“LA DERIVA DEL CAPITALISMO” di GIORGIO RUFFOLO e STEFANO SYLOS LABINI da La Repubblica del 22 settembre 2012

Le mille argomentazioni per spiegare la crisi in cui sono immersi i paesi occidentali da cinque anni a questa parte non ci appaiono molto convincenti e, come ha ricordato Vladimiro Giacché, riportano alla mente le giustificazioni di John Belushi nel film dei Blues Blothers.
Per convincere l’ex fidanzata abbandonata sull’altare a non ammazzarlo, Belushi dice: «Quel giorno finì la benzina. Si bucò un pneumatico. Non avevo i soldi per il taxi! Il mio smoking non era arrivato in tempo dalla tintoria! Era venuto a trovarmi da lontano un amico che non vedevo da anni! Qualcuno mi rubò la macchina! Ci fu un terremoto! Una tremenda inondazione! Un’invasione di cavallette!».
Alle mille spiegazioni della crisi, noi ne aggiungiamo un’altra: la liberazione del movimento dei capitali, che, all’inizio degli anni ’80, pose fine al grande compromesso di Bretton Woods fondato appunto sul divieto di circolazione dei capitali a cui faceva da contrappeso la libertà di circolazione delle merci.
Lo strappo effettuato dai due leader conservatori, Reagan negli Stati Uniti e Thatcher in Inghilterra, determinò un completo rovesciamento dei rapporti di forza sia tra capitale e lavoro, sia tra capitalismo e democrazia poiché creò una condizione di fortissimo vantaggio per le grandi imprese private nei confronti degli stati nazionali. Da quel momento la capacità di intervento dello Stato nell’economia andò incontro ad un drastico ridimensionamento, mentre i lavoratori cominciarono a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive. La liberazione dei capitali rappresentò dunque la mossa decisiva che influenzò l’evoluzione dell’economia mondiale e diede l’avvio alla fase del capitalismo finanziario.
A dire la verità, anche nell’opinione degli economisti classici la libertà dei movimenti di capitale non era stata sempre vista di buon occhio. Un grande pensatore come David Ricardo aveva ammonito sui pericoli inerenti alle loro libere scorribande. I capitali, aveva sostanzialmente osservato, non sono valigie trasportabili indifferentemente da un punto all’altro del
mondo: sono elementi essenziali del contesto sociale il cui spostamento non può non determinare conseguenze rilevanti nella sorte della stessa coesione sociale. Per questi motivi sradicare e trasferire i capitali in qualsiasi parte del mondo senza il consenso della comunità non può essere considerato un comportamento virtuoso.
Ma ci sono anche altre conseguenze molto importanti, poiché si crea un mercato finanziario integrato che consente al capitale di tutto il mondo di entrare in collegamento e di dar luogo “all’internazionale dei capitalisti”, un’élite globale che concentra in sé un potere immenso. L’appello di Karl Marx, “proletari di tutto il mondo unitevi”, si realizza, ma al contrario. I mercati finanziari diventano un’istituzione strutturata e iniziano ad esprimersi come i governi. È ben noto, infatti, che a Wall Street si tengono riunioni periodiche dei capi delle grandi banche e delle società finanziarie che stabiliscono i tassi di interesse e, attraverso le decisioni di investimento o di disinvestimento, possono sfiduciare i governi che attuano politiche economiche non gradite e sono in grado di condizionare il destino di intere popolazioni.
Il mutamento del rapporto di forza tra il capitale e gli altri fattori di produzione da una parte e tra il capitalismo e il governo democratico dall’altra, rappresentano due fattori fondamentali che sono alla radice del processo di finanziarizzazione.
Ma c’è anche un altro motivo, l’enorme concorrenza che si stabilisce dopo la liberazione dei movimenti di capitale tra i capitalismi nazionali e il mercato finanziario internazionale. Questa concorrenza acuisce e aumenta l’importanza del profitto nell’ambito della struttura economica. Nell’impresa i fattori legati al profitto riprendono una posizione dominante e con essi la distribuzione di dividendi agli azionisti e la ricerca continua dell’incremento delle quotazioni
azionarie, indice supremo di efficienza e di forza. I finanzieri conquistano così un ruolo centrale nella gestione delle grandi unità produttive imponendo la loro visione del mondo rappresentata dal guadagno immediato da ottenere con ogni mezzo.
Questa è la situazione che dobbiamo rovesciare se vogliamo realmente uscire dalla crisi. Le recenti decisioni della Banca Centrale Europea sugli interventi “antispread” rappresentano un primo passo importante per ricostruire la sovranità monetaria dell’Unione Europea e per ridimensionare l’influenza della speculazione finanziaria sulle politiche economiche dei paesi in difficoltà. Ormai è evidente a tutti che i mercati finanziari rappresentano un potentissimo amplificatore delle fisiologiche fluttuazioni cicliche poiché innescano dei meccanismi cumulativi che si autoalimentano. Quando c’è crescita i mercati gettano benzina sul fuoco e amplificano l’espansione, ma quando c’è crisi i mercati spingono l’economia verso la depressione. Per questo è necessario fare ben di più: la politica deve tornare a fissare le regole fondamentali dei movimenti di capitale a livello mondiale. Occorre una nuova Bretton Woods, questa volta nel segno di Keynes. Non è una riforma. È una rivoluzione.

“LA DERIVA DEL CAPITALISMO” di GIORGIO RUFFOLO e STEFANO SYLOS LABINI da La Repubblica del 22 settembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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2 risposte a “LA DERIVA DEL CAPITALISMO” di GIORGIO RUFFOLO e STEFANO SYLOS LABINI da La Repubblica del 22 settembre 2012

  1. Felice CELESTINO ha detto:

    Se l’aveva capito Ricardo ( 1800 circa ) ………….

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  2. Luca S. ha detto:

    Come tutti i fenomeni sociali, la crisi non è un fenomeno lineare, ma ha alla sua origine vari fattori. Far risalire la causa della crsi (leggi:decrescita economica) alla liberazione del movimento dei capitali è un po’ semplicistico. In realtà la stessa liberazione del movimento dei capitali (inizio anni ’80) non è stata una deliberata volontà politica (Reagan, poi Thatcher) ma la reazione necessitata dell’economia americana, poi anche europea, all’ingresso di merci e manodopera a basso costo dal Giappone prima e Sud Corea poi (cfr. insediamenti produttivi Toyota in USA dei primi anni ’80 e prima crisi dell’industria automobilistica americana 1979-81). Gli Stati nazionali in Occidente si sono perciò trovati a reagire alla “invasione” straniera e alla contemporanea diminuzione tendenziale della domanda aggregata di beni durevoli (oramai tutte le famiglie avevano già l’auto e il frigo, tanto per esemplificare), mediante forti sovvenzionamenti sia diretti, sia indiretti, alle industrie “parastatali”, che di fatto hanno continuato a lavorare in perdita fino a oggi, se si considerano anche i costi occulti delle sovvenzioni pubbliche.
    Dal canto loro le industrie trainanti di beni durevoli (meccanica, elettronica, etc. ma anche edilizia) in quegli anni dovevano confrontarsi con l’azzeramento della riserva di manodopera interna a basso costo, dovuto sia alla forte sindacalizzazione opeaia, sia ai processi di scolarizzazione e di urbanizzazione della popolazione residfente, sia, come accennato, con la concorrenza estera di merci e di manodopera.
    Pertanto la finanziarizzazione dell’economia è stata la risposta trovata per A) sostenere artificialmente la domanda aggregata e B) sostenere l’indebitamento pubblico mediante strumenti finanziari privi di base economica materiale.
    Ciò ha funzionato perfettamente per tutti gli anni ’80. Poi l’informatizzazione e la rivoluzione informatica degli anni ’90 (era Clinton) sono stati i fattori che, per dirla marxianamente, hanno agito strutturalmente per rivitalizzare un organismo economico ormai tenuto in vita solo artificialmente, come appena visto.
    Infine sono arrivate prima le “tigri asiatiche”, poi il gigante cinese. A questo punto il progredire surrettizio dei nostri PIL ha dovuto cedere di fronte alla realtà della base produttiva che si andava spostando a Est. Ed eccoci così a trovarci, oggigiorno, un po’ più “cinesi” di prima, con i cinesi (ma anche indiani, malesi, vietnamiti etc.) ad essere un po’ più “americani” (quelli degli anni ’60, intendo, che oggi in USA si parla già di neo-proletariato urbano).
    Il buon Marx non muore mai, come è evidente, ma ritorna ciclicamente.
    Se letta dall’esterno, la crisi delle economie occidentali non è altro che una fase del processo di redistribuzione globale della ricchezza, e pertanto non dovremmo dolercene più di tanto. E’ la stessa “civiltà occidentale” che difende l’ugualianza dei diritti umani e l’affrancamento dell’uomo dalla miseria.
    Ma vogliamo una volta tanto essere coerenti con noi stessi, i nostri ideali della Rivoluzione Francese, essere anzi “fieri” di aver “occidentalizzato” il mondo intero ? Oppure, vista la “decrescita” del nostro portafogli, imputare la medesima al capitalismo e alla finanza globale ? Troppo semplicistico, come lo era per Marx vedere il nemico nello “Stato borghese”.
    Troppo, troppo semplicistico.

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