La lunga vita dell’autore del secolo breve. Addio Hobsbawm!

Nessuno è riuscito a raccontarmi come lui il Novecento, secolo breve ma intenso, come è stata intensa, certo non breve, la vita di E. J. Hobsbawm, scomparso ieri a 95 anni. Quel Secolo Hobsbawm lo ha attraversato e con le sue contraddizioni ha continuamente dialogato e si è misurato. Voglio ricordarlo parafrasando ciò che il suo amato Marx scriveva a proposito dei filosofi, perché anche gli storici “hanno solo interpretato il mondo in vari modi; ma il punto ora è di cambiarlo”. Al contrario di altri, invece Hobsbawm ha accompagnato la sua passione per la storia con la passione civile e l’aspirazione per una maggiore giustizia sociale, dedicando la sua vita alla speranza che il mondo potesse cambiare in meglio. Quella passione ha generato anche illusioni, ed ha prodotto errori ed orrori, ma ancora oggi quella fame di giustizia sociale non è stata saziata. Sono numerosi gli articoli che oggi lo ricordano sulla stampa italiana. Alcuni molto critici altri eccessivamente elusivi. Propongo di seguito quello che mi è parso più equilibrato, vergato da Massimiliano Panarari. Così terminava l’ultima intervista ad Hobsbawm de La Stampa che riprese anche Quinto Stato lo scorso luglio: «Il comunismo non esiste più. Sono leale alla speranza di una rivoluzione anche se non credo che succederà più. Non so se basta per essere comunista, io sono marxista perché penso che non ci sarà stabilità finché il capitalismo non si trasformerà in qualcosa di irriconoscibile dal capitalismo che conosciamo oggi. E sono leale alla memoria in quello in cui ho creduto e che fu un grande movimento anche in Italia». Nonostante il suo ateismo, io lo saluto lo stesso così: Addio, maestro!
GT


“Il pensiero forte del Secolo breve” di Massimiliano Panarari da Europa del 2 ottobre 2012
Addio Hobsbawm, il marxista che si batté per la libertà intellettuale

