrebbe dovuto pronunciare durante la visita. Ho anche confrontato le une alle altre le principali categorie dei nostri interlocutori: sindaci, prefetti, vescovi, industriali, sindacalisti, e così di seguito, e sono rimasto a lungo indeciso a quale categoria riconoscere una certa superiorità, con i vescovi e i prefetti quasi sempre in gara per il primato, i sindaci risultando più diseguali nel livello qualitativo.
Sono ancora convinto che io, e alcuni amici che hanno condiviso la mia stessa esperienza, abbiamo acquisito un’immagine dell’Italia più documentata di chiunque altro, scoprendo intatta la ricchezza di cultura, l’operosità e le doti civili delle nostre cento città. Mi dolgo ancora di non aver scritto, alla fine, quel «ritratto vero degli italiani» che emergeva dalla mia singolare esperienza. Certo non ho avuto e non ho dubbi nella convinzione che nessun altro dei diversi Paesi dove ho vissuto, e che ho amato e ammirato, valga più dell’Italia. Ma né i francesi né gli inglesi o i tedeschi, gli americani o i russi, parlano così male del loro Paese come noi italiani del nostro. E non so perché: per me il mistero rimane.

“Il vizio nazionale dell’autoflagellazione” di ARRIGO LEVI dal Corriere della Sera del 10 ottobre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Il vizio nazionale dell’autoflagellazione” di ARRIGO LEVI dal Corriere della Sera del 10 ottobre 2012

  1. Edoardo ha detto:

    E’ solo il grande ottimismo dell’autore che fa cogliere gli aspetti positivi del nostro Paese.Sarebbe lungo ed facile confutare le affermazioni fatte a partire dalla nostra grave decadenza culturale, che si rispecchia sia nelle scelte politiche effettuate, sia nella disperata situazione dei nostri siti culturali. Per non parlare della pochezza della nostra letteratura contemporanea,solo terribilmente intimista ! Ma è evidente che consultando solo le classi dirigenti, per dovere d’ufficio, traspare solo un doveroso ottimismo ! Andate sui territori a parlare con la gente e non giudicate solo per eccezioni positive, la realtà è drammatica !

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