“La rivincita. Quando rinasce un campione” di MAURIZIO CROSETTI da La Repubblica del 6 settembre 2012

Alex Zanardi, Assunta Legnante e Martina Caironi. Atleti nati due volte quelli delle Paralimpiadi.
SFIDANO IL MONDO E SE STESSI PER VINCERE ANCORA. Ecco le storie di chi non si arrende mai.

NON fanno pena, non fanno pietà né raccapriccio: ed è la loro prima rivincita. Osservati, indagati e si spera ammirati da un miliardo di telespettatori come mai nella storia, i 4 mila e 200 atleti delle Paralimpiadi di Londra sono riusciti a portare la disabilità oltre il recinto dell’ipocrisia a colpi di medaglie d’oro: ieri Alex Zanardi nella “hand-bike” a cronometro, Assunta Legnante nel getto del peso e Martina Caironi nei 100 metri. Ma anche con audience, ore di diretta in mondovisione e sponsor sempre più interessati. Dentro tutto questo c’è il senso forte di una sfida, il coraggio che scende in campo per affrontare il dolore ma anche l’allineamento alle regole del mercato: quando le tivù e le aziende si accorgono di te, significa che sei un po’ meno diverso. Vuol dire che porti soldi, e non ti trattano più come uno sfigato: a ben guardare, la seconda rivincita. Due milioni e mezzo di biglietti venduti, il pubblico londinese non meno entusiasta di quando si è messo in coda per Bolt o Phelps, storie incredibili e gare splendide. Forse, è la terza rivincita. Persino il doping, massimo cancro dello sport mondiale, viene oggi frequentato da qualche atleta paralimpico: il ciclista Fabrizio Macchi è stato lasciato a casa perché il suo nome è emerso nella vicenda del dottor Ferrari, il medico in forte odore di doping. Prendetela come una provocazione, ma questa magari è la quarta rivincita. Perché si è atleti in tutto, nella gloria come nella possibilità della caduta, nella grazia e nel peccato: solo i santini non si dopano, o non hanno la tentazione di provarci. Lo scrittore Giuseppe Pontiggia li ha chiamati “nati due volte”: la prima nascita è quella biologica, la seconda è l’ingresso spesso terribile e umiliante nella vita di ogni giorno. Per i disabili che fanno sport esiste però una terza nascita: quella dell’agonismo, dell’allenamento e della competizione. Le Paralimpiadi hanno il merito planetario di rendere visibili le storie delle persone, riconducono l’atleta a una formidabile vicenda in prima persona, contro la massificazione dei comportamenti. E allora vale la pena raccontarle, alcune di queste storie: le rivincite, le terze nascite.
L’ultima, in ordine di tempo, è quella di Alex Zanardi e della sua “hand-bike” sollevata con una mano sola. Medaglia d’oro, ieri, nella prova a cronometro a forza di bicipiti, Zanardi perfeziona con quell’immagine potentissima anni e anni di impegno: era un celebre pilota di Formula Uno, perse le gambe in uno schianto, nacque una seconda volta con un paio di protesi, si può aiutare tanta gente anche solo mostrandosi. «La vita mi ha dato molto e continua a darmi molto, non potrei vivere senza sport». La sua fotografia con la bici in mano racconta di un uomo intatto, dà forza alle piccole e grandi mutilazioni quotidiane di ognuno.
Storie come quella di Achmat Assien, nuotatore sudafricano che perse una gamba nella baia di Città del Capo: gliela divorò
uno squalo. Lui, adesso, racconta che in vasca immagina di essere ancora rincorso dalla bestia, e di nuotare più velocemente per sfuggire a quel destino. Il suo nemico non è diventato un mostro, un fantasma dell’anima, ma una forza.
Oppure Annalisa Minetti, ve la
ricordate a Sanremo? Vinse nel ‘98, era la bella e triste storia della cantante cieca, l’anno prima Annalisa aveva sfilato a Miss Italia. Però, quella diversità aveva qualcosa di pietistico, perché è anche così che funziona lo spettacolo. Alle Paralimpiadi no, lì si è tutti uguali perché diversi, e Annalisa
nella sua terza vita stabilisce un record del mondo correndo i 1500 metri. «Tutto è possibile», dice. «Noi vogliamo solo essere trattati da atleti, non da casi umani ».