Un Grande Vecchio che, come il suo modello (un altro Grande Vecchio), ha segnato indelebilmente la storiografia e il pensiero di un secolo (che lui stesso aveva ribattezzato, con una formula destinata a grande fortuna, il “Secolo breve”). Il secondo Grande Vecchio è, naturalmente, Karl Marx. Il primo, che ha trasferito in maniera non dogmatica alcune delle sue riflessioni alla storiografia, e si è spento da poco (alla veneranda età di 95 anni), presso il londinese Royal Free Hospital, invece, è Eric J. Hobsbawm, uno degli intellettuali più importanti del Novecento, che coi suoi lavori (e la sua poliedricità) ha marchiato in profondità il modo di fare storia politica e delle idee.
Hobsbawm era nato, ad Alessandria d’Egitto, nel 1917, l’anno della bolscevica rivoluzione d’ottobre; decisamente una “buona annata” per chi, come lui, si sarebbe mosso convintamente nel solco della tradizione marxista. Nel ’33 si trasferisce in Gran Bretagna, dove studierà presso il King’s College di Cambridge, entrando a far parte della leggendaria cerchia degli “Apostoli” (uno dei “club intellettuali” più esaltanti del Novecento, che aveva annoverato figure come Russell e Moore e, seppure in posizione meno centrale, anche Wittgenstein), e addottorandosi infine con una tesi sulla Fabian Society (un pilastro del riformismo di sinistra inglese e internazionale).
E poi, a parte gli insegnamenti in alcune università statunitensi, svolgerà quasi tutta la sua carriera accademica presso il Birkbeck College di Londra (che ha anche presieduto). Monumentale la sua opera, che vanta capolavori assoluti come la quadrilogia, terminata nel 1994, composta da L’età della rivoluzione, Il trionfo della borghesia, L’età degli imperi e L’età degli estremi (e che, nelle opere originali in inglese, a sottolineare la continuità dell’impresa storiografica, manteneva sempre la locuzione The Age), il famosissimo volume dedicato a Il Secolo breve e l’avvincente autobiografia Anni interessanti. Tantissimi i suoi libri e sconfinati i suoi interessi, dalla storia economica inglese alle vicende del movimento operaio e anarchico, dalla rivoluzione francese alla deflagrazione dell’Urss, sino alla musica jazz (e, sia pur in misura minore e più episodica, anche quella pop), tutti ambiti indagati all’insegna del filo (letteralmente) rosso del marxismo cui rimase fedele per tutta l’esistenza. Una fedeltà culturale e metodologica, che si tradusse anche in politica, facendogli piovere addosso varie critiche, come in occasione dell’invasione sovietica dell’Ungheria del 1956 che lo vide mantenere saldo il suo legame con il Communist Party britannico.
Hobsbawm, infatti, nutriva una malcelata attrazione per il “dogma” di quello che, all’italiana, potremmo chiamare il centralismo democratico nei processi di decision making interni alle organizzazioni del movimento operaio, anche se, lui per primo, non mancò di contravvenire a esso in nome del principio (e dogma benefico, ancor più irrinunciabile) della libertà intellettuale. Quella su cui si fondava il magistero che irradiò sulla storiografia contemporanea e che, insieme al suo rigore, alla sua serietà nella documentazione e allo spiccato spirito analitico, ne faceva oggetto di ammirazione unanime da parte dei colleghi e del mondo culturale, anche quello collocato su sponde politiche ben lontane, come testimoniano, tra le tante, le parole della star della storiografia (liberal-liberista) Niall Ferguson, che lo reputava alla stregua di una pietra miliare irrinunciabile per chi volesse intraprendere lo studio della storia moderna. Lo ricorderemo per i suoi straordinari libri, e anche per le sue periodizzazioni divenute celeberrime: al “Secolo breve” (che va dal periodo compreso tra le due guerre mondiali al crollo dell’impero sovietico) fa da corollario il “lungo Ottocento” che esordì con la Rivoluzione francese ed ebbe termine nel 1914 della Grande Guerra. Ma se dobbiamo cercare un’etichetta (impresa non agevolissima al cospetto di un intellettuale che aveva voluto sempre forzare gli steccati della stessa ideologia in cui si riconosceva), potremmo scegliere quella di alfiere di un compiuto umanesimo socialista. E di difensore incrollabile e intransigente di una sinistra figlia delle finalità (un po’ troppo teleologiche e automatiche, questo era il problema…) del Progetto moderno, e quindi avversario intransigente del postmodernismo e del relativismo.
Hobsbawm credette che la ragione e la razionalità potessero far capire il senso di marcia della storia, e qui, visto col senno di poi, stavano, al tempo stesso, il suo “pensiero forte” e un punto di debolezza di fronte all’incedere travolgente dell’età liquida e neoliberista. Ma senza l’esercizio della ragione – e qui il grande storico ci vedeva lungo e chiaro – i progressisti si trovano a mal partito e con le armi spuntate, e questa rimane una delle sue lezioni più irrinunciabili.
Hobsbawm, difatti, rimase sempre un marxista non pentito, perché credette in buona fede – pur riconoscendo, in finale di partita, gli errori e gli orrori dell’Unione Sovietica e del suo blocco geopolitico – che da quelle parti potesse scaturire l’alba di un mondo nuovo rispetto alla durezza del capitalismo anglosassone. Ma questa persuasione non gli impedì, per l’appunto, di mostrarsi un instancabile curioso e analista dei pensieri della sinistra differente dalla sua, come mostrano i dialoghi con Giorgio Napolitano (Intervista sul Pci, del ’75) e Jacques Attali. In buona sostanza, acerrimo avversario del revisionismo storiografico, fece circolare aria nuova e regalò un metodo alla sinistra britannica, fondato sull’esigenza della revisione incessante delle idee politiche alla luce del mutamento dei contesti sociali. Ecco perché, dopo essere stato considerato, al debutto degli anni Novanta, come il riferimento intellettuale di Neil Kinnock (con le sue aspirazioni a voltare pagina e a trasformare il Labour), lo stesso Tony Blair, a giudizio di molti, gli dovette tanto. E non sembri un paradosso (e men che meno, un paradosso postmoderno…), perché l’Eric Hobsbawm che scriveva sul New Statesman (anche ricorrendo allo pseudonimo di Francis Newton, il trombettista marxista amico di Billie Holiday) ci ha insegnato il gusto dell’irriverenza intellettuale e il piacere della battaglia delle idee oltre ogni sclerotizzata ortodossia.

“Il pensiero forte del Secolo breve” di Massimiliano Panarari da Europa del 2 ottobre 2012

Annunci

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.