“La storia è più lenta delle illusioni” di MIMMO CÁNDITO da La Stampa del 15 settembre 2012

Ma possibile che questa dannata velocizzazione che sta portandosi via il fiato da dentro l’anima del nostro vissuto, possibile che intorbidi davvero il nostro cervello, che ci impedisca ormai di ragionare, di riflettere? Viviamo in affanno, ogni fatto si consuma in un brillìo rapido, leggiamo e cataloghiamo come una folgore ogni fotogramma della Storia, ma non siamo più capaci di seguire pazientemente l’intera sua sequenza. Come scrive Zigmunt Bauman, ormai viviamo schiacciati dentro un tempo puntillistico, ogni punto chiuso in sé, isolato, quindi anche insignificante, debitore insolvente della dimensione del tempo.

Meno di due anni fa, la Primavera araba ci ha incantato e affascinato, vi vedevamo il trionfo dell’illuminismo della nostra civiltà; e davamo per acquisito quello che invece stava appena nascendo. Era stata la Tunisia, a partire; poi era arrivato l’Egitto, poi lo Yemen, il Bahrein, poi la Libia, si muovevano folle in Algeria, in Libano, in Giordania. Sbocciava la democrazia, e una primavera era già diventata estate.

Ci sbagliavamo, certo; proiettavamo sull’altra sponda del Mediterraneo le nostre illusioni. E oggi che anche laggiù le illusioni devono misurarsi con la spigolosità cruda e dura della realtà, allora passiamo subito al nuovo fotogramma, quello del fallimento, della delusione amareggiata, anche del giudizio saccente sulla inferiorità delle altre civiltà. La Primavera che già è morta, perché come si vede dai giornali essa è impossibile a quella latitudine: «quelli» sono arabi.

La Storia è paziente, non ha fretta. Anche la democrazia è paziente, deve esserlo, perché deve conquistare le menti, il costume, il senso comune, le abitudini irriflessive. Ci vuole tempo, e arabi e europei allo stesso modo – pur con le loro incontestabili differenze – devono cedere al Tempo il dominio dello sviluppo delle cose.

Sotto lo stupore disperato del massacro siriano, sotto la nuova insofferenza delle masse egiziane, sotto l’esplodere angoscioso dell’assalto di Bengasi, stiamo già passando al fotogramma del fallimento della Primavera, e abbiamo dimenticato quanta incertezza, quanti turbamenti, quante retromarce, quanta violenza anche, hanno accompagnato la nascita e il consolidamento della democrazia in quei paesi dell’Est europeo che per mezzo secolo avevano fatto da satelliti al sol dell’avvenire sovietico. E abbiamo dimenticato anche quante cronache amare ha dovuto raccontare, e quanto sangue, il lungo rientro alla democrazia delle dittature mediterranee, la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazar, la Grecia dei colonnelli. Anche il nostro stesso paese. Che pur erano tutte, o quasi tutte, società nelle quali il sentimento della libertà individuale aveva comunque radici, un costume, una cultura.

In un suo editoriale di ieri, l’«Economist» scriveva di ciò che sta accadendo dal Mediterraneo al Golfo – come di una «disfunzione araba». Ne elencava doverosamente i fatti tragici di questi ultimi mesi, i morti, le guerre, la violenza; le speranze deluse. Però riconosceva poi che «gran parte del mondo arabo eppure va nella direzione giusta», e questo perché l’analisi non si fermava al fotogramma ma teneva lo sguardo lungo.

Vi è comunque, e conta certamente, un elemento di diversità, tra quanto sta accadendo in questa transizione araba e le transizioni delle democrazie europee. Il fattore religioso. La pace di Westfalia aprì un tempo nuovo in Europa, ma una Westfalia non sta nella mappa del Medio Oriente; l’uso politico della fede religiosa inquina e intorbida i processi di modernizzazione, blocca l’evoluzione laica (liberale, dunque, illuminista) delle società, ne tarda la sedimentazione, appiattendo sui dogmi della fede gli stessi processi identitari «nazionali».

La Primavera araba aveva anche un bisogno collettivo di libertà ma, soprattutto, aveva un bisogno collettivo e individuale di riscatto sociale, di conquista d’una quieta vivibilità economica, della uscita dalla desolazione antica dei «dannati della terra». Di tutto questo, finora si sono avute soltanto parcelle, significative ma alla fine insufficienti: la libertà si è quasi sempre fermata sulla soglia del processo elettorale, e il desiderio di star meglio, di avere un lavoro, una speranza, di farsi finalmente borghesia, si è arenato nella cacciata delle vecchie consorterie di potere. L’elemento identitario della religione è allora apparso a molti il fattore con cui puntare a recuperare la capacità d’incidere su un processo che si stava esaurendo.

E però, ugualmente, continuare a voler aiutare il mondo arabo – la stragrande maggioranza del mondo arabo – nella sua lenta, difficile, costruzione di una società democratica non è soltanto una scelta illuminista; è anche una scelta di Realpolitik. Facciamo i conti di quali vette insostenibili raggiungerebbe il prezzo del petrolio se davvero Israele attaccasse il nucleare iraniano, e comprendiamo subito di come il ragionare con calma, non la velocizzazione, non il puntillismo, aiutino a leggere correttamente la sequenza su cui si dispongono i fotogrammi della Storia.

“La storia è più lenta delle illusioni” di MIMMO CÁNDITO da La Stampa del 15 settembre 2012

Annunci

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a “La storia è più lenta delle illusioni” di MIMMO CÁNDITO da La Stampa del 15 settembre 2012

  1. paolo ha detto:

    Le “parole chiave” secondo me :

    “La Primavera araba aveva anche un bisogno collettivo di libertà ma, soprattutto, aveva un bisogno collettivo e individuale di riscatto sociale, di conquista d’una quieta vivibilità economica, della uscita dalla desolazione antica dei «dannati della terra». Di tutto questo, finora si sono avute soltanto parcelle, significative ma alla fine insufficienti: la libertà si è quasi sempre fermata sulla soglia del processo elettorale, e il desiderio di star meglio, di avere un lavoro, una speranza, di farsi finalmente borghesia, si è arenato nella cacciata delle vecchie consorterie di potere. L’elemento identitario della religione è allora apparso a molti il fattore con cui puntare a recuperare la capacità d’incidere su un processo che si stava esaurendo”

    “E oggi che anche laggiù le illusioni devono misurarsi con la spigolosità cruda e dura della realtà, allora passiamo subito al nuovo fotogramma, quello del fallimento, della delusione amareggiata, anche del giudizio saccente sulla inferiorità delle altre civiltà. La Primavera che già è morta, perché come si vede dai giornali essa è impossibile a quella latitudine: «quelli» sono arabi.”

    si rifletta su questo e aiuterà verso l’autoconsapevolezza

    Mi piace

I commenti sono chiusi.