“Sull’Italia non specula solo lo straniero” di ROGER ABRAVANEL e LUCA D’AGNESE dal Corriere della Sera del 28 agosto 2012

Si sta chiudendo un anno di sofferenze dell’Italia sui mercati finanziari: spread alle stelle, austerità, poi di nuovo spread che schizzano. Si chiude un anno perché sono passati dodici mesi dall’inizio, non certo perché è finita la crisi. Anzi, i prossimi mesi si annunciano ancora più caldi. I mercati finanziari di tutto il mondo si chiedono se la Germania (o la Bce, che però ha bisogno del consenso tedesco) vorrà salvare l’euro, ma scommettono soprattutto sul no. In Italia invece si contrappongono due partiti che potremmo definire euro-scettici ed euro-speranzosi. I primi chiedono, più o meno apertamente, il ritorno alla lira, o un euro senza la Germania (e l’Olanda, la Finlandia e l’Austria), che poi durerebbe cinque minuti, con immediato ritorno a franco, lira, peseta, dracma. Certo, sostengono, ci sarebbe un bel po’ di confusione all’inizio. Qualche banca e qualche grande azienda, troppo esposta in debiti esteri, farebbe default sui mercati internazionali. Ma l’Italia farebbe una bella svalutazione e ritornerebbe a esportare e tanti saluti alla signora Merkel. I secondi dicono che l’abbandono dell’euro sarebbe impossibile o troppo costoso. Meglio rimettere a posto la finanza pubblica (cosa che bisogna fare comunque, prima o poi), fare qualche riforma per ridurre le tasse (idem come sopra) e sperare che la Germania garantisca il debito italiano. La Germania apprezza ma non si impegna? Lo faccia la Bce. La Bce fa solo da ponte prima dell’operatività del Fondo salva-Stati? Serve l’arma definitiva contro il debito: la poco impegnativa quanto dannosa mega-patrimoniale.
Gli investitori rimangono scettici. I malvagi speculatori internazionali? Non sono i soli. L’Economist (fonte Eurostat) dimostra che l’Italia è un Paese con un debito estero netto relativamente basso (21% del Pil contro il 90% della Spagna). Come si spiega? Col fatto che gli italiani, titolari di una ricchezza finanziaria netta pari a 2 volte il Pil (più ricchi di spagnoli, tedeschi e inglesi) ne hanno un bel po’ investita all’estero. Alle Cayman? Non solo. Basta investire in un qualsiasi fondo comune di investimento italiano in titoli a basso rischio che vende i titoli italiani e compra i bund. Gli «speculatori» siamo anche noi. Mentre per i nostri risparmi il futuro dell’euro è il problema numero uno, per i nostri redditi (e quelli dei nostri figli) ce n’è un altro ben più grande. Che si chiama crescita.
Negli ultimi quindici-vent’anni l’Italia ha accumulato un grave ritardo rispetto alle altre economie occidentali. Prima della crisi? Un punto, un punto e mezzo di Pil pro capite all’anno. Durante la crisi? Uguale. Non è un problema di euro ma di produttività nella produzione fisica di beni e servizi, che misura quante ore bisogna lavorare per costruire un’auto, ristrutturare una casa o insegnare le tabelline a un bambino. Che da noi non cresce, per cui mentre negli altri Paesi si costruiscono più auto, più case, più istruzione a parità di ore, in Italia siamo al livello di vent’anni fa. E le macchine tedesche, i mobili svedesi, le assicurazioni inglesi, gli alberghi francesi, l’istruzione finlandese sono migliori dei nostri, il che peggiora ulteriormente il nostro gap di produttività. E conseguentemente il numero di italiani che lavorano è cresciuto ma troppo poco: è il trenta per cento in meno che in Germania e in Usa. In un’economia di mercato la produttività la fanno le aziende, che in Italia non crescono neanche loro. E questo spaventoso deficit di occupazione rispetto alla popolazione (10 milioni) non lo fanno solo i disoccupati, ma anche i pensionati, le casalinghe, quelli che si laureano a trent’anni.
Dovremmo occuparci delle politiche che fanno crescere le aziende, incentivano l’occupazione femminile, migliorano la scuola e l’università e non solo dell’euro. Perché ai nostri figli non può pensarci Angela Merkel.
http://www.meritocrazia.corriere.it

“Sull’Italia non specula solo lo straniero” di ROGER ABRAVANEL e LUCA D’AGNESE dal Corriere della Sera del 28 agosto 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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