“La solitudine del lavoro al tempo della finanza” di RINALDO GIANOLA Da L’Unità del 29 luglio 2012

C’È VOLUTO IL SEQUESTRO GIUDIZIARIO DEL PIÙ GRANDE IMPIANTO PRODUTTIVO ITALIAN0 per rivedere gli operai nei titoli dei telegiornali della sera, perché si tornasse a parlare di lavoro e di politiche industriali. Bene, anche se non è il caso di farsi troppe illusioni. Siamo abbastanza esperti per poter affermare, con un’ampia possibilità di successo, che appena sarà passata l’emergenza sociale, di ordine pubblico, all’Ilva di Taranto, tutto tornerà alla normalità, alla consueta litania sul mercato del lavoro troppo ingessato, sulle condizioni di “privilegio” di cui certi operai e impiegati beneficerebbero a danno, ovviamente, di donne e giovani sempre emarginati. Nella stagione dei tecnici, ma anche prima per la verità, il lavoro è considerato un elemento statistico sul quale calibrare eventualmente le politiche economiche senza tuttavia alterare gli intoccabili “saldi” perché altrimenti lo spread e la Bundesbank chissà come reagiscono. Ma se ripiombiamo in recessione, se perdiamo il 2% del Pil all’anno, se ci vorrà un decennio a riportare le condizioni della nostra economia al livello pre-crisi del 2008, si può star tranquilli che il tenero Cipputi o il tremendo statale saranno trascurati e bastonati alla stessa maniera e dovranno pure sorbirsi le lezioncine di prof, intellettuali e anche politici e amministratori di un certa statura e notorietà. Si troverà sempre un sindaco che invita gli operai Fiat a «stendere un tappeto rosso a Sergio Marchionne” o un giuslavorista che spiega come le imprese straniere non investono in Italia perché c’è l’articolo 18. Poi succede che il manager Marchionne comunica che potrebbe chiudere una o due fabbriche in Italia, dopo aver promesso due anni fa 20 miliardi di investimenti e una produzione annua di 1,4 milioni di auto più altri 240mila veicoli commerciali, e nessuno dice niente. Silenzio. Ci lamentiamo noi e pochi altri, ma siamo solo un club di rompiballe isolati che, a volte, ci crogioliamo inutilmente nel piacere di essere minoranza. Non c’è un ministro che muove foglia, che convoca l’amministratore delegato della Fiat per chiedere almeno una spiegazione. Non dice nulla il presidente del Consiglio, che pure non dovrebbe avere timori a parlare con Torino visto che un tempo stava nel consiglio di amministrazione della Fiat. Al massimo Mario Monti accusa i sindacati e la concertazione di avere prodotto i mali attuali. Potrebbe dirci come mai gli Agnelli non investono una lira in questo paese, perché Exor destina il 70% dei suoi investimenti al di fuori dell’Italia e dell’Europa, salvando solo la Juventus. Ma le imprese devono poter scegliere dove investire, senza intoppi, dice il premier. Stiamo perdendo l’industria dell’auto, un fatto grave che viene denunciato pure dall’ingegnere Carlo de Benedetti sul Sole 24 Ore e subito si becca il rimbrotto, «Stai zitto tu che hai chiuso l’Olivetti», della gloriosa Stampa che scatta come ai bei tempi quando bisogna difendere il padrone. Però ci salva la Volkwagen che stronca Marchionne con parole inequivocabili. Se i tedeschi si prendessero l’Alfa Romeo almeno ci darebbero una speranza. E poi ancora… Non si trova traccia di un commentatore, un liberale di qualsiasi forma e natura, che spieghi come Emilio Riva non sia arrivato ieri: è padrone dell’Ilva dal 1995, chiese addirittura lo sconto dopo averla rilevata dall’Iri. E forse, oltre alla diossina e al piombo, c’è sempre stato qualche problema di sicurezza in quella fabbrica visto il numero degli operai morti negli ultimi anni. Ma a chi volete che interessino questi argomenti? Ci si occupa degli operai quando fanno casino, occupano le strade e salgono sui tetti. Poi, passata la bufera, si mette la sordina. E ci tocca il ministro del Welfare Elsa Fornero che fa una riforma delle pensioni dimenticandosi di migliaia di lavoratori. Il livello è questo, non si scappa. Ma forse ce lo meritiamo. Dovrebbero essere l’informazione, il giornalismo etico, la cultura non asservita, una politica coraggiosa a fare il loro mestiere, a occuparsi degli ultimi, a raccontare le condizioni di vita e di lavoro di milioni di cittadini. Ognuno fa quello che può e che sente, ma prevale un diffuso conformismo, la volontà a tutelare il proprio orticello, gli interessi del gruppo o della casta, perché tutti, come tanti Alberto Sordi, tengono famiglia e devono mangiare. Ecco: la solitudine del lavoro si spiega con la sua perdita di valore, non solo economico ma pure culturale e sociale. Speriamo che la nottata passi presto. Proviamoci.

“La solitudine del lavoro al tempo della finanza” di RINALDO GIANOLA Da L’Unità del 29 luglio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009. Attualmente è Presidente del Consiglio comunale di Carpi e Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013.
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Una risposta a “La solitudine del lavoro al tempo della finanza” di RINALDO GIANOLA Da L’Unità del 29 luglio 2012

  1. paolo ha detto:

    grazie veramente, mi stupisco che sia pubblicato su L’unità , e ripeto grazie , cerchiamo veramente di non essere isolati ,parliamo con i lavoratori con i sindacati non amici ,quelli che firmano e dicono che la FIOM si è esclusa da sola , con i sindacati di base , con chi non si arrende ,resiste e vuone uscire dal club dei solitari.
    Come dice Rinaldo Gianola ,Proviamoci

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