“QUELLA FEDE INCRINATA” di MICHELE SERRA da La Repubblica dell’8 settembre 2012

FARSI infilzare da un “fuori onda” (vecchio colpo basso di un vecchio medium come la tivù) è, per un grillino, il classico colmo: come per un astronauta avere un incidente di motorino. La forza (e/o la presunzione) delle Cinque Stelle, infatti, sta soprattutto nell’idea di appartenere a una cultura mediatico-politica superiore. Nella convinzione che il web consenta di bypassare qualunque altra forma di mediazione e di comunicazione.
Per usare le parole di Beppe Grillo, con il web «le persone sono al centro di ogni processo, e le intermediazioni economiche e politiche sono soppresse». È (anche) per questo che Grillo non gradisce che i suoi compagni di avventura vadano in tivù: perché ritiene di avere trasferito in una dimensione molto più evoluta — appunto il web — ogni forma di relazione “economica e politica”. Il resto, come ripete spesso, è vecchio, è morto, è inutile ma soprattutto è inaffidabile. Perché, come spiega l’ideologo delle Cinque Stelle Gianroberto Casaleggio, «fino a qualche anno fa le relazioni tra persone, oggetti ed eventi erano attribuite al caso. La vita e l’evoluzione delle reti segue invece leggi precise, e la conoscenza di queste regole ci permette di utilizzare le reti a nostro vantaggio». Traduzione: in tivù si soggiace alle regole del caso. Sul web, trionfa l’intelligenza umana.
Lo sfortunato consigliere regionale Giovanni Favia, non bastandogli la sola “vita nova” che la rete dona a chi vi trasmigra (lasciandosi alle spalle il nostro farraginoso mondo, con tutti i suoi equivoci), ha voluto fare un passo indietro, tornando a precedenti e più rudimentali forme di vita come la televisione. Ci è rimasto intrappolato; ma quel che è peggio, si è lasciato sfuggire sostanziosi dubbi sulla sua nuova dimensione di appartenenza. Il più devastante dei quali è che «la conoscenza delle regole del web» (Casaleggio) ne consenta un uso manipolatore. Ad opera «di una mente freddissima, molto acculturata e molto intelligente, che di organizzazione, di dinamiche umane, di politica se ne intende». E aggiungendo quella che, nei suoi paraggi, è la più terribile delle bestemmie: «Io non ci credo, alle votazioni on line».
Il giorno dopo, ovviamente sul web, il Favia cliccante ha parzialmente smentito il Favia parlante, definendo «sfogo infelice» la sua
tirata, un po’ come avrebbe fatto un politico vecchio stile, a dimostrazione di quanto sia difficile, per tutti, cambiare registro, ed essere finalmente e definitivamente «nuovi». Resta il sapore, abbastanza indefinibile, di un «incidente politico» che, in realtà, va a toccare sfere, e pratiche, e credenze che non sono tutte interpretabili con il metro della politica. C’è un’idea salvifica (quasi religiosa) del web, non più e non più soltanto prodigiosa innovazione tecnologica, ma strumento di vera e propria palingenesi sociale che riesce a «mettere al centro la persona» superando (anzi «sopprimendo », scrive Grillo) ogni precedente forma di «intermediazione economica e politica». La macchinosa, spesso indecente crisi delle vecchie forme di rappresentanza risolta da un medium che, lui sì, è finalmente il messaggio, è la Rivelazione.
A sentire la voce dal sen sfuggita al giovane Favia, l’architetto di Cinque Stelle Casaleggio assomiglierebbe più a Ron Hubbard (il guru dei Dianetici) che a Marcello Dell’Utri o a qualunque altra eminenza grigia della vecchia politica. Ma è un’interpretazione malevola e facile che va lasciata ai blogger d’assalto. Più del fanatismo, è l’ingenuità che colpisce: l’idea semi-folle che un processo complicatissimo come la democrazia possa d’un tratto sustanziarsi in rete non fa paura, fa soprattutto tenerezza, tanto profondo è l’equivoco tra le facoltà enormi che la rete aggiunge alla vita umana, e una sua presunta possibilità di redimere la società da ogni imperfezione.
Lasciando sbollire le grida (pro e contro) sul web e altrove, sarebbe interessante e utile che le tante persone appassionate di politica (non certo di antipolitica) che si riconoscono in quel movimento valutassero, insieme ai tanti pregi, i rischi concreti (anche di manipolazione) che non il web, ma «l’ideologia del web» porta con sé: dal vantaggio quasi «strutturale » che concede alle opinioni poco ponderate alle tentazioni di assemblearismo un tanto al chilo, anzi al gigabyte, che non solo non mettono «al centro la persona», ma la rendono più dipendente e più suggestionabile, davanti al video o al tablet, della casalinga di Voghera davanti alla tivù.

“QUELLA FEDE INCRINATA” di MICHELE SERRA da La Repubblica dell’8 settembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “QUELLA FEDE INCRINATA” di MICHELE SERRA da La Repubblica dell’8 settembre 2012

  1. Roel ha detto:

    Può essere pur vero che il web non è tutto, ma è anche vero che gli altri strumenti di comunicazione sono stati e sono ampiamente “lottizzati”. Se Grillo continua a crescere in una realtà dove l’antipolitica e il dissenso ha raggiunto il 50% di astensionismo, vuol dire che Internet è un ottimo canale di comunicazione e informazione. La stessa cosa si sta verificando con Renzi. C’è da augurarsi che non si farà strada la corrente degli imbavagliatori.

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