“Quegli operai con il volto nascosto e l’elmetto Cgil” di ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 10 settembre 2012

LA FOTOGRAFIA, quella o una simile, l’avete vista tutti ieri sui giornali. Ci sono i tre operai dell’Alcoa all’interno della piccola tenda nella quale hanno trascorso 4 giorni (e notti, soprattutto) a 66 metri di altezza, sopra una vecchia torre cisterna. Indossano le tute da lavoro. Hanno i visi coperti da passamontagna neri, come quelli dei Nocs (non so voi: io ho appreso solo in questa circostanza che si chiamano mephisto) o dei banditi. E poiché hanno inalberato uno striscione che dice: DI-SPOSTI A TUTTO, qualcuno ha pensato di assistere a una versione inedita di passaggio alla clandestinità, condotto sotto tutti i riflettori. Che cosa vogliono dire quei passamontagna neri? Loro sapranno spiegarlo, noi spettatori distanti intanto possiamo chiederci che cosa dicono a noi. E prima di tutto che in quel travisamento non c’è niente che faccia credere a un’intenzione di mascherare il proposito di delitti imminenti. Chi siano quei tre lavoratori lo sanno benissimo i loro compagni, la polizia, i giornalisti e chiunque voglia saperlo. Dunque non sono la pattuglia d’avanguardia di una nuova genia di clandestini armati.
Se non ci si accontenta di guardare le facce coperte, si resterà colpiti subito dopo dal fatto che quei lavoratori in lotta hanno scelto anche di tenere in testa i caschi di sicurezza, e su un casco si legge distintamente, accanto alla sigla dell’Alcoa, quella della Cgil. Vorrà dire qualcosa anche questa combinazione di una scelta estrema – non nel vecchio senso dell’estremismo politico, ma in quello della messa in gioco della propria incolumità e della vita stessa – e della rivendicazione di un’appartenenza sindacale. Non importa che la Cgil approvi o no, o dica di approvare e in realtà tema sommamente, o chissà che altro, una simile forma di lotta: la Cgil è anche quell’operaio a 66 metri, e lui l’ha fatta figurare nella stessa fotografia del passamontagna e delle mani conserte, chiuse in attesa di qualcosa.
Dice forse, quella fotografia, che i tre e i tanti loro compagni che li stanno aspettando a terra, sono davvero “disposti a tutto”, e al tempo stesso che sono persone normali, che lavorano e credono nella dignità – nell’“onore”, hanno detto – del lavoro. Dice forse che a furia di essere trattati da invisibili (“invisibili”, già si definivano così anche gli operai dell’Ilva, e anche i cittadini dei Tamburi, prima che si accendessero le luci) si rendono deliberatamente
invisibili, così che chi guarda sia finalmente costretto a chiedersi che faccia abbiano. Dice forse che si sta facendo retrocedere a tappe forzate la classe operaia agli stadi dai quali uscì lentamente e a un prezzo di sangue, i fuorilegge che diventarono operai agli operai che si vogliono far tornare fuorilegge. Dice che non si tratta della messinscena, né di un modo drammatico di partecipare dell’universale aspirazione ai riflettori, ma di una vera tragedia. Uno dei tre che tiene sul viso il passamontagna come per dichiararsi uguale agli altri, a innumerevoli altri, nel Sulcis e molto più lontano, ha rischiato davvero su quella torre e ancora ieri, alla partenza ennesima per una piazza di Roma. «Chiamaci disperati », hanno detto a Paolo Berizzi, che sta raccontando qui la loro vicissitudine. “Disperato 1”, “Disperato 2”, “Disperato 3”: a che numero si fermerebbe questa nomenclatura, anche solo per la Sardegna? Chi guardi poco meno che distrattamente quella fotografia rinuncerà subito a vederci un annuncio di violenza oscura, e proverà un moto forte di solidarietà e di simpatia per quel quarto stato che vuole continuare ad andare a testa alta. Ma bisogna andare avanti, nella riflessione e nelle sue conseguenze. Cominciò qualche anno fa, un genere di ricorso a forme di lotta che richiamassero