“La protervia dei neocafoni e la saggezza popolare” di GIUSEPPE DE RITA dal Corriere della Sera del 5 ottobre 2012

Forse è giunto il momento di una reazione forte al destino di beceraggine che sembra incombere sulla nostra società, fra le proterve cafonate di gruppo e gli acri sghignazzi di massa. Ma tale reazione, sulla cui esigenza esiste un grande emotivo coinvolgimento, non può restare sulla facile riproposizione di sentimenti e valori di legalità, moralità, trasparenza, merito, talento e bene comune; essi ci nobilitano il cuore e le parole, ma li abbiamo usati fin troppo, riducendoli a inerti chiamate alle armi. Mentre un corpo sociale complesso quale è il nostro ha bisogno, per cambiare, di una più complessa elaborazione di fatti e di interpretazioni.
A tal fine è opportuno cominciare a capire cosa sia avvenuto nella chimica di una società cresciuta negli ultimi decenni in modo mirabolante e che si ritrova spesso marchiata d’infamia, con ondate quasi periodiche di sputtanamento nazionale. Molti indulgono a pensare che potrebbe trattarsi dei gradoni di una infernale discesa verso l’inevitabile disastro antropologico; ma potrebbe trattarsi anche di un processo di ruminazione delle sacche di marginalità che un Paese per secoli povero si porta dentro. Se vale la prima ipotesi, non abbiamo speranza e non ci resta che emigrare; se vale la seconda, vale la pena continuare a ragionare e poi a crescere, socialmente ed economicamente.
In questa meno sconsolante prospettiva è opportuno riguardarle, anche con un po’ di memoria visiva, quelle impressive ondate di declassamento della nostra immagine interna e internazionale: come dimenticare i montaggi fra P38 e pasta asciutta che facevano da copertina ai più influenti periodici stranieri; come dimenticare quell’insieme di faccendieri, «nani e ballerine» con cui si incartò e poi si svilì l’entourage e anche il gruppo più dinamico del craxismo; come dimenticare la quota di impuniti e di veline che hanno consumato i successi elettorali del berlusconismo; come dimenticare la quota di ridicola arroganza dei famigli leghisti, fra ampolle padane e lauree albanesi; e come oggi chiudere gli occhi di fronte alle tragicomiche avventure degli ultimi parvenu arrivati alla politica dalle seconde file del Lazio e di altre regioni. Lo sghignazzo indignato e dolente ci ha avvelenato; negli ultimi anni ma, diciamo la verità, nessuna nazione al mondo avrebbe resistito alla forza di delegittimazione morale e di immagine di queste potenti e ravvicinate ondate di sputtanamento.
C’è però da domandarsi quale sia il motore immobile e ricorrente di queste ondate. A guardar bene, si capisce che esse sono legate all’entrata nel gioco politico e del potere pubblico di gruppi a lungo tenuti in condizioni di marginalità minoritaria ma che una volta «sdoganati» si sono accanitamente volti a recuperare il tempo perduto, senza alcun rispetto umano. Un Paese per secoli povero non passa a essere signorilmente borghese solo perché è diventato agiato; deve necessariamente assorbire ondate di parvenu, di ex poveri che vogliono esprimere anche senza stile la propria coazione alla ricchezza. Così un Paese per secoli senza democrazia, senza dialettica culturale e politica, non passa ad avere rapidamente partecipazione e trasparenza civile; deve assorbire i grumi di un passato (di piazza, di covi, o d’alcove) che dal potere era escluso e poi si è sentito autorizzato a goderne.
La sola speranza è allora quella di andare avanti, di continuare a ruminare e metabolizzare i parvenu, senza cadere nella tentazione di vedere tutto in discesa verso il baratro della beceraggine collettiva. Ogni loro ulteriore ondata (se non ne abbiamo esaurito il giacimento) può essere riassorbita; come, a guardar bene, buona parte delle ondate precedenti l’abbiamo riassorbita, anche con un certo successo reale, nella chimica evolutiva del corpo sociale. Per qualcuno tale dinamica può apparire il frutto di una tragica assuefazione al male, per altri può essere un segnale di fiducia in una società che è nel fondo più sana di quanto oggi si sia costretti a raccontare. Anche con il male, come con la povertà, si può andare oltre, se si è fedeli alla lunga deriva del nostro sviluppo, solo che lo si depuri della pericolosa pastura di spesa pubblica con troppo facilità frequentata da tanti vecchi e nuovi villani rifatti.

“La protervia dei neocafoni e la saggezza popolare” di GIUSEPPE DE RITA dal Corriere della Sera del 5 ottobre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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