“L’intervento dello Stato per il bene comune” di Laura Pennacchi da l’Unità del 25 agosto 2012

IL RILANCIO DELLA RIFLESSIONE SU UN NUOVO INTERVENTO PUBBLICO IN ECONOMIA È DI PORTATA E NORME. ESSO va collocato dentro quella «strong battle» tra settore pubblico e privato riproposta dalla crisi globale, lungo il cui asse torna a scorrere una forte discriminante destra-sinistra. Chi aveva sostenuto che stato-mercato fosse divenuto un dilemma irrilevante ha materia per ricredersi. Il paradosso da spiegare, semmai, è un altro: l’intervento pubblico è stato invocato quando si trattava di salvare banche e intermediari finanziari (trasformando immensi debiti privati in immensi debiti pubblici) e ora che bisognerebbe sostenere i redditi dei lavoratori, rilanciare la «piena e buona occupazione», dare vita a un nuovo modello di sviluppo, se ne pratica un drastico ridimensionamento sotto forma di tagli vertiginosi alla spesa pubblica. L’austerità ha anche questa faccia: ripropone il motto «meno regole, meno Stato, più mercato» con cui il trentennio neoliberista ha incubato la crisi economico-finanziaria più grave dopo il 1929 e alimentato la pulsione verso lo «starving the beast» («affamare la bestia», e la bestia sono gli Stati e i governi). Eppure la crisi disvela l’importanza del ruolo dello Stato, del resto incisivamente praticato anche in era di neoliberismo conclamato: negli anni di Reagan e dei Bush in Usa si è dato vita a qualcosa che alcuni studiosi hanno definito «Stato sviluppista nascosto». Il punto è: il ricorso allo Stato del neoliberismo dà vita a una sorta di «keynesismo privatizzato» al servizio degli interessi delle corporations e dei poteri forti, il quale implica da una parte l’erosione delle funzioni più nobili e trasparenti della «statualità », dall’altra l’abbattimento dei benefici pubblici per ceti medi e lavoratori. Si tratta di rovesciare questa tendenza e di dare vita a un intervento pubblico trasparente, orientato al bene comune, facendo leva su due fatti strategici: 1) la recessione, la flessione degli investimenti privati, la caduta della produzione, la disoccupazione per essere contrastate richiedono un «big push» fornibile solo da un motore pubblico, a partire da un Piano straordinario per il lavoro di giovani e donne, prendendo atto che le ricette con incentivi indiretti, occupabilità, flessibilità, cuneo fiscale stanno facendo fallimento; 2) la strutturalità delle cause della crisi ci dice che essa è deflagrazione di un intero modello di sviluppo e che l’attivazione di un nuovo modello ha vitale bisogno di un volano pubblico. Occorrono sia politiche della domanda che politiche dell’offerta. Keynes e Schumpeter vanno strategicamente ripensati insieme. La drammatica situazione che stiamo vivendo riattualizza tutte le categorie di Keynes: insufficienza della domanda aggregata, disoccupazione involontaria ed equilibrio di sottoccupazione, utilizzo della spesa pubblica e moltiplicatore, «trappola» che fa sì che all’aumentare della liquidità non aumentino gli investimenti per la decrescente efficienza marginale del capitale. D’altro canto, la crisi economico-finanziaria ha attizzato il fuoco sotto problematiche con un potenziale esplosivo, dalla crescita delle diseguaglianze agli squilibri territoriali, al depauperamento del capitale sociale e dei patrimoni infrastrutturali, alla dequalificazione dei sistemi educativi e delle strutture di welfare, alle questioni ambientali. Trattare queste problematiche implica tornare a un incisivo intervento pubblico, che non si limiti e a regolare e a liberalizzare, ma che da una parte si esprima nella presenza diretta in economia sulle frontiere dell’innovazione (anche con una mobilitazione, valorizzazione, alienazione del patrimonio), dall’altra ridia cittadinanza a un’altra parola a lungo negletta: programmazione. Giddens, il teorico della terza via semiliberista di Blair, dice addirittura «pianificazione». La programmazione e la politica industriale assumono questioni che il mercato non può risolvere: quanto investire nell’aggregato, la direzione che le nuove tecnologie debbono prendere, quanta urgenza dare ai problemi ambientali, il ruolo da assegnare alla scuola, alla conoscenza scientifica, alla cultura. Ogni crisi forza il ritmo del cambiamento strutturale e ciò richiede uno sforzo di pensiero e di categorie per porre al centro di un nuovo modello di sviluppo green economy, beni comuni, beni sociali.