O forse la storia di Oxana Corso, la ragazzina diciassettenne nata a San Pietroburgo e adottata
da una famiglia di Roma. Nessuno, neppure lei, conosce l’origine della sua cerebrolesione, era troppo piccola e nessuno gliel’ha mai raccontata. Quando però aveva undici anni, ecco la terza nascita: il professore di ginnastica la convinse a provarci davvero con lo sport. E lei lo ha fatto, allenandosi duro a Torpignattara e arrivando alla medaglia d’argento nei 200 metri.
Storie di fatica, umiliazioni, resistenza, amore. Il brasiliano Johansson Nascimento, senza braccia dalla nascita, vince i 200 metri, agita i moncherini, tira fuori in qualche modo un biglietto dove c’è scritto “sposami” ed è per la sua ragazza. Poi si mette a fare la ruota, pazzo di gioia, anche questo è un meraviglioso corpo intatto.
Storie di auto ironia. Assunta Legnante getta il peso con una maschera di Diabolik sul viso: non è sempre stata cieca, nel 2008 gareggiò a Pechino tra i normodotati, ha appena vinto l’oro paralimpico a Londra con tanto di record mondiale. Storie di passione e luce: Cecilia Camellini che vince i 50 e 100 metri stile libero nuotando cieca, lei lo è da quando è nata, e quando arriva a toccare l’ultima vasca non sa mai se ha vinto oppure ha perso. Così chiede al pubblico di urlare forte il risultato per non dover aspettare un minuto o due, il tempo necessario perché qualcuno le dica com’è andata. Ci sono tanti modi per vedere o per restare nel buio, non dipende solo da come funzionano gli occhi.
Storie che non sopportano commiserazione, per dimostrarlo a volte occorrono gesti forti. Così pensa la tennista olandese Esther Vergeer, 31 anni, tetraplegica, fortissima (ha vinto 20 Slam) e bellissima: si è fatta fotografare nuda sulla carrozzella, coperta solo dalla racchetta. Patetica? Neanche un po’.
Se lo sport, e il racconto del gesto sportivo, tende a dimenticare la narrazione di storie, le Paralimpiadi sono uno schiaffo alle brutte abitudini. Il significato quasi sempre si spinge assai oltre uno stadio, un palazzetto, una piscina. È il caso dell’inglese Martine Wright, campionessa di sitting volley. Si può giocare a pallavolo senza gambe, certo che si può: le sue, Martine le perse nell’attentato alla metropolitana di Londra, il 7 luglio 2005. Cinquantadue vittime. «Anch’io sono andata incontro alla mia morte, quel giorno, e ringrazio Dio se non è andata così». Una storia simile a quella di Andrea Macrì. Il 22 novembre 2008 era seduto in un’aula scolastica nel liceo “Darwin” di Rivoli, provincia di Torino, quando crollò il soffitto. Un tubo di ghisa di duecento chili precipitò in testa ai ragazzi, uno di loro, Vito Scafidi, venne ucciso, invece Andrea se la cavò perdendo l’uso delle gambe. La sua terza nascita gli ha fatto conoscere la scherma, e ora Andrea va in pedana pensando a Vito, è il suo modo di tenerlo un po’ vivo. «Essere disabile », dice, «non vuol mica dire essere infelice».
Lo ha scritto proprio Giuseppe Pontiggia, nella dedica di “Nati due volte”: «Ai disabili che lottano non per diventare normali ma se stessi». Un pensiero certamente condiviso dagli atleti di Londra, in gara fino a domenica. Se qualcosa lega tutte queste storie è un senso di vita profondo, combattivo, non redento. Lo stesso che anima Oscar De Pellegrin, portabandiera azzurro a Londra, medaglia d’oro nel tiro con l’arco, quinta Paralimpiade, prima sparando con la carabina. Oscar ha fondato una onlus che si chiama Assi e che aiuta tanta gente.
In carrozzina si muove anche Luca Pancalli, vice presidente del Coni e presidente del Comitato Italiano Paralimpico: era una promessa del pentathlon, poi cadde da cavallo e diventò tetraplegico. Anche per lui, una seconda nascita con la disabilità, e una terza dentro lo sport: disputa quattro Paralimpiadi nel nuoto, vince otto medaglie d’oro, sei d’argento e una di bronzo, poi arriva addirittura la quarta nascita come dirigente dello sport. E un giorno, chissà, sarebbe bello, la quinta vita sulla poltrona più alta del Coni che in quel momento di civiltà e conquista sarà una carrozzina.

