“Noi che cerchiamo di non vedere la sofferenza” di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI dal Corriere della Sera del 26 settembre 2012

Da anni li troviamo ai semafori dei grandi incroci di tutte le nostre città, senza che ormai nemmeno più tentino di sembrare quello che non sono, lavavetri. Sono loro, gli schiavi dell’elemosina. Professione storpio, è la loro, che più storpio non si può, e noi che passiamo in macchina, sia che allunghiamo la moneta o che chiudiamo i vetri dando un’accelerata, cerchiamo di non guardare per non vedere le loro gambe, quando ci sono, orribilmente — forse appositamente — stortate, i loro piedi, quando ci sono, deformati, i loro moncherini di braccia, di mani, di dita. Per queste loro membra così atrocemente deformate vengono «assunti» o, meglio, ramazzati (cioè venduti dai parenti) nei loro paesi all’Est e importati da noi per essere disseminati ai migliori incroci della Penisola.
Che fossero pedine di un racket, cui è probabilmente destinato il novantanove per cento dei loro poveri incassi d’elemosina, già si sapeva oppure si immaginava. Forse, però, ci si rifiutava di immaginare come e dove vivono questi derelitti, maschi per lo più, di tutte le età, compresi vecchissimi e giovanissimi: praticamente prigionieri, in certi lager dove ci si rifiuterebbe di rinchiudere degli animali. Adesso, dopo gli arresti, si sa ogni cosa con certezza.
Tuttavia, anche sapendo o forse proprio perché sappiamo, quel dubbio rimane: dare o non dare? La maggioranza, così sembra, da un pezzo non dà più, ma se i grandi incroci sono ancora regolarmente piantonati è segno che per gli aguzzini vale sempre la pena piazzarvi le loro infelici pedine, i loro schiavi, anzi, come sarebbe più giusto dire. E sebbene perfino i parroci abbiano sconsigliato l’elemosina per non alimentare il business del racket, la tentazione, l’istinto, forse, di allungare una moneta a quei derelitti estremi, ciononostante resta.
Andrà — sì — quasi tutto ai carcerieri ma se il drappello dei miserabili torna la sera a mani vuote non ci saranno anche botte per loro? Si finisce per dare, allora — sbagliando, si sa — per un resto di pietà che ancora non è morta per assuefazione allo spettacolo della miseria, o anche solo per poter in fretta passare oltre senza più essere costretti a guardare quelle spaventevoli maschere della tragedia umana che si affacciano ai finestrini, che a volte bussano al vetro, che chiedono, supplicano, reclamano.

“Noi che cerchiamo di non vedere la sofferenza” di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI dal Corriere della Sera del 26 settembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Noi che cerchiamo di non vedere la sofferenza” di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI dal Corriere della Sera del 26 settembre 2012

  1. adriano ha detto:

    Empatico commento di una situazione che mette alla frusta la coscienza di noi tutti. Ogni volta che suonano alla mia porta, questi miei fratelli più sfortunati, sono preso da angosce che credevo dimenticate. La fame tremenda del primo dopoguerra, il freddo pungente degli inverni senza stufa, l’acqua che penetrava gocciolando dal tetto: la disperazione della miseria.
    Come fu che venne dissolto quell’incubo?
    Possiamo esportare quella soluzione invece dei Tornado?
    E’ una domanda che mi pongo ma alla quale non so dare una risposta articolata.

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