“SOLIDARIETÀ DI STATO AI TEMPI DELLA CRISI” di MARCO IMARISIO dal Corriere della Sera del 24 settembre 2012

Ci sono momenti che non conta lo spread, non conta Bruxelles.
Il vero lavoro di un governo sulle emergenze comincia quando si spengono i riflettori, e i terremotati costretti a vivere nelle tende sperimentano la solitudine sulla loro pelle. La solidarietà di Stato ai tempi della crisi è una faccenda piuttosto complicata. I cataclismi naturali e i lutti che ne derivano costituiscono anche tragiche variabili a bilanci che ormai non tollerano più spese per definizione «straordinarie».
Sono molti i sindaci di grandi metropoli alle prese con l’asticella del patto di stabilità che vivono con lo sguardo rivolto al cielo.
Ogni temporale, ogni acquazzone è portatore di nuove spese. Che Giove pluvio o chi per esso ce la mandi buona. Purtroppo è questo lo stato delle cose, il cinismo non c’entra.
Eppure noi italiani abbiamo poco da farci insegnare quando c’è da scegliere tra il richiamo del portafogli e quello del cuore. Gli aiuti all’Emilia terremotata confermano la nostra benedetta tendenza a darci una mano. La solidarietà privata, le sottoscrizioni a giornali e televisioni non hanno risentito della crisi, sono in linea con quelle degli anni passati, quando ancora non eravamo entrati, non del tutto almeno, in recessione.
Le istituzioni devono solo adeguarsi a questo esempio che viene dai loro cittadini. Anche perché la reazione al sisma emiliano c’è stata. Ma così non sembra, a giudicare dalla sfiducia che si respira tra gli sfollati, tra gli imprenditori che subito sono tornati al lavoro, con una reazione che se fossimo stati a Londra e non a Modena ci avrebbe spinti ad ammirati peana sul concetto inglese di resilienza. Non possono, a quattro mesi dal terremoto, vivere nell’incertezza. Non possono trascorrere notti insonni chiedendosi se dopo il 30 novembre saranno costretti a pagare tasse normali quando pochi di loro hanno ripreso a produrre come prima.
Ci vuole poco, in fondo, per non restituire l’idea, forse ingiusta, di uno Stato sparagnino quando non dovrebbe esserlo. Basta fare presto, e bene, liberandosi dalle consuete pastoie, da lunghi processi decisionali, senza tergiversare nell’elargizione di denaro promesso, ma non ancora pervenuto. Sono queste le cose che definiscono quel che siamo, quel che vorremmo essere. Una democrazia può anche avere i conti in ordine, ma non può dirsi tale se lascia indietro i suoi soggetti deboli, le vittime. Quelli che hanno bisogno di aiuto. Ora, adesso. Non domani.
Marco Imarisio

“SOLIDARIETÀ DI STATO AI TEMPI DELLA CRISI” di MARCO IMARISIO dal Corriere della Sera del 24 settembre 2012

L’Articolo del Giorno di oggi è in realtà il servizio del giorno e sono gli articoli del Corsera sulla situazione nei territori colpitio dal terremoto
GT

“Sisma, quattro mesi dopo quarantamila sfollati ancora senza sovvenzioni” di Giusi Fasano, Virginia Piccolillo dal Corriere della Sera del 24 settembre 2012

A 4 mesi dal sisma in Emilia sono quarantamila gli sfollati che non hanno ancora ricevuto gli aiuti a cui hanno diritto. Sulla carta sono previsti 9 miliardi di euro per le popolazioni colpite dal terremoto. Ma dopo i cinquanta milioni arrivati nei primi due mesi dell’emergenza, più nulla. Della seconda sovvenzione di 2 miliardi e mezzo è stata stanziata soltanto una prima tranche di 500 milioni, finanziata dalle accise sulla benzina. Una legge passata a luglio ha infine stabilito che dovranno arrivare altri 6 miliardi. Ritardi anche dall’Unione Europea: i 670 milioni previsti a gennaio potrebbero slittare a marzo.
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La ricostruzione ferma quattro mesi dopo Nemmeno un euro agli sfollati Centri storici chiusi, tendopoli e le difficoltà delle imprese di Giusi Fasano
C’è qualcosa di strano nella passeggiata lungo le viuzze del centro storico di Mirandola. Qualcosa di sinistro. Saranno le macerie e le crepe che si vedono ancora qua e là. Oppure saranno le transenne e i ponteggi piazzati ovunque a ricordare pericoli di crolli… Quando gli occhi planano su quel che resta del duomo tutto diventa più chiaro: è il silenzio, quel qualcosa di strano. Un silenzio irreale che fa risuonare il rumore dei passi nell’aria come fossimo in una stanza vuota. Visto dai piedi della Chiesa sventrata di San Francesco o dai mille portoni rinforzati con travi di legno, il cuore di Mirandola è un’enorme stanza vuota.
È uno dei problemi più gravi del dopo terremoto. La ricostruzione dei centri storici sfregiati dalle scosse del 20 e 29 maggio è il capitolo di un libro ancora tutto da scrivere e non c’è nemmeno un segnale che faccia sperare in un’accelerata. «Se andrà bene, ma proprio tanto bene, forse potremo parlare al passato fra cinque anni» azzarda il direttore della Confindustria di Modena Giovanni Messori. Ed è fra i più ottimisti.
«Ricostruzione» per adesso è una parola grossa. Da Cavezzo a Concordia, da Medolla a Finale Emilia, da Camposanto a Cento, la necessità del momento è dare una casa chi vive ancora nelle tende o nelle roulotte prima che arrivi l’inverno. Oppure pagare il promesso contributo per la sistemazione autonoma a chi si è organizzato per conto proprio e ha trovato casa in affitto o si fa ospitare da amici e parenti.
Il fatto è che nessuno ha avuto ancora un solo centesimo. «Io sono viva per miracolo e quindi mi ritengo fortunata» premette Renza Golinelli davanti alla sua casa di Camposanto che è una collezione di crepe. «Sono fortunata anche se alla bell’età di 69 anni, da pensionata, ho cominciato a pagare un affitto di 400 euro più le spese. E ho dovuto pagare anche 300 euro per la recinzione di sicurezza. Nessuno mi ha dato ancora un soldo». Inutile spiegarle che l’ordinanza è stata emessa, che deve pazientare ancora un po’. «Io devo vivere e mangiare adesso» interviene la sua amica Annamaria, pensionata pure lei e alloggiata da amici «dopo venti giorni in una tenda che poteva anche andare, ma se lei avesse visto l’indecenza del bagno…».
Nelle tendopoli il freddo si fa già sentire, soprattutto di notte. Nei dodici Comuni terremotati dell’Emilia ci sono ancora tendopoli aperte per 3.061 sfollati. Altri 88 sono ospiti in un residence e 1.467 vivono in alberghi. Le persone che aspettano il contributo per la sistemazione autonoma programmato dalla Protezione civile sono 39.327.
«Io sto qui dentro con mio marito, i miei due bambini e due cani» annuncia Anna Persino, bidella precaria, casa con danni gravi e marito con lavoro stagionale. Esce dal campo allestito a Rovereto sulla Secchia (frazione di Novi di Modena) perché l’ingresso è vietato ai giornalisti. «La mia famiglia è in una tenda da sola ma c’è gente che vive e dorme sotto quei tetti di tela con perfetti sconosciuti. Una cosa assurda. Chi ci aiuterà se qui ci hanno tolto perfino la cucina? Dicono che non ci sono soldi e ci portano i piatti già pronti che costano meno. I moduli dove dovremo vivere arriveranno a fine dicembre. E comincia a far freddo».
Il sindaco di Novi, Luisa Turci, capisce che «la gente ha ragione, i soldi non sono arrivati». E spiega che «noi siamo i primi ad essere arrabbiati. Ci sarebbe da chiedersi come mai la Protezione civile non ha dato denaro per finanziare le sistemazioni autonome. Lo sta anticipando la Regione… Capisco che nel comune sentire tutti pensino “se non mi danno nemmeno 500-600 euro come faccio a credere che arriveranno i soldi della ricostruzione?”».
Per quattro mesi la parola d’ordine è stata «arrangiarsi». Per tutti, commercio e aziende in testa. L’Emilia che produce l’uno e mezzo per cento del Pil, il polo biomedicale eccellenza di queste zone, il settore tessile, le imprese meccaniche. Tutti a lavorare come si poteva, sotto tensostrutture o in capannoni in prestito, stringendosi nelle fabbriche dei colleghi o emigrando qualche chilometro più in là per rimettere in piedi la fabbrica. Adesso si fa spazio la rabbia, c’è un problema nuovo ogni giorno e cresce la sensazione di essere indietro su tutto. Troppo indietro.
I negozi, per esempio. Non sono ancora pronti (se non in forma improvvisata) i centri commerciali temporanei da mettere in piedi con i container. Né si è visto un euro nemmeno in questo caso. Le promesse parlano di 15 mila euro di risarcimento per chi dovrà comprare un container e pagare gli oneri di urbanizzazione ma per ora i più se la cavano aprendo bottega in un garage, con una bancarella, magari in una cantina oppure online. «Stiamo lavorando con i soldi delle donazioni private» confessa Cristina Ferraguti, assessore alle Attività produttive di Cavezzo. «E per non farci mancare niente abbiamo anche una questione legale che blocca lo sgombero delle macerie dalla piazza centrale». C’è anche questo, nel dopo terremoto: le lungaggini giudiziarie dove ci sono contenziosi aperti o nei luoghi sequestrati perché teatro di feriti e vittime. E poi, ultimo dei problemi in ordine di tempo, si è scoperto che buona parte dei tetti delle aziende danneggiate o crollate sono di Eternit. Dove, come e con quali finanziamenti smaltire quindi le fibre d’amianto cancerogene?
«Ci arrivano ogni giorno segnalazioni di persone che si sentono umiliate perché sono in difficoltà e nessuno le considera» rivela Clarissa Martinelli di Radio Bruno, la più ascoltata dell’Emilia, diventata radio di servizio nei giorni dell’emergenza.
Quattro mesi passati a ricordare che «gli emiliani tengono botta, sempre e comunque» sarà servito. Ma non è bastato e non basta.