“La rivincita. Quando rinasce un campione” di MAURIZIO CROSETTI da La Repubblica del 6 settembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “La rivincita. Quando rinasce un campione” di MAURIZIO CROSETTI da La Repubblica del 6 settembre 2012

  1. paolo ha detto:

    Finalmente un articolo che non cerca di commuovere , di sfruculiare le viscere e la compassione caritatevole , un articolo di civiltà , dignità e di diritti di cui si sentiva il bsogno .
    Se lo definisco un esempio di legittima difesa non se la prenda Maurizio Crosetti , non è il tentativo di strumentalizzare quanto scrive e stiracchiarlo per convenienza , secondo me è proprio così ,sarò di parte ma quando capita che la stampa,i media in genere (lasciamo perdere certi talk televisivi), riaccendono le luci sulle paralimpiadi dopo averle abbassate subito dopo l’inaugurazione , perchè vince Zanardi, perchè vince Minetti, perchè Pistorius fa una gaffe su centimetrie centesimi (pur concedendogli la ragione tecnica della lamentela) , vuoldire che ancora c’è un grosso problema nel nostro Paese.
    Certo lo sport è la seconda ,terza vita ,mentre secondo melo sport è una possibilità che dovrebbe essere una opzione complementare ,un aspetto della quotidianità della persona ,ecco il problema è quello di chiederci ma perchè si fa fatica ad occuparsi della prima vita delle persone con disabilità, .scuola, famiglia, lavoro . Un esempio ,il terremoto ,qualcuno ha capito in caso di calamità quali problemi devono affrontare le famiglie e le persone con disabilità ,da quelle che hanno problemi a camminare , a quelli che non ci sentono ,non ci vedono ,a quelli che sono attaccati ad ausili e macchine per vivere .
    Se pensiamo alla campagna denigratoria ,che fa introiettare la convinzione che tutti gli invalidi truffano ,come se le commissioni di accertamento non hanno colpe .Se pensiamo a dei politici che individuano negli invalidi e in quei pochi euro che ricevono per risarcimento a servizi che non esistono, la causa del debito pubblico .Quegli stessi politici che parlano di revisione della spesa non riferendosi ai loro privilegi ma alla indennità di accompagnamento per le persone che non hanno una vita indipendente .
    Per quelle stesse persone a cui non si garantisce la mobilità e verso le quali non di realizzano politiche per l’abbattimento delle barriere ,sia architettoniche ,sia sensoriali e della comunicazione .
    A riguardo di quest’ultima (per le personecon disabilità uditiva ) che sembra essere stata scoperta come trend dell’ultima ora , vediamo il riproporsi di strumenti che parevano ormai un lascito dimenticato e superato , mi riferisco all’uso del linguaggio LIS che sta assumendo connotati preoccupanti , persino la RAI ci cimenta con fiction che vogliono presentare la persona srda come quella che da almeno 30 anni non è più , si è fatto fatica per raggiungere la conquista di eliminare iltermine sordomuto lasciando slo sordo e adesso si ripiamba nel lis , e sogando identità etniche e popoli sordi , quando invce le persone sorde anche quelle profonde possono parlare .
    La prima vita delle persone con disabilità è la priorità e poi ben venga seconda terza quarta .

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