“Ma il dileggio non è libertà” di GIAN ENRICO RUSCONI da La Stampa del 20 settembre 2012

Siamo dinanzi ad uno scontro di civiltà mediatico, nelle sue radici, che ci prende di sorpresa. Suona patetica l’affermazione del primo ministro francese Jean-Marc Ayrault: «Se veramente delle persone si sentono offese nelle loro convinzioni e pensano che sono stati calpestati dei diritti, possono rivolgersi ai tribunali».

Con questo argomento il ministro ritiene di rendere non solo legittima ma efficace l’ordinanza che proibisce di manifestare a Parigi contro il film ritenuto anti-islamico.

Ma li vedete voi gli scandalizzati o scalmanati islamici/islamisti che fanno deferente istanza alla magistratura?

Intanto però precauzionalmente lo stesso ministro ha ordinato la chiusura di scuole e ambasciate francesi in 20 paesi dopo la pubblicazione in Francia di nuove caricature di Maometto.

La realtà è che rischia di saltare l’intera nostra civiltà che pretende di fondarsi contemporaneamente sulla libertà di espressione e sul diritto al rispetto delle diversità culturali, religiose innanzitutto. Quando l’espressione di libertà diventa sinonimo di satira offensiva e di dileggio, c’è da attendersi che i soggetti offesi si lascino andare ad una minacciosa intolleranza per ogni forma di critica nei loro riguardi.

In questo modo viene meno ogni possibilità di «discorso pubblico», con la sua razionalità e ragionevolezza, con la sua capacità performativa. La capacità cioè di orientare i comportamenti, non soltanto quelli formali della legge, ma quelli informali che funzionano grazie al buon senso e alla saggezza. La saggezza consiste proprio nel contemperare i principi tra loro in tensione. Senza saggezza, la libertà di espressione e di satira da un lato e il diritto al rispetto dell’integrità del proprio credo religioso dall’altro, entrano in collisione portando diritto al sempre scongiurato «scontro di civiltà».

Questo ora sembra esprimersi attraverso l’esasperazione mediatica da parte di chi provoca e nella risposta violenta di chi si sente vittima. Una violenza reale che tuttavia vive della sua rappresentazione mediatica e mira intenzionalmente alla sua dilatazione.

Il sistema mediatico, ormai fuori da ogni controllo e autocontrollo, sta minando la civiltà della comunicazione di cui siamo (stati) tanto fieri. Se si segue la strada aperta dal film anti-islamico di cui si parla, entriamo definitivamente nell’età della inciviltà della comunicazione.

Girato negli Stati Uniti ma diffuso su Internet, il film all’origine della vicenda è stato prodotto in Occidente, ma non è affatto espressione dell’Occidente. Questo va detto e ripetuto con energia. Continuerà ad essere considerato espressione dell’«Occidente che odia l’Islam», come sostengono gli islamisti arrabbiati, sin tanto che la magistratura (francese), non mostrerà con buoni argomenti che non è affatto così e che l’Occidente ha tutti gli strumenti per risolvere il problema?

Povera civiltà, la nostra, se deve aspettare la sentenza della magistratura per affrontare e risolvere un problema che deve contare sulla saggezza quotidiana dei suoi cittadini, credenti o non credenti.

Invece ciò che colpisce in queste ore è l’eccitazione, un po’ morbosa, per le nuove vignette anti-islamiche e l’attesa di come andrà finire. Come se si trattasse di un ennesimo spettacolo live da guardare, come se non ci coinvolgesse profondamente. Non basta prendere le distanze dai provocatori irresponsabili e dai violenti assassini. Quanto sta accadendo è un segnale che dinanzi all’impazzimento del sistema mediatico è necessario creare un nuovo equilibrio tra i principi della libertà di espressione e del diritto al rispetto dell’integrità del credo religioso. E’ un problema che tocca tutti noi, da vicino.

“Ma il dileggio non è libertà” di GIAN ENRICO RUSCONI da La Stampa del 20 settembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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3 risposte a “Ma il dileggio non è libertà” di GIAN ENRICO RUSCONI da La Stampa del 20 settembre 2012

  1. Erminia ha detto:

    Siamo diventati paesi senza rispetto ,cominciando dal nostro Paese , da noi stessi ed anche verso il nostro stesso credo di Cristiani. Da anni si dileggia in nome della liberta’ di espressione anche la nostra Chiesa ed il nostro Credo. La Chiesa e’ una struttura ,come tutte le altre, ma e’ quella che come una famiglia cerca di portare avanti i nostri valori. La colpa sta nella superficialita’ di tutti, a cominciare dalle Istituzione a continuare alle Dirigenze mediatiche che, quando si e’ dileggiato CRISTO ed il PAPA hanno lasciato fare senza colpo ferire . Simpatiche certe trasmissioni dove una nana sboccata usa parolacce ed espressioni poco adeguate e blasfeme nei confronti di DIO E DEGLI UOMINI ,SUA ESPRESSIONE Dove sono coloro i quali devono difendere i valori di tutti e della dignita’ di ogni pensiero? Si pensa a come difendere gli animali, che pur ci furono affidati dal Creatore, ma poco si pensa a chi vuol difendere valori come famiglia,onesta’ compostezza,e rispetto anche di quel Credo che ha giudato il Mondo fin dalla notte dei tempi . Tutto questo senza bigottismi, certo,ma con rispetto.

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  2. anita ha detto:

    Complimenti signora Erminia, mi conforta la sua lettera, credevo di essere rimasta sola a sostenere che il rispetto non deve essere a senso unico. Dott. Rusconi, dov’è lei quando si calpesta vergognosamente e con piacere la Fede cattolica e le sue espressioni terrene, con scritti, commedie, film. Dott. Rusconi, quanti articoli ha scritto per stigmatizzare le “opere” di Dario Fo, di Romeo Castellucci e, ultima, di Ulrich Seidl?.
    E quando sono i musulmani ad infangare la fede cattolica nessuno si erge a paladino della stessa, anzi se qualcuno ci prova, l’accusa è sempre la stessa: integralismo. Noi cattolici non facciamo paura, non scendiamo in piazza, quindi possono dire di noi tutto lo schifo possibile ed ancora di più.
    Saluti Anita

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    • QuintoStato ha detto:

      30 anni fa, in queste ore, si concludeva la mattanza di Sabra e Shatila. Ricordiamolo, soprattutto in tempi nei quali si ritorna a parlare di scontro di civiltà. Quel massacro insegna anche a noi che non ci sono religioni buone e religioni cattive, ma che tutti dobbiamo lavorare per il dialogo, la cooperazione, l’integrazione, il rispetto reciproco, contro ogni oltranzismo, laico o religioso.

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