“Le lacrime e l’orgoglio sulla maglia” di Aldo Cazzullo dal Corriere della Sera del 3 luglio 2012

Fino in Fondo a Testa Alta con l’Orgoglio per questa Maglia

Munch non ha dipinto soltanto urla. Il grande pittore norvegese esplorò anche il tema de «Il giorno dopo» (sottinteso, la sbornia): angoscia, cerchio alla testa, vergogna di sé. Il giorno dopo, per gli azzurri e per noi, porta invece soprattutto riflessioni positive. Certo, i quattro gol della Spagna bruciano. Ma prevalgono i sentimenti espressi ieri sera al Quirinale dal presidente Napolitano: orgoglio, fiducia in se stessi, senso ritrovato dell’unità.
Non era mai accaduto che un campionato europeo suscitasse in Italia una mobilitazione così. Neppure quando arrivammo più vicini al titolo, nella finale del 2000 contro la Francia. Si è sostenuto con ragione che la nostra è l’unica Nazionale a non avere una sua tifoseria al seguito. Questo accade anche perché della Nazionale agli ultras dei vari club importa poco o nulla. Ma gli azzurri smuovono gli animi degli appassionati autentici e anche dei tanti che seguono poco il calcio, che giustamente si indignano per lo scandalo delle scommesse, ma nelle competizioni internazionali ritrovano un senso di appartenenza che in queste serate si poteva toccare con mano. Bastava una passeggiata nelle città italiane, ieri pomeriggio e poi la notte, per misurare l’altissimo grado di coinvolgimento, espresso nelle forme prima dell’euforia e quindi della delusione, temperata dalla consapevolezza di aver vissuto comunque una bella avventura.
L’atmosfera di queste sere d’estate ha ricordato quella dei giorni in cui l’Italia ha festeggiato il suo 150° compleanno. E non è un caso che sia di nuovo la figura di Napolitano a sintetizzare emozioni e valori comuni. Se si va a rivedere la partita di calcio più famosa di tutti i tempi, Italia-Germania 4 a 3, si nota che i calciatori non cantano l’inno, e il telecronista non sta zitto ma continua a dare le formazioni; e la colpa non è certo di Nando Martellini, che tutti ricordiamo con affetto, o di Gigi Riva, che ora fa il team manager, è stato trattenuto a casa da una malattia ed è molto mancato agli azzurri. Era lo spirito del tempo: l’inno non era considerato una cosa importante; e il tricolore era un simbolo di parte, quasi di estrema destra. Ora l’inno lo cantano tutti, calciatori e tifosi. E il tricolore lo si è visto in pugno a tanti figli di immigrati, a testimonianza che i «neri italiani» esistono, a cominciare da Mario Balotelli e Angelo Ogbonna. Riappropriarsi dei simboli significa essere un Paese dall’identità solida, che sa chi è. E mette opportunamente in galera chi davanti al maxischermo sventola una svastica.
“Siamo un Paese vecchio” ci ammonisce Prandelli. Ha ragione. Non si tratta tanto di una questione anagrafica. Il punto non è inserire i giovani al posto dei vecchi (anche se siamo curiosi di vedere presto in azzurro un Mattia Destro). Il punto è fare cose nuove, o fare in modo diverso le cose di prima. La Nazionale ci è riuscita. Ha giocato un calcio offensivo senza le esasperazioni cerebrali di Sacchi. Ha affrontato a viso aperto squadre superiori, talora prevalendo, talora — come domenica sera — soccombendo in maniera anche dolorosa. Ed è andata molto oltre le aspettative. Alzi la mano chi avrebbe creduto a un’Italia finalista, la notte della disastrosa sconfitta con una Russia che pareva ciclonica e di cui invece si sono perse le tracce.
Ma il principale merito della Nazionale è stato rappresentare il Paese che le sta dietro, interpretare il momento della vita dell’Italia, nelle forme un po’ ingenue e un po’ epiche dei comunicati via Facebook di Buffon come in quelle più consapevoli di Prandelli. Avevamo davvero tutti bisogno di un’iniezione di buonumore, ottimismo, consapevolezza di noi stessