“PERCHÉ DEVE DIMETTERSI” di MASSIMO GIANNINI da La Repubblica del 20 settembre 2012

BASTA guardare le foto della trucida serata in costume al Foro Italico. Quel festino buzzurro, dedicato agli dei dell’Olimpo, è in realtà il penoso Satyricon di una pseudo «classe dirigente» cafona, disonesta e irresponsabile. Quel rito ruffiano e villano riflette le miserie di una certa destra romana e laziale, ma amplifica una certa idea predatoria della politica che domina l’intera scena italiana. In quel rozzo carnasciale capitolino, anche Renata Polverini è ormai una maschera tragicomica. Per questo, neanche lei merita di rimanere al suo posto un minuto di più. La Sprecopoli all’amatriciana che travolge la Regione è uno scandalo infinito.
Magari più triviale nella forma: le tuniche bianche della Magna Grecia e le ostriche da «Pepenero», i villoni zotici al Circeo e le residenze a Tenerife, le escort discinte e i Suv neri. Ma uguale, nella sostanza, a tanti altri esplosi in questi ultimi mesi (da Lusi a Bossi): soldi pubblici per pagare vizi privati. Con un’aggravante in più: di fronte al saccheggio sistematico perpetrato dall’intero gruppo dirigente del glorioso Partito delle Libertà, di tutto si può parlare fuorchè della solita, autoassolutoria «mela marcia».
Nella Gotham City laziale, a fare carne di porco dei fondi di partito, non c’è solo «er Batman» di Anagni. Franco Fiorito, nell’intervista rilasciata ieri a questo giornale, chiama in causa tutto il vertice consiliare, da Miele a Battistoni. L’inchiesta farà il suo corso, la magistratura accerterà le colpe e deciderà le pene. Ma le cifre parlano da sole. Dopo due anni di allegra gestione del «federale» ciociaro, dalle casse del Pdl sono spariti 6 milioni di euro: in cassa ne restano solo 400 mila.
La Regione Lazio è una formidabile macchina macina-soldi e moltiplica-poltrone: 15 assessori, 71 consiglieri regionali, 17 gruppi consiliari, 16 commissioni permanenti, 3 commissioni speciali. I consiglieri laziali percepiscono uno stipendio base, più cinque indennità specifiche, che porta il totale a 13.321 euro al mese: il doppio di quello dei consiglieri lombardi. Il gruppo del presidente della Regione, con solo 13 eletti, incassa 2,6 milioni di rimborsi elettorali dallo Stato.
Ora la governatrice, sommersa dal fango auto-prodotto dal suo quartier generale, costringe la giunta a tagliare del 30 per cento i trasferimenti al Consiglio regionale, a ridurre il numero di commissioni e a limitare il parco delle auto blu. Ma dov’era Polverini in questi anni, mentre il suo avido «inner circle» si distribuiva privilegi, favori e prebende di ogni tipo? Dov’era, mentre i suoi assessori si spartivano vitalizi per 1 milione l’anno, e il suo fotografo personale lucrava dalla Regione contratti da 75 mila euro l’anno? Dov’era, anche lei, se non ai coattissimi Toga Party di Carlo De Romanis?
Tre giorni fa, la governatrice ha avuto comunque il coraggio tardivo di scoperchiare il verminaio di fronte agli italiani. In una drammatica seduta del Consiglio regionale, Polverini ci ha messo finalmente la faccia e ha chiesto scusa ai cittadini. Ha parlato di una enorme «catastrofe politica». Ha evocato un cancro estirpato (il suo, per il quale le dobbiamo i nostri auguri più sinceri) e un cancro da estirpare (il gigantesco malaffare che dilaga nel Pdl e nella sua Giunta). «O si cambia, o si va tutti a casa», ha tuonato con un impeto che finora l’aveva scossa solo in qualche intemperanza rissaiola sulla piazza di Genzano o alla fiera del peperoncino di Rieti.
Ma poi si è fermata lì. Il «cambiamento » tanto invocato non c’è stato per niente. O è stato solo di purissima facciata. Un taglietto qua e là, qualche incarico in meno e qualche macchina di servizio in garage. Niente di più. Così ieri la governatrice ha rilanciato l’ennesimo e ormai grottesco «penultimatum ». «Serve una svolta, o me ne vado». Ma non se n’è andata. Forse non se ne va. Dopo aver legato a suo tempo con Gianfranco Fini e poi «trescato» con Pierferdinando Casini, ora deve discutere niente meno che con Silvio Berlusconi, preoccupato dalle impatto negativo di una sua eventuale uscita di scena sugli equilibri nel partito e sulle prospettive nel Lazio.
È la solita farsa italiana, dove prevale la regola del «tutti colpevoli nessun colpevole». «L’antipolitica siamo noi», ha gridato la governatrice ai suoi, livida di rabbia e indignazione. Giustissimo. Ma allora bisogna trarne qualche doverosa conseguenza, se non si vuole che tutto (sprechi, scandali e guarentigie dell’esecrata Casta) finisca sempre e solo per ingrassare la piena del grillismo o dell’astensionismo.
Ed è anche la solita destra berlusconiana, dove l’impunità è la regola e la responsabilità (oggettiva o soggettiva) non esiste. «Cultura di governo», «nuovo blocco sociale »: quante se ne sono scritte e sentite, in questi anni, sul presunto capolavoro del Cavaliere, capace di far risorgere dalle ceneri della Dc, il «grande partito di massa dei moderati».
Eccoli all’opera, i sedicenti «moderati» del Lazio. Famelici
e cinici. Uniti non dal valore della militanza, ma solo dal colore dei soldi. Un disastro, del quale Polverini non può non portare il peso politico. Non ha mai controllato e comunque non controlla più la sua Giunta e i suoi consiglieri.
E se Fiorito, davanti ai Pm, parla del «sacco della Pisana» come di un vero e proprio «sistema», allora nessuno si può chiamare fuori. Meno che mai chi, consapevole o meno, siede al vertice della cupola affaristica.
Come ci fu ai tempi di Piero Marrazzo (sia pure per ragioni completamente diverse), c’è oggi a maggior ragione un nodo politico che va tagliato, perché non si può più sciogliere. L’unico strumento per farlo sono le dimissioni. Immediate. «Vanno cacciati i mercanti dal Tempio del Pdl», ha urlato sdegnata la governatrice. Esca lei per prima, da quel finto «tempio » trasformato in un postribolo.
m.giannini@repubblica.it

“PERCHÉ DEVE DIMETTERSI” di MASSIMO GIANNINI da La Repubblica del 20 settembre 2012

Annunci

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a “PERCHÉ DEVE DIMETTERSI” di MASSIMO GIANNINI da La Repubblica del 20 settembre 2012

  1. Luigi Ginetti ha detto:

    Suggerisco di leggere il delizioso articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera di oggi: la Polverini ha recitato una sceneggiata per coprire le proprie responsabilità nella partecipazione al festino dei fondi regionali, nella mancanza assoluta di controllo. L’unica cosa vera del suo discorso alla Regione è quando ha asserito con forza – L’antipolitica siamo noi –

    Mi piace

  2. adriano ha detto:

    Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino…

    Mi piace

  3. Felice CELESTINO ha detto:

    Non se ne vanno !N o n s e n e v a n n o .

    Mi piace

I commenti sono chiusi.