“L’elettroshock della moralità” di NADIA URBINATI da La Repubblica del 24 settembre 2012

«C’È BISOGNO di un elettroshock», ha detto il segretario del Pd laziale, «di un nuovo grande progetto di ricostruzione, di rigenerare la politica». Da quanto tempo sentiamo ripetere che c’è questo bisogno?
Equanto tempo ancora ci vorrà affinché l’indignazione e le dichiarazioni di principio lascino posto, finalmente, a pratiche politiche alternative? Alternative non perché ci devono portare verso chissà quale città ideale, ma nella forma e nello stile di praticare la politica, con onestà e senso del limite: è questo il “grande progetto” di cui c’è bisogno. L’alternativa è nel modo di concepire la moralità della politica rispetto a quella cinica sufficienza di chi crede che nulla di nuovo ci sia mai sotto il sole. In dosi massicce, questa visione fatalistica e corrosiva della responsabilità ci è stata lasciata in eredità dalla Prima Repubblica e dalla sua fine ingloriosa, per ingigantirsi con gli anni, coprendo come una ragnatela tutto il Paese, da nord a sud, e tutte le generazioni. Né si tratta della sola eredità.
Vale la pena ricordare che la Seconda Repubblica è stata inaugurata dalla decapitazione di quasi un’intera classe dirigente per mano della giustizia penale, non di quella politica. Quella faraonica politica delle grandi opere pubbliche che ha foraggiato ingordi politici e imprenditori senza scrupoli (e che preferivano non rischiare la competizione) non è stata rovesciata nelle sue fondamenta. A cambiare è stata una classe dirigente, non la politica (i tentativi troppo poco incisivi e troppo brevi dei governi Prodi non sono bastati a favorire questo cambiamento). La politica non si è allenata abbastanza nel lavoro dell’autocritica, del ricambio del personale e della riscrittura dei codici morali. E di questa debolezza la Seconda Repubblica si è alimentata. Nuovi tessuti fatti con stoffe riciclate. Stessi disvalori, ma ora coperti dietro il giustizialismo roboante e, questo sì, moralistico. Con l’esito prevedibile che le ragioni che portarono
la vecchia classe politica al collasso non vennero toccate. Enrico Berlinguer parlò di “questione morale” e venne sommerso dalla critica, quasi unanime, di moralismo. La sua morte ha sepolto insieme alla sua denuncia anche la riflessione sulla differenza tra morale e moralismo, sul perché una democrazia non può fare a meno della morale, la quale è basilare e indispensabile consapevolezza della differenza tra il giusto e lo sbagliato, un giudizio che deve poter operare quotidianamente, nel pubblico e nel privato, e senza il quale la giustizia è la ragione del più forte.
La Seconda Repubblica è nata su questa massima. Aggravata dall’arroganza dei nuovi caporali nel voler togliere ogni ostacolo dalla loro strada, prima di tutto quello che aveva fatto saltare la Prima Repubblica, la giustizia. Conosciamo la storia di questi ultimi anni. I governi Berlusconi hanno impostato il loro successo su un attacco durissimo alla magistratura, alla stampa, e a ciò che restava della forma partito. Domare la prima, imbavagliare la seconda, e fare del partito un’azienda. L’antipolitica si è strutturata su questi tre progetti, trampoli sui quali si sono arrampicati i gestori della Seconda Repubblica. Ammini-stratori pubblici che si rivelano lestofanti, enormemente esosi per le finanze sconquassate di un Paese sotto tenda d’ossigeno. La disoccupazione dilagante fa addirittura balenare ad alcuni l’idea di trattare la carriera politica come un lavoro, le cariche elettive come una fonte di stipendio.
C’è bisogno di nuova linfa, di una nuova generazione, di nuove facce… eppure si ha l’impressione che più che un cambiamento si auspichi una rotazione, come a voler a turno approfittare di quegli stessi privilegi. Questa è l’impressione che si ha leggendo delle nefandezze della nuova destra al governo della Regione
Lazio, o che si ebbe leggendo del sistema di corruzione della Lega. Vecchia musica con nuovi orchestrali. Il timore è che come la Prima Repubblica impregnò di sé la Seconda, quest’ultima lasci il suo marchio su quel che verrà; il sospetto è che la proclamata rigenerazione della politica consista in un rinnovato vecchio modo di gestire il potere. A prescindere dall’età dei praticanti.
I cittadini hanno buone ragione di dirsi scettici delle promesse. Scettici delle dichiarazioni di rinnovamento radicale — un proposito che concretamente non si sa proprio in che cosa debba consistere se non nel rispetto, appunto, della legge e delle regole. È sano avere diffidenza in chi opera in nostro nome nelle istituzioni, sano non dare cambiali in bianco a chi si candida con la promessa di promuovere rinnovamenti epocali e fare piazza pulita del vecchio. Anche perché tra i lasciti della Seconda Repubblica vi è come ho detto l’erosione di legittimità dei partiti politici, di quei corpi intermedi capaci di tenere insieme partecipazione e rappresentanza, di impedire che il potere degli eletti diventi quasi assoluto, arbitrario e incontinente. Senza questi strumenti di sorveglianza politica, la diffidenza e l’indignazione sono come grida al vento: muovono l’aria ma non la risanano. Movimenti salvifici non ce ne sono, e nemmeno (per fortuna) uomini della provvidenza. Se di un elettroshock c’è bisogno, questo non potrà che significare ritornare a far parlare i princìpi del nostro vivere civile, la costituzione e le leggi, con la consapevolezza che la differenza tra il giusto e lo sbagliato ha un senso non sofistico e relativo a chi ha potere, e che chi fallisce si deve ritirate. Questa è la moralità della politica, normale e ben poco eroica come si vede; eppure sembra richiedere leader eccezionali e interventi straordinari.

“L’elettroshock della moralità” di NADIA URBINATI da La Repubblica del 24 settembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “L’elettroshock della moralità” di NADIA URBINATI da La Repubblica del 24 settembre 2012

  1. paolo ha detto:

    lapidario perchè non mi pare ci sia niente da aggiungere al quadro e alla cornice di Nadia Urbinati , la parola “elettroshock” mi fa inorridire ,mi chiedo se chi la usa in senso salvifico addirittura “rigenerante” sa in cosa consisteva questa pratica e chi erano le vittime sulle quali veniva usata . donne,uomini addirittura bambini,ragazzi .
    Per finire ,Polverini ha detto dopo dimissioni :adesso dico tutto ! Adesso?

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