@GiusiFasano

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Così le nuove leggi hanno bloccato i 9 miliardi stanziati
Errani: non ci sono bacchette magiche
di Virginia Piccolillo
ROMA — Sulla carta 9 miliardi di euro, ai terremotati poco o nulla. A 4 mesi dal sisma le popolazioni gridano: «Siamo stati dimenticati». È davvero così? O, come dice il presidente dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, «va velocizzata qualche procedure: bacchette magiche non ce ne sono»?
Il primo stanziamento è stato immediato, ma ridotto. Cinquanta milioni di euro, gestiti dalla Protezione civile, per il soccorso e l’assistenza alle popolazioni. Dovevano bastare per i primi due mesi. È l’effetto del dopo Bertolaso. La nuova legge, varata dopo lo scandalo della «Cricca», che fece emergere le criticità di una gestione in deroga, prevede allo scadere dei 60 giorni (in questo caso ricalcolati a partire dal 29 maggio, giorno della seconda scossa) il passaggio dalla fase dell’emergenza a quella del regime ordinario: nella quale a gestire i fondi sono direttamente le Regioni coinvolte, in proporzione ai danni subiti. A seconda dei provvedimenti, per l’Emilia oltre il 90%, la Lombardia per il 4-8%, il Veneto per l’1%.
Il meccanismo ha funzionato? «Problemi ce ne sono stati, malgrado l’impegno del presidente Errani — ammette il capo della Protezione civile Franco Gabrielli —. Ma ritardi e discrasie in questi tempi sono comprensibili».
Il realtà qualche lamentela c’è. Quei 50 milioni di euro sono finiti troppo presto. Addirittura venti giorni prima dello scadere dei 60 giorni. Le amministrazioni locali hanno dovuto provvedere in proprio per riaprire le scuole e mettere in sicurezza edifici pubblici pericolanti. Dovranno rifarsi sul primo stanziamento effettivo. Sono 2 miliardi e mezzo di euro sulla carta. Segnano la fase due, dal soccorso alla ricostruzione. È stata stanziata solo la prima tranche da 500 milioni di euro (finanziata dalle accise sulla benzina).
La promessa di stanziamenti ulteriori, 6 miliardi di euro, è arrivata il 29 maggio, giorno della seconda scossa, che ha raggiunto Vasco Errani sul treno per Palazzo Chigi. È legge da luglio. Prevede un meccanismo per la ricostruzione più snello di quello usato all’Aquila: i danneggiati ottengono il via libera dal Comune, si recano nelle banche convenzionate che, grazie all’anticipo della cassa depositi e prestiti, erogano l’80% della stima del danno, che andrà a credito d’imposta. Un meccanismo «totalmente trasparente», sottolinea Errani, ma che costa 900 milioni di euro in due anni (sottratti ai 2,5 miliardi iniziali che così diventano 1,4).
Annunciati dall’Unione Europea 670 milioni di euro (dovrebbero arrivare a gennaio, ma si teme che slittino a marzo). Attesi anche 100 milioni di euro per la ricerca industriale, 80 milioni di euro dell’Inail per la sicurezza sul lavoro e alcune centinaia di milioni di euro per l’agricoltura.
Errani anticipa: «Stiamo cercando un meccanismo per evitare che da novembre si torni a pagare le tasse. Come è accaduto per altri terremoti la sospensione deve durare di più». E sull’arrivo dei fondi assicura: «I soldi ci sono. Entro poche settimane dovremmo liquidare tutti i Cas, i contributi di autonoma sistemazione. E cerchiamo di accelerare il problema della liquidità per far ripartire la ricostruzione: perché se il problema principale dell’Italia è la crescita, è urgente far ripartire subito una zona che dà il 2,5% del Pil». «Basterebbe un euro» estremizza l’assessore regionale lombardo Carlo Maccari. E spiega: «Non vogliamo 500 milioni subito. Ma chiediamo al governo di attivare questo conto, versando anche lo 0,1%. Così partiamo. Altrimenti la Corte dei Conti non ci dà il via libera. Ma bisogna fare presto. Prima che venga a piovere».

“Sisma, quattro mesi dopo quarantamila sfollati ancora senza sovvenzioni” di Giusi Fasano, Virginia Piccolillo dal Corriere della Sera del 24 settembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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