“LE MISURE DI FED E BCE STIMOLI CONTRO LA CRISI” di JOSEPH E. STIGLITZ da LA Repubblica del 9 ottobre 2012

Lo scorso settembre, sulle due rive dell’Atlantico, le banche centrali hanno messo in campo alcune misure straordinarie: mentre negli Usa la Federal Reserve ha varato il “QE3” (la terza dose del
quantitative easing), la Bce ha annunciato che acquisterà i buoni del tesoro dei Paesi membri dell’Eurozona in difficoltà, in quantità illimitata. I mercati hanno reagito con euforia: negli Usa il valore delle azioni ha raggiunto livelli da post-recessione. Tuttavia, tra gli esponenti politici, soprattutto di destra, c’è chi teme che le recenti misure monetarie possano comportare in futuro effetti inflattivi, o incoraggiare i governi ad allentare i freni della spesa.
Ma di fatto, sia l’euforia degli ottimisti sia i timori dei critici sono infondati. In tempi di capacità produttiva fortemente sottoutilizzata, e a fronte di prospettive deprimenti per l’immediato futuro, il rischio di un’impennata dell’inflazione è minimo.
Nelle iniziative della Fed e della Bce, tuttavia, si possono leggere tre messaggi che avrebbero dovuto portare a una tregua sui mercati. Innanzitutto, il riconoscimento che le azioni precedenti non hanno avuto gli effetti desiderati; di fatto le maggiori banche centrali, che sono le principali responsabili della crisi, hanno capacità assai limitate di rimediare agli errori commessi. In secondo luogo, se la Fed ha annunciato che intende mantenere i tassi di interesse a livelli straordinariamente bassi fino alla fine del primo semestre del 2015, evidentemente non si aspetta una ripresa in tempi brevi. Ciò dovrebbe suonare come un avvertimento per l’Europa, la cui economia è oggi assai più debole di quella americana.
Infine, la Fed e la Bce ci dicono che non saranno i mercati da soli a far tornare la piena occupazione in tempi brevi. Servono stimoli. E questa è anche una risposta a chi, in Europa e in America, chiede l’esatto contrario: un crescendo di austerità.
Ma gli stimoli che servono, sulle due rive dell’Atlantico, sono di tipo fiscale. La politica monetaria si è dimostrata inefficace, ed è quindi improbabile che, continuando su questa strada, e rincarando la dose, si possa portare l’economia a una crescita sostenibile.
Nei modelli economici tradizionali l’aumento della liquidità facilita il credito, soprattutto per gli investitori e talora anche per i consumatori, incrementando di conseguenza la domanda e l’occupazione. Ma consideriamo un caso come quello della Spagna, dove masse di denaro sono fuggite dal sistema bancario e continuano a fuggire, nel momento stesso in cui in Europa si favoleggia di un sistema bancario comune. Non sarà dunque col semplice aumento della liquidità, in parallelo con le attuali politiche di austerità, che si otterrà la ripresa dell’economia spagnola.
Dal canto loro, gli Stati Uniti non hanno dato alcun sostegno alle banche minori, che pure hanno un ruolo fondamentale nel finanziamento delle piccole e medie imprese. Non solo sotto la presidenza di George W. Bush, ma anche sotto quella di Obama, il governo federale ha sborsato centinaia di miliardi di dollari per sostenere le megabanche, lasciando fallire centinaia di piccoli istituti di credito, nonostante la loro importanza cruciale per l’economia.
Ma la stretta creditizia non si allenterebbe neppure se le banche fossero in condizioni di salute migliori. Certo, qualche effetto marginale non è da escludere: se il “QE3” provocherà piccole variazioni dei tassi d’interesse, potremo assistere a un lieve aumento degli investimenti. Un temporaneo rialzo delle azioni potrà forse indurre i più benestanti a consumare di più; e qualche proprietario di immobili sarà in grado di rifinanziare il proprio mutuo e potrà contare, grazie alla diminuzione dei ratei, su una maggiore capacità di spesa.
Ma chi dispone di più denaro sa bene quanto siano effimeri gli effetti delle misure temporanee sul valore delle azioni; e quindi non è propenso a scialare.
In circostanze diverse, l’abbassamento del tasso di cambio conseguente alla riduzione dei tassi d’interesse andrebbe a tutto vantaggio degli Stati Uniti, poiché a pagare le spese di una svalutazione competitiva sarebbero i partner commerciali dell’America. Ma a fronte del rallentamento generale dell’economia, e dato che anche in Europa la tendenza è di ridurre i tassi di interesse, i guadagni sarebbero in ogni caso modesti.
Se in Europa il potenziale positivo degli interventi monetari è maggiore, c’è tuttavia anche qui lo stesso rischio di peggiorare le cose. Per placare le ansie sull’eccessiva prodigalità dei governi, il programma della Bce vincola l’acquisto dei titoli di Stato a una serie di condizioni. Ma se si tratterà di ulteriori misure di austerità non accompagnate da significativi alla crescita, l’effetto sarà probabilmente identico a quello di un salasso: il paziente rischierà di morire prima di poter ricevere un buon ricostituente. Oltre tutto, nel timore di perdere la loro sovranità economica, i governi saranno riluttanti a ricorrere agli aiuti della Bce, che può concederli solo su richiesta.
C’è poi un altro rischio per l’Europa: se la Bce si preoccupa troppo dell’inflazione, mentre dal canto suo la Fed si sforza di stimolare l’economia Usa, i differenziali dei tassi d’interesse contribuiranno a rafforzare l’euro, a tutto danno della competitività dell’Europa e delle sue prospettive di sviluppo.
Sia per l’Europa che per l’America, il pericolo oggi è che i politici e i mercati facciano affidamento sulla politica monetaria per rivitalizzare l’economia; mentre purtroppo, al punto in cui siamo, il suo principale effetto è quello di distrarre l’attenzione dalle misure che servirebbero realmente a stimolare la crescita, quali una politica fiscale espansionistica e una serie di riforme del settore finanziario per incentivare il credito.
L’attuale tendenza recessiva, che dura ormai da cinque anni, non sembra destinata a cambiare in tempi brevi. Questo, in due parole, è il messaggio contenuto nelle misure della Fed e della Bce. I leader politici dovrebbero prenderne atto: prima lo faranno e meglio sarà.
Traduzione di Elisabetta Horvat Copyright: Project Syndicate, 2012 http://www.project-syndicate.org

“LE MISURE DI FED E BCE STIMOLI CONTRO LA CRISI” di JOSEPH E. STIGLITZ da LA Repubblica del 9 ottobre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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