“L’eterno sulcis e l´Italia immobile” di Alessandro Penati da La Repubblica del 1° settembre 2012

I miliardi spesi in sussidi sarebbero bastati a comprare ad ogni minatore una casa e un nuovo lavoro

«L´inizio dell´attività estrattiva nel Sulcis risale a metà Ottocento. Il carbone che si ottiene, però, ha un alto contenuto di zolfo, per cui le miniere entrano in declino già all´inizio del secolo. Tornano in auge nel 1935, con l´autarchia. La fine della guerra getta l´industria mineraria locale in una grave crisi. Le miniere finiscono all´Enel, che con il carbone vuole produrre energia. Ma nel 1971 anche l´Ente elettrico abbandona l´estrazione perché non economica. Passano all´Egam, e poi, nel 1978, all´Eni. Nel 1985 lo Stato decide di dare 512 miliardi di lire all´Eni per riattivare il bacino carbonifero; l´Eni a sua volta investe 200 miliardi nelle miniere. Si arriva però al luglio 1993 e non un solo chilo di carbone è stato estratto. In vista della privatizzazione, l´Eni abbandona definitivamente le miniere del Sulcis, e mette i minatori in cassa integrazione. Esplode la protesta. Il 28 gennaio 1994 un Decreto riapre le miniere, per garantire il posto di lavoro ai minatori. Il carbone del Sulcis, sfortunatamente, continua a rimanere pieno di zolfo; si decide quindi di costruire un impianto di gassificazione. Che fare del gas? Si decide che si costruisce una centrale elettrica. Che fare dell´elettricità? Lo Stato non può più costruire cattedrali nel deserto: ci vogliono i privati. Il Decreto stanzia quindi 420 miliardi a fondo perduto. Ma non bastano per garantire la redditività degli investimenti ai privati. Il Decreto, pertanto, obbliga l´Enel a comprare per otto anni l´elettricità del Sulcis a 160 lire per kwh, quando il costo medio di produzione dell´Ente è di 72 lire. Saranno i consumatori a pagare per le miniere, sotto forma di sovrapprezzo in bolletta. Il Decreto stabilisce infatti che il carbone del Sulcis dovrà essere utilizzato per fornire almeno il 51% del fabbisogno termico richiesto nella produzione di elettricità, perché possa essere venduta a 160 lire. «L´energia prodotta, naturalmente, non serve alla Sardegna, perché sarebbe largamente esuberante rispetto ai suoi fabbisogni […]. Entriamo in Europa, dunque, ma con uno Stato disposto a pagare 2 miliardi di lire per ogni minatore del Sulcis, in una regione dove il 25% delle famiglie denuncia irregolarità nell´erogazione dell´acqua. Evidentemente non si può fare a meno di queste politiche se anche i migliori tecnici che il Paese ha portato al governo non sono riusciti ad opporsi a tanto spreco: il Decreto del 1994, infatti, porta la firma di Ciampi, Barucci, Savona e Spaventa».
Facile tenere una rubrica economica in Italia: ogni 5/10 anni si riciclano gli stessi pezzi. Tanto non cambia mai nulla. Questo l´avevo scritto 16 anni fa (Corriere della Sera, 20 ottobre 1996). Ironia della sorte, l´ennesima protesta dei minatori del Sulcis coincide di nuovo con un Governo formato da tecnici eccellenti. Dalle premesse, direi che il risultato non cambierà: già ci sono le prime dichiarazioni di intervento per mantenere la miniera aperta.
In questi anni, si è dovuto anche escogitare come usare l´energia prodotta in quell´angolo della Sardegna. La produzione di alluminio era ideale, affamata com´è di energia. Ma l´energia sarda costava troppo e, per convincere la canadese Alcoa, lo Stato italiano gliela ha fornita per 15 anni a prezzo sussidiato, sempre pagata dai cittadini in bolletta: un onere di alcuni miliardi (ma adesso sono euro). Finiti i sussidi, produrre è irrazionale, e l´Alcoa se ne va: legittimo; non c´entra che sono canadesi. D´altronde, da quelle parti si è sussidiata, sempre a spese degli utenti, anche l´energia in eccesso prodotta dalla Saras dei Moratti. E poi c´è il costo sociale dell´inquinamento di una delle più belle coste italiane.
Se tutti i soldi spesi in sussidi in questi anni fossero stati messi in mano ai singoli minatori e lavoratori di Sulcis e zone limitrofe, sarebbero stati abbastanza per finanziare una casa, una seria formazione e una nuova attività economica a ciascuno di loro. E ne sarebbero avanzati per bonificare l´intera area. Ma l´Italia si è fermata al Sulcis.

“L’eterno sulcis e l´Italia immobile” di Alessandro Penati da La Repubblica del 1° settembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “L’eterno sulcis e l´Italia immobile” di Alessandro Penati da La Repubblica del 1° settembre 2012

  1. adriano ha detto:

    Già!
    Vallo a spiegare agli eterni innamorati dell’uovo oggi invece della gallina di domani!

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