“La paura di tornare ai Lavori più umili” di GIAN ARTURO FERRARI dal Corriere della Sera del 2 settembre 2012

Nei borghi agricoli della Laconia, derelitta punta sudorientale del Peloponneso di recente guadagnata alle colture intensive, si aggirano frotte di indiani Tamil, neri e nodosi
come bastoni. Fanno parte, propriamente parlando, dei lavoratori della Grecia e, nonostante l’aria sperduta, sono gente energica e coraggiosa.
Parlano almeno tre lingue (la loro o le loro, un po’ di greco e un più che discreto inglese) e senza tante storie hanno varcato oceani e migliaia di chilometri per venire a cogliere le arance e le olive, a fare tutti quei lavori pesanti ai quali i laconici, pur se attanagliati — si dice — dalla crisi, si negano tuttavia recisamente.
Non è pigrizia quella dei laconici, non è infingardaggine, o, perlomeno, non solo. C’è la memoria, non troppo remota, di un tempo di abbrutimento e fatica inenarrabile; c’è la recente felicità di esserne usciti, di aver conquistato gli agognati simboli del riscatto, solette e piloni di cemento armato, servizi igienici in porcellana, adorati suv giapponesi; c’è il terrore che rimettere mano alle antiche fatiche significhi riprecipitare, per un atroce scherzo della storia, nell’abisso da cui si credeva di essere usciti. È lo stesso meccanismo di rimozione che ha distrutto tanta parte del paesaggio italiano: certo gli speculatori, ma soprattutto l’odio — popolare, diffuso, sincero — per il proprio passato e per i suoi segni, per l’umiliazione secolare che essi rappresentano.
L’Europa non è solo l’Eurotower e l’Europa mediterranea — la Grecia, gran parte dell’Italia, gran parte della Spagna — non è (non è solo?) patria di lazzaroni e cape scariche. È una regione complicata, molto lontana parente (ahimè!) di quel meraviglioso Mediterraneo dell’età di Filippo II, cantato da Braudel. Non sarà un caso se i tre Paesi che vi si affacciano sono stati tutti e tre lacerati nel Novecento da sanguinose guerre civili. E se due di essi, Grecia e Spagna, sono usciti da dittature feroci solo, rispettivamente, nel 1974 e nel 1975. È una regione traballante, di traballante economia e di traballante, perché recentissima, democrazia, minata per di più, nel caso dell’Italia, da una viceversa stabile e solida criminalità organizzata. A medicare questi mali, e prima ancora a spiegarli, non basta certo la contrapposizione, accademica e leziosa, tra un’ Europa della virtù, settentrionale e protestante, e un’Europa del vizio, mediterranea e cattolica (ma anche ortodossa).
Una contrapposizione che è soprattutto falsa. Il problema non è trasformare i laconici o i siciliani o gli andalusi in discepoli di Max Weber, ma di assimilare progressivamente l’Europa mediterranea all’Europa centrale, al cuore storico ed economico dell’Europa, cattolico in grande maggioranza, di cui l’Italia settentrionale o la Catalogna fanno già parte. Esiste insomma una questione meridionale su scala europea, il che mette noi italiani nella singolare posizione di chi ha in materia l’esperienza massima e i massimi fallimenti. Ma se in centocinquanta anni noi la nostra questione meridionale non l’abbiamo risolta, non è che la politica europea degli ultimi vent’anni abbia saputo fare di molto meglio. Ha distribuito, anche generosamente, denaro, ma così facendo ha creato non lavoro, ma illusione di lavoro. Oggi che il lavoro elargito viene meno, rimane il disinganno e d’improvviso agli occhi dei mediterranei l’Europa si trasforma da madre lontana e svagata, ma benefica, in matrigna vigile e crudele.

“La paura di tornare ai Lavori più umili” di GIAN ARTURO FERRARI dal Corriere della Sera del 2 settembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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2 risposte a “La paura di tornare ai Lavori più umili” di GIAN ARTURO FERRARI dal Corriere della Sera del 2 settembre 2012

  1. paolo ha detto:

    situazione ben delineata con problemi definiti , aperti che parlano delle questioni del meridione d’Italia e ne spiega la differenza dell’accumulo dei secoli rispetto alla Grecia e agli paesi del Mediterraneo e basrerebbe solo questo per mettere in luce l’immenso e indefinibile buco nero del nostro Paese.
    Mi sembra parziale la motivazione della paura di ritornare a fare lavori pesanti ,mi pare che ,magari in forma non grande considerato il livello di ricattabilità (ci sta la coda per fare i lavori) ,si sottovaluta la questione dei diritti ,la non negozialità di conquiste e condizioni di lavoro .
    Quello che ha scritto Carlo Petrini nel suo “Tuteliamo chi lavora per il made in Italy” spiega significatamente la vicenda sia dei Laconici che di tutti i lavoratori , spiega quel che succede agli indiani tamil come ai marocchini di Tortona o ai senegalesi di Castelvolturno e della piana del salento ,della campagna calabrese ,delle acciaierie lombarde ,dei masi friulani , delle baite trentine e dei pescatori di Mazzara de vallo

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  2. adriano ha detto:

    Concordo facilmente con G. A. Ferrari, aggiungo una personale piccolissima postilla: sono reduce da un rapidissimo tour in Austria con breve soggiorno in Slovacchia a Bratislava. Ho visto tremende differenze economiche e sociali. Evidentissime se sai capire dall’affastellarsi delle case come si possa vivere in certi quartieri. Tuttavia altri dettagli hanno attirato la mia attenzione:
    se rispetti i limiti di velocità nessuno ti suona da dietro; se parcheggi l’automobile noti che le piazzole riservate ai portatori di handicap sono sempre libere oppure occupate da chi ne ha diritto; le strade sono pulite; i vigili urbani sono in strada a regolare il traffico non a passar fotocopie in qualche ufficio; se pernotti in un albergo 4 stelle a Vienna spendi 67€ che ti vengono chiesti con imbarazzo (sto ancora pensando ai 98€ spesi a Otranto 5 anni fa); se mangi in un self service paghi al massimo 15€: vogliamo fare qualche paragone?
    Mi fermo perchè non mi piace l’autoflagellazione, non serve. Ma se nel mio paese protesto per un prezzo troppo elevato, nel migliore dei casi mi guadagno uno sguardo di commiserazione!
    Non sarà facile cambiare registro, non lo sarà per nessuno di noi. Vent’anni di populismo smaccatamente fascista hanno cancellato concetti e comportamenti sociali sovvertendo l’ordine morale delle cose. Agghiacciante in tal senso è stata la penosa accondiscenza dei porporati vaticani: emblematica e spregiudicata dimostrazione di vassallagio economico. Mi duole dirlo mentre soffro per la scomparsa di un grande cavaliere del passato: il Cardinal Martini sarà difficilmente ripetibile, ma il suo messaggio lo conserveremo a lungo. E lo hanno praticato con forza moltissimi Cattolici che non si sono fatti confondere. Come non pensare al coraggio di Famiglia Cristiana, come non pensare ai tanti Parroci che si sono battuti con i mezzi che avevano contro la barbarie delle istituzioni, anche delle loro. A queste persone va il mio insignificante rispetto, da loro prendo esempio per non abbassare la testa o, peggio, per non girarla da un’altra parte.

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