“Il merito è la rivoluzione” di Antonio Preiti da Qualcosa di Riformista (n. 74 del 4 settembre 2012)

E’ raro trovare una parola che contenga in se’ tanta ambiguità e ipocrisia, come il merito: è qualcosa su cui non troverete mai nessuno apertamente contrario. E’ un po’ come fare un referendum sulla bontà: chi voterebbe per averne di meno? Allo stesso tempo, il merito, se davvero e coerentemente inteso, è la vera rivoluzione che l’Italia aspetta. Perché? Prima di cercare una risposta, è necessaria una digressione. Com’è che il merito è sempre stato guardato con sospetto dalla sinistra? Quali sono le radici di questa inclinazione? La risposta è semplice: un tempo la scuola era di censo (un po’ lo sta tornando a essere, ma lasciamo questo argomento adesso) e perciò sapere e ricchezza andavano a braccetto. Sicché porre barriere derivanti, ad esempio, dal titolo di studio, di fatto penalizzava coloro che non avevano una istruzione superiore.

Oggi molta gente talentuosa non arriva a ricoprire posti di responsabilità, al contrario, perché il sapere non basta, ci vogliono i network familiari, politici, ecc. per riuscire ad arrivare a posizioni di effettivo potere e responsabilità. C’è una “prima società” formata dalla sedimentazione delle appartenenze familiari, delle grandi ricchezze, delle reti amicali di alto livello che si divide, per quanto possibile, tutto il potere disponibile. Naturalmente anche lì c’è gente talentuosa, ma insomma non è questa la caratteristica che prevale, se non in termini relativi. C’è una “seconda società”, senza network, ma con solo il talento e questa seconda società non ha, se non con alcune eccezioni, accesso ai posti di maggiore responsabilità.

Allora la domanda è: se è di sinistra chi difende lo status quo (che privilegia i privilegiati di censo) pur di non ammettere che il merito debba essere il criterio fondamentale nelle attribuzioni di incarichi, o se non sia davvero di sinistra chi, sposando definitivamente il merito, sa che la sua adozione coerente e senza deroghe, porta allo scardinamento proprio di quei network fondati sul censo?

Se l’accesso alle professioni è ostacolato o negato dagli ordini professionali, dalle normative che impediscono semplicemente di operare (la moltiplicazione degli albi per esercitare anche professioni di nessun rilievo pubblico, ad esempio), dal meccanismo di cooptazione che vige, di fatto, in tante professioni, questo come può essere valutato “di sinistra”? E’ evidente che merito e liberalizzazioni sono due facce della stessa medaglia: se non c’è liberalizzazione il merito non si può esprimere appieno e il modo migliore per impedire il merito è mantenere i meccanismi di cooptazione di casta.

L’obiezione numero due che viene fatta al merito: è riferita al destino di chi perde. Insomma, si dice, se facciamo il campionato poi che succede a chi perde? Naturalmente una società coesa pensa anche a chi perde. Ma non si può accettare che per paura di un liberismo (immaginato, chissà perché, solo “selvaggio”) si mantengano le cose come stanno in cui pochi (i soliti) vincono e tutti gli altri perdono. (Poi ci si chiede quale sia nel mondo il paese del liberismo selvaggio: se pensano agli Stati Uniti, non so se lì fosse possibile la telenovela dei Ligrestos…).

Se si evita che chi lavora nel pubblico sia giudicato (dagli utenti); se si evita di selezionare scuole, università, ospedali e si preferisce tagliare con criteri che non investono mai la sostanza dei problemi e della qualità del lavoro dei singoli o di singole strutture; se si evita di creare mercato dove ci sono solo monopoli; se si evita insomma che il paese si muova, che le élite siano giudicate da altri se non dal loro stesse; di fatto si evita che accada il nuovo.

Il coraggio della sinistra oggi è abbracciare il merito, perché solo il merito può scardinare la conservazione inefficiente, perché solo un criterio oggettivo come il merito può scalfire e legittimare moralmente il ricambio della classe dirigente. Non è cambiando la tessera che si cambia la classe dirigente, ma il cambiamento vero c’è solo quando cambia il criterio della selezione della classe dirigente e l’appartenenza non è mai un buon criterio.

Per altro l’Italia è proprio nella situazione critica di un paese che declina fondamentalmente per l’incapacità complessiva della classe dirigente pubblica. Se qualcuno ha un criterio migliore e più di sinistra del merito, si faccia avanti.

*Economista. Direttore ricerca Censis. Laurea in Scienze Economiche, Master in Economia dello Sviluppo. E’ stato direttore APT Firenze e Rel. internazionali Comune Firenze; docente Luiss Management; consulente Ministero Economia. Giornalista pubblicista.

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“Il merito è la rivoluzione” di Antonio Preiti da Qualcosa di Riformista (n. 74 del 4 settembre 2012)

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Il merito è la rivoluzione” di Antonio Preiti da Qualcosa di Riformista (n. 74 del 4 settembre 2012)

  1. Oscar ha detto:

    In Francia gli artigiani, i professionisti, gli imprenditori, tutti coloro che attivi, produttivi e appartenenti al terzo stato, nell’impossibilità di accedere alle cariche amministrative, militari, etc. riservate di fatto alla nobiltà e al clero, hanno dovuto fare una rivoluzione.
    Numerosi…numerosi… sono quelli che quando sentono la parola “merito” fanno correre la mano sulla fondina della pistola! Molti, fra l’altro non appartengono alla casta; sono quelli che pensano che il merito consista nell’offrire il miglior servizio. Il merito è una brillante e diffusa mediocrità.
    Non basta “convincere” la casta. La Riforma qui da noi non c’è mai stata.
    I secoli di ritardo indicati dal cardinal Martini devono essere raddoppiati.

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