spettacolarmente l’attenzione, e qualcuno, per sciocchezza o per zelo combattivo, proclamò che stava facendosi strada un nuovo modo di lottare, corrispondente alle condizioni nuovissime della società: gli immigrati senza nome e senza polpastrelli, i precari istruiti, colti, impegnati e buttati via. La lotta cominciò ad arrampicarsi sui tetti, seguita dalle telecamere. Provai a dire allora, solo per cognizione di causa, che quelle nuove iniziative erano anche una estensione sociale di altre vecchissime, come quelle dei detenuti. Che i detenuti anche loro, ormai tanto tempo fa, avevano scoperto di poter lottare, ma che per loro le vie d’uscita orizzontali erano sbarrate, e però, oltre che scavar cunicoli col cucchiaio, potevano salire sui tetti, e guardare finalmente il cielo e farsi guardare da terra. Sventolavano lenzuoli, avevano i torsi nudi, tenevano un fazzoletto sul viso – anche allora, non perché pensassero di diventare irriconoscibili.
Una frontiera molto sottile separa la scelta nonviolenta di testimoniare con il proprio corpo dalla necessità disperata di usare la sofferenza del proprio corpo perché non resta altro. L’autolesionismo è affare quotidiano delle galere, decine di migliaia di detenuti si tagliano le vene ogni anno, e i dati finiscono nelle statistiche non lette del ministero della Giustizia. L’altro giorno, quando ho visto un minatore della Carbosulcis tirare fuori il temperino e tagliarsi davanti a compagni e telecamere, un uomo lucido ed esperto, un capo operaio, ho riconosciuto un gesto visto tante volte. Quel capo operaio aveva messo insieme a suo modo cose inconciliabili, come il casco con la sigla sindacale e il passamontagna. I lavoratori si battono oggi come detenuti in un carcere, come autoreclusi in un fondo di miniera minato: c’è di che interrogarsi, no? Giorni fa un commento di Di Vico sul Corriere notava come le “forme estreme” di lotta “taglino fuori” i sindacati, che ne devono essere preoccupati. Vorrei prendere la cosa dall’altro capo, e dire che i sindacati debbano allarmarsi all’estremo di “tagliare fuori” forme di lotta che non sono più collettive alla vecchia maniera, ma non sono nemmeno “individualiste”. E che mostrano, se ancora se ne dubitasse, come sia andata svanendo la distinzione, e ancor più l’opposizione, fra lavoratori “garantiti” e precari. Andare a testa alta, è il programma comune. Ora si dice: “Metterci la faccia”, non è granché, spesso chi lo dice ha una faccia impresentabile. Quanto a perdere la faccia, non saprei riconoscere in una fotografia la fisionomia e l’abbigliamento di uno solo dei padroni multinazionali dell’Alcoa, né di chi ha trattato con loro le tariffe elettriche agevolate, eccetera. A loro modo, sono felicemente invisibili.

“Quegli operai con il volto nascosto e l’elmetto Cgil” di ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 10 settembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Quegli operai con il volto nascosto e l’elmetto Cgil” di ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 10 settembre 2012

  1. paolo ha detto:

    Caro Adriano ,ci ritroviamo ,nel senso che da molto tempo pur apprezzando i tuoi scritti ( mi riferisco agli articoli ,i libri sempre belli) non condividevo abbastanza perchè mancava quello che invece trovo in questo pezzo ,.
    Mettiamoci la faccia si tutti ualla di lotta,di allegria,di impegno e partecipazione attiva,per gli invisibili dell’Alcoa e per tutti gli invisibili non certo per quelli che : “Quanto a perdere la faccia, non saprei riconoscere in una fotografia la fisionomia e l’abbigliamento di uno solo dei padroni multinazionali dell’Alcoa, né di chi ha trattato con loro le tariffe elettriche agevolate, eccetera. A loro modo, sono felicemente invisibili.”
    la CGIL ne tenga conto ,e NON TAGLINO FUORI , oggi a Roma con operai Alcoa

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