“UNA FEDERAZIONE CONTRO LA CRISI” di GIORGIO RUFFOLO e STEFANO SYLOS LABINI da La Repubblica del 5 ottobre 2012

In un precedente articolo abbiamo sottolineato l’importanza che assunsero le decisioni di Reagan e della Thatcher relative alla “liberazione dei movimenti internazionali di capitale”. Come esse rovesciassero nettamente i rapporti di forza tra capitale e lavoro e tra capitalismo e democrazia. Come determinassero per tale via l’insorgere di enormi diseguaglianze economiche e sociali tra capitalisti e lavoratori e cittadini in genere. Come la caduta della domanda che ne sarebbe scaturita fosse stata scongiurata attraverso un’enorme espansione dell’indebitamento privato. Come tale indebitamento venisse continuamente rinnovato rendendo il capitalismo un sistema in cui “i debiti non si pagano mai”. Come la liberazione dei movimenti di capitale portasse verso una crisi che, data l’interdipendenza dei rapporti economici internazionali, si è estesa rapidamente a tutto il mondo.
Per evitare una profonda depressione dell’economia, i governi hanno sostituito debito privato con debito pubblico: a quel punto, avendo compromesso i loro bilanci, sono stati puniti dallo stesso sistema che avevano salvato. Paradossalmente, una crisi provocata dall’indebitamento privato è ricaduta sugli Stati che hanno cercato di contenerla.
In tali condizioni è evidente che l’uscita dalla crisi può essere ottenuta soltanto intervenendo sui fattori di squilibrio che ne sono all’origine. In particolare, vi sono quattro linee d’azione fondamentali.
La prima riguarda il ripristino di un controllo politico dei movimenti di capitale su scala globale.
Si tratta di ricostituire le condizioni che erano state stabilite negli accordi di Bretton Woods: la libertà completa dei movimenti delle merci da una parte e il controllo e la vigilanza sui movimenti di capitale dall’altra. Ciò permetterebbe di riequilibrare i rapporti di forza tra capitalismo e democrazia e tra capitale e lavoro.
La seconda passa per un rilancio della domanda pubblica attraverso un piano di ampia portata per finanziare la ricerca, gli investimenti e le infrastrutture.
La terza linea riguarda una politica dei redditi volta a realizzare una più equa distribuzione delle risorse.
La quarta consiste in una vera integrazione delle economie europee: si dovrebbe passare finalmente dalla enunciazione di esortazioni alla definizione concreta di un percorso di iniziative politiche da attuare entro precisi termini di tempo.
Su questo punto è utile richiamare l’esperienza di uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America: Alexander Hamilton. La guerra d’indipendenza delle colonie dalla corona britannica aveva insegnato ad Hamilton che senza uno Stato continentale prima o poi “qualcuno dei singoli Stati diventerà così potente rispetto agli altri, che avremo tutto il tempo e le opportunità di tagliarci la gola a vicenda”. Per questo la creazione di un potere sovrano continentale al di sopra delle ex-colonie costituì la stella polare dell’azione politica di Hamilton, il quale si rese conto che la Nuova Costituzione rappresentava il mezzo per imporre alle ex-colonie “l’allargamento dell’orbita di governo
sia rispetto alle dimensioni di un singolo Stato, sia rispetto alla unione di più Stati in una confederazione”. L’architrave istituzionale della nuova costruzione federale degli Stati Uniti si fondò sulla costituzione di quattro dipartimenti centrali: Affari esteri, Tesoro, Guerra e Giustizia, alle dirette dipendenze del presidente. La nuova costituzione, lungi dal prevedere l’abolizione dei governi degli Stati, li rese parti costituenti della nuova sovranità statuale, consentendo di essere rappresentati direttamente nel Senato e lasciando loro importanti ed esclusive porzioni di sovranità. Hamilton fu il primo segretario al Tesoro degli Stati Uniti e fece assumere alla Federazione gli ingenti debiti che i singoli Stati avevano accumulato, soprattutto in seguito alla Guerra d’indipendenza dal Regno Unito, salvando così le ex-colonie dalla bancarotta ed emettendo un nuovo debito federale. Questo certamente comportò la perdita dell’autonomia economica di ciascuno stato in favore di un accentramento del bilancio e delle decisioni in materia fiscale. Ma fu l’unico modo per accrescere la solidità finanziaria dei singoli Stati e per creare una vera solidarietà tra di essi.
Qui in Europa siamo ancora molto indietro nella costruzione di un vero stato federale. Gli europei non sono ancora disposti a rinunciare alla sovranità nazionale e, quindi, a fare il salto decisivo da una Confederazione di Stati a una Federazione. Ma senza il trasferimento di sovranità dagli Stati alla Federazione non sarà possibile realizzare un sistema di governo unitario, efficace e potente.

“UNA FEDERAZIONE CONTRO LA CRISI” di GIORGIO RUFFOLO e STEFANO SYLOS LABINI da La Repubblica del 5 ottobre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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