“Insulto dunque Navigo. Se l’insulto politico corre sul web” di BEPPE SEVERGNINI dal Corriere della Sera del 27 agosto 2012

Pierluigi Bersani ha ragione, ma sbaglia aggettivo. Chi approfitta di Internet per insultare gli avversari non è «fascista»: è un maleducato. Immaginate, tuttavia, due leader di partito che, di questi tempi, si danno del maleducato. Qualche anziana maestra capirebbe, ma pochi altri.«Fascisti!». Nel grido bersaniano contro Grillo & C. c’è molta autobiografia. Quarant’anni fa, quando la chiesa comunista faceva sul serio, il vocabolo era una scomunica. «Fascista!». E qualsiasi discussione — dalle assemblee sindacali ai collettivi studenteschi — si chiudeva lì. La cosa grave è che a quei tempi i (neo)fascisti c’erano davvero, ed erano pericolosi; ma degli aggettivi, mussolinianamente, se ne fregavano.
Detto ciò, Bersani ha ragione. L’urlo di chi non sa più parlare sta diventando insopportabile. L’avversario non si contesta più: lo si demolisce. Non c’è solo Beppe Grillo e il suo popolo votante (in genere meno esagitato di lui). Il dibattito sui quotidiani, in questi giorni, è sconcertante; e dobbiamo ringraziare l’estate, altrimenti il tutto verrebbe amplificato in televisione.
Considerare l’insulto come la forma più genuina di democrazia, ed etichettare come pavido chi cerca di essere ragionevole, non è solo irritante: sta diventando rischioso. Se il capo di un movimento, il segretario di un partito e noti commentatori politici usano l’anatema come normale mezzo di discussione, molti si sentiranno autorizzati a fare altrettanto. Anzi, essendo semplici cittadini, andranno oltre. «Se nei comizi e sui giornali i capi si trattano a vaffa» pensano «allora alé, liberi tutti».
Liberi di insultare gli avversari, di offendere chi la pensa diversamente, di chiamare vigliacco chi prova a essere ragionevole. È un trucco, questo, che nei bar d’Italia conoscevano bene, e un tempo finiva in un brindisi e una risata. La nuova cattiveria invece aleggia a lungo, come un alito pesante, e accompagna un Paese stanco verso elezioni importanti. E mentre i capi, i segretari e gli editorialisti si incrociano nelle serate estive, e si sorridono nel gioco delle parti, i loro epigoni trasportano il livore accumulato nei social network, sui blog e nei forum.
La moderazione sta diventando un problema per tutti i siti: insulti, minacce e accuse volgari sono all’ordine del giorno (anche su «Italians», presente su Corriere.it dal 1998, abbiamo dovuto disabilitare i commenti). Quando vengono affrontati, alcuni si scusano, e ammettono di aver esagerato. Ma la maggior parte rivendica con orgoglio la propria violenza verbale. C’è da stupirsi, se per dire «non sono d’accordo» il capo grida «siete degli zombie, vi seppelliremo vivi!» e il giorno dopo «fallito, amico dei piduisti»?
Purtroppo c’è chi non ha capito che Facebook e Twitter — per citare le due piattaforme più popolari — sono mezzi di comunicazione di massa, non balconi per conversazioni private. Fino a pochi anni fa, strumenti tanto potenti erano riservati ai professionisti della comunicazione: coloro che avevano accesso a un giornale, a un microfono, a una telecamera. Oggi chiunque può diffondere un’opinione. Questo, naturalmente, è bene. La libertà in questione ha però dei limiti: nelle buone maniere, nel buon senso e nel codice penale. E qualcuno non lo capisce. Questo, ovviamente, è male.
Sia chiaro: una modica quantità di provocatori e molestatori è fisiologica. Eric Schmidt, presidente di Google, ha detto all’Aspen Ideas Festival in giugno: «Facciamocene una ragione: l’uno per cento della popolazione è pazzo. Ha vissuto nel seminterrato per anni, e la mamma gli portava ogni giorno da mangiare. Due anni fa la mamma gli ha regalato la connessione a banda larga. Mi chiedo, tuttavia, se sia una consolazione. E se non sia il caso, a questo punto, di parlare con le mamme.
Non servirebbe, probabilmente. La follia italiana supera l’uno per cento, e appare purtroppo lucida. La faziosità che, da anni, gronda dai media ha ormai allagato la vita quotidiana. La protervia con cui la classe politica italiana ha trattato i cittadini ha demolito gli argini. C’è da chiedersi, a questo punto, come sarà il raccolto.