“L’intervento dello Stato per il bene comune” di Laura Pennacchi da l’Unità del 25 agosto 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009. Attualmente è Presidente del Consiglio comunale di Carpi e Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013.
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3 risposte a “L’intervento dello Stato per il bene comune” di Laura Pennacchi da l’Unità del 25 agosto 2012

  1. Lorenzo Paluan ha detto:

    Articolo largamente condivisibile, se non fosse che si descrive una situazione di fatto come se si fosse creata dal nulla. Il problema è che di questa tendenza al “keynesismo privatizzato”, di questa resa ad un neoliberismo d’accatto che, come dice giustamente la Pennacchi, chissà com’è diventa immediatamente statalista quando si tratta di salvare banche e istituti finanziari, i partiti della cosiddetta “nuova” sinistra europea (DS_PD, “New” Labour, la SPD di Schröder) sono stati largamente artefici (e lo sono tutt’ora) e non basta certo un Giddens a far primavera (anche perchè l’azione di Blair fu tutt’altro che “pianificazione” dal punto di vista industriale. Anzi proprio sotto Blair, la Gran Bretagna conobbe un incredibile accelerazione nella deindustrializzazione e nella ulteriore finanziarizzazione della sua economia nazionale).
    La cura arriverà da chi ha contirbuito e sta contribuendo largamente (in Italia anche con il governo Monti) alla diffusione della malattia? Quel che è certo è che le politiche economiche e industriali seguite fino ad oggi dai governi di centrosinistra (dando per scontato il delirio che furono quelli di centrodestra) e dall’attuale governo PDL PD UDC, sanno ben poco di “nuovo modello di sviluppo” e di “green economy” e molto di “businnes as usual” (dato che in politica gli anglicismi van sempre molto di moda…)

    • QuintoStato ha detto:

      E da chi dovrebbe arrivare invece la cura, da chi di questo potere fa decisamente parte? Non certo da Grillo. Chi di dietrologia ferisce, di dietrologia perisce. Io non penso che Grillo sia un fascista del web (e nemmeno Bersani ha detto questo). Io penso che sia un imprenditore del web. E come capita a volte, non sempre dietro agli affari personali di qualcuno tutto è pulito, chiaro, etico, privo di conflitto di interessi. Come spiega bene questo documentario web. Utile per avere un po’ di trasparenza da chi della trasparenza ha fatto una bandiera, ma poi non la pratica a casa propria. E utile soprattutto per capire che Grillo che si presenta come un contropotere è in realtà parte del potere mediatico, politico e affaristico italiano! Buona visione
      clicca qui

  2. paolo ha detto:

    La vecchia talpa scava e riemerge , con il mal di pancia di quelli che al grido di “statalisti”, (per non elencare la narrazione del liberalismo ,del privato e sussidiario ,del consociativismo concertatorio ) hanno regalato industrie intere ai privati , vogliamo ricordare l’IRI , è impossibile non farlo con ILVA di Taranto che grida e mette a nudo lavoro, salute, ambiente , allora se Lavoro ,Salute, Ambiente sono Beni Comuni e non negoziabili , che ne dice Laura Pennacchi dell’idea di Rinazionalizzare? ,cosa che andebbe fatta anche per quel che resta della FIAT .
    colpi di sole? Se qualcuno lo pensa , allora speriamo non arrivai Beatrice

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