“La lotta contro la corruzione non può durare lo spazio di una legge” di MICHELE SALVATI dal Corriere della Sera del 30 settembre 2012

In un bel libro appena pubblicato da Laterza (Non ci possiamo più permettere uno stato sociale: falso!), Federico Rampini ricorda un articolo uscito con grande evidenza sul Washington Post l’estate scorsa: It’s the culture, stupido, dove le due lingue danno subito l’idea del Paese cui il discorso è rivolto. Il titolo esprime un (pre?)giudizio sempre più diffuso sulle cause del declino economico italiano, sul blocco più che decennale nella crescita della produttività: sono l’illegalità, la delinquenza, l’evasione fiscale, la corruzione, l’inefficienza pubblica, l’assenza di meritocrazia e, all’origine, uno storico difetto di spirito civico. Tutti caratteri che, tollerati e anzi alimentati dalla politica per troppi anni, hanno ingrippato la macchina dell’economia. Non si tratta di un giudizio originale: letterati e storici l’hanno declinato da secoli in molti modi e hanno puntato il dito verso le cause più diverse: l’assenza di una rivoluzione protestante e il predominio del papato, la soggezione di gran parte del territorio italiano a potenze straniere, e altre ancora. Più di recente, economisti, sociologi e politologi, con metodi empirici moderni, hanno dimostrato che il «capitale sociale» (nel nostro caso la presenza di un forte spirito civico) è effettivamente una variabile che ha favorevoli ripercussioni economiche, e la sua assenza assai sfavorevoli: esemplare una ricerca di Robert Putnam, che mostra una forte correlazione tra l’efficienza amministrativa delle Regioni italiane e la presenza, nel loro territorio, di una vivace autonomia comunale durante il Medioevo.
Il problema con questi giudizi non è se siano veri o falsi: l’importanza di un favorevole capitale sociale è accertata al di là di ogni dubbio come è accertato che esso scarseggia nel nostro Paese. È che essi non danno alcun suggerimento su come intervenire in una situazione in cui il capitale sociale, il retaggio storico di atteggiamenti, comportamenti, valutazioni condivise e pratiche diffuse, sono sfavorevoli: come si fa a «cambiare la testa» agli italiani, a trasformarli in finlandesi? Mettiamola sullo scherzo: non possiamo importare una riforma protestante — ammesso che questa sia la causa lontana di un buon capitale sociale oggi — o procurare alle regioni che non l’hanno avuto un Medioevo con una vivace autonomia comunale! Per fortuna Galli della Loggia, nel suo editoriale del 25 settembre, sta su un terreno a noi più vicino, le recenti trasformazioni dei partiti, della politica e della democrazia: «Oggi si ruba perché non c’è nient’altro da fare, perché la politica non riesce a essere e ad animare più nulla». Già, ma come spiegare allora che in Italia si rubava anche ieri, quando c’erano partiti e valori forti: ricordiamo com’è finita la Prima Repubblica? E come spiegare che in altri Paesi si ruba assai meno anche se gli stessi fenomeni di irrilevanza delle pratiche democratiche, di evanescenza delle grandi ideologie, di concentrazione dei partiti sulla pura conquista delle amministrazioni pubbliche si registrano massicciamente anche da loro? No, purtroppo torniamo daccapo, alla maggiore tolleranza per la corruzione e l’illegalità, al minore spirito civico, che la nostra storia, lontana e recente, ci ha lasciato in eredità.
E allora? Dobbiamo rassegnarci che E’ la cultura, stupido e, quando si tratta di cultura, non c’è niente da fare? In un articolo del 15 marzo scorso sul Corriere ho segnalato un caso nazionale di straordinario successo nella lotta alla corruzione e, in un bel saggio su Il Mulino (Un nuovo paradigma contro la corruzione, 2012/3, p. 422), Alberto Vannucci fa capire quanto sia difficile, e però strategico nel caso italiano, un disegno di lotta contro un fenomeno che ammorba il nostro Paese e ne rallenta la crescita. Un disegno perseguito con costanza nel tempo, sul quale non ci siano le penose divisioni partigiane di oggi; un disegno che vada oltre le reazioni, comprensibili ma estemporanee, che da noi accompagnano la scoperta di ogni singolo caso di corruzione politica. Il caso scoperto riguarda una Regione? Aboliamo le Regioni! Riguarda il finanziamento pubblico dei partiti? Aboliamo il finanziamento pubblico! Da qui all’«aboliamo i partiti» il passo non è poi così lungo.
Ovviamente dobbiamo rimettere in sesto il confuso decentramento del nostro Stato; e il finanziamento pubblico della politica è sicuramente eccessivo e privo di controlli efficaci. Ma non è aggredendo singolarmente (e finché dura l’indignazione generata da episodi di illegalità o malcostume) i luoghi in cui la corruzione si manifesta che si sradica un fenomeno così profondo e ramificato. Il denominatore comune di tutte le politiche anticorruzione che si sono rivelate efficaci — da Singapore a Hong Kong alla Georgia, ma anche alla Svezia di metà Ottocento — «è la presenza di una élite politica disposta a investire in questa battaglia grandi risorse di credibilità e di consenso lungo un arco di tempo sufficientemente esteso… Occorre infatti incidere sulle aspettative che indirizzano le scelte di potenziali corruttori e corrotti, accentuando concorrenza, trasparenza e rendicontabilità…, semplificando i processi decisionali, inasprendo controlli e sanzioni…» (Vannucci). Speriamo che la legge oggi in discussione in Senato sia approvata rapidamente: come segnale, è importante. Purché si sia consapevoli che per combattere la corruzione una singola legge non basta, che occorre un indirizzo politico prioritario, che permei per un lungo tempo, al di là del ricambio dei governi, tutte le leggi e gli atti amministrativi. Un indirizzo fatto proprio da una élite politica degna di questo nome.
Se questo indirizzo politico prioritario non c’è, se i partiti non esprimono questa élite, rassegniamoci al giudizio del Washington Post: è la cultura, stupido, e contro storia e cultura non c’è niente da fare.

“La lotta contro la corruzione non può durare lo spazio di una legge” di MICHELE SALVATI dal Corriere della Sera del 30 settembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “La lotta contro la corruzione non può durare lo spazio di una legge” di MICHELE SALVATI dal Corriere della Sera del 30 settembre 2012

  1. Felice CELESTINO ha detto:

    Ammettiamo che Tizio abbia l’incarico di stabilire che un determinato beneficio debba andare a Caio o Sempronio ( entrambi aventi diritto ).
    Se Tizio non è corruttibile,potrebbe dividere equamente il beneficio tra i due contendenti, ma se lo è ,trasformerà il suo potere decisionale in una risorsa e assegnerà il vantaggio al più ” simpatico “.
    Mi sembra così semplice che probabilmente non è vero. Oppure SI ?

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