“Insulto dunque Navigo. Se l’insulto politico corre sul web” di BEPPE SEVERGNINI dal Corriere della Sera del 27 agosto 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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7 risposte a “Insulto dunque Navigo. Se l’insulto politico corre sul web” di BEPPE SEVERGNINI dal Corriere della Sera del 27 agosto 2012

  1. adriano ha detto:

    Severgnini non sempre piace, almeno a me, ma debbo riconoscere che in questa occasione è riuscito a divincolarsi dal limite peggiore che gli attribuisco: l’ovvietà.
    Mi si potrà contestare il fatto che anche questo pezzo è infarcito di tale atteggiamento, ma non sarei d’accordo.
    E’ vero, Beppe dice cose che il buon senso comune definisce acquisite.
    La tragedia è tutta qui: carenza di buon senso comune. Ed è proprio qui che si incardina il ragionamento di Severgnini. Lo fa con misura e con ampiezza di argomenti, evita affondi furiosi ma stigmatizza con fermezza. Un bel modo di ragionare, speriamo si espanda: ne abbiamo tutti di bisogno.

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  2. paolo ha detto:

    Concordo con Adriano , e per questa ragione in un primo momento non ho sentito il richiamo al commento , ma qualcosa nella lettura del monito “buonsensista “di Beppe Severgnini ha lasciato ,come dire uno sfrigolio che rinzova , ho riletto ed ecco che ho beccato il disturbatore : ,,,,, “Quarant’anni fa, quando la chiesa comunista faceva sul serio, il vocabolo era una scomunica. «Fascista!». E qualsiasi discussione — dalle assemblee sindacali ai collettivi studenteschi — si chiudeva lì. La cosa grave è che a quei tempi i (neo)fascisti c’erano davvero, ed erano pericolosi; ma degli aggettivi, mussolinianamente, se ne fregavano”
    Beppe Severgnini è certo che i fascisti non esistono più , è sicuro che in questi ultimi 40 anni non sono stati e non sono ancora adesso pericolosi .
    Può affermare che non ci siano stati più morti ,assassinati per mano di fascisti ? .
    Certo dicono che atteggiamenti fascisti si riscontrano in piccole cerche ultras e gruppuscoli emarginati , bene questo è quello che scoprono i media , , la realtà è che la cultura muscolosa, virile, patriottarda ,prepotente , ignorante ,conservatrice ,omofoba ,razzista ha mangiato a più non posso e si è riciclata con burlesque, ,porcellum e fabbriche italie varie , mentre per molti il gioco preferito era fare i viaggiatori per caso.
    E se non ho capito niente e non ho inteso il nocciolo importante , scusate , ma la presentazione delle “parrocche” con assoluzione dei cappellani militari e angelizzazioni delle sacrestie mi fa vedere rosso , la minimizzazione dei fascisti vecchi e nuovi non la digerisco .

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  3. adriano ha detto:

    Bersani probabilmente ha “sbagliato aggettivo”, come dice Severgnini.
    Severgnini ha sicuramente sbagliato nel coniugare il verbo con cui relega al passato la presenza dei fascisti, con o senza “neo”…
    Oltre alle forme diligentemente elencate da Paolo ci sono anche quelle subdole e sciocche in apparenza innocue.
    Stamattina al bar mi accorgo di un foglio A4 con mezza pagina occupata da una immagine di Mussolini con l’elmo militare, seguito da un testo delirante di omaggio al duce e al fascismo. Ne chiedo immediatamente conto al barista, vecchio amico, che minimizza subito cercando di far cadere il discorso. Non cedo e lo invito a togliere dalla bacheca quella “apologia di fascismo”. Ho dovuto minacciare la denuncia ai Carabinieri per essere ascoltato.
    Probabilmente ho incrinato l’amicizia col barista, ma non ne posso più di questi continui attacchi ai miei diritti civili. Già mi tocca sopportare le sciocchezze dei leghisti…

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  4. Simone Martini ha detto:

    “Facciamocene una ragione: l’uno per cento della popolazione è pazzo.” E’ vero, l’1% della popolazione è affetto da disturbi mentali. In Italia sono circa 600 – 800’000 gli schizofrenici, gli psicotici, etc.. Certo, non si può accusare Severgnini di nazionalismo, odio razziale, ma chissà, forse si potrebbe segnale l’articolo all’UNAR per discriminazione. Com’è che recita l’art. 3 della Costituzione? Giovanni, cosa mi consigli di fare… ci sta una denuncia all’UNAR?

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  5. Simone Martini ha detto:

    Vedi, io sono “pazzo”, faccio parte di quell’1%, eppure mi limito a commentare quello che trovo interessante. A volte mi capita di leggere delle xxxxxxxxx e rispondo, ma sono eccezioni; non mi metto a seguire Severgnini solo per rinfacciargli quello che dice.
    Poi… a me, sinceramente, l’idea che si debba essere tutti educati… non mi piace. Io nella frase che ho riportato sopra ci vedo una discriminazione, e se mi dici che non è così, allora… offendi la mia intelligenza, per quanto limitata.

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    • QuintoStato ha detto:

      Scrivo ciò che penso, niente di più. Se lo trovi offensivo mi spiace, ma non posso fare altro. Comunque il commento che citi non è di Severgnini, ma di Eric Schmidt, presidente di Google, ed è più un paradosso che un commento vero e proprio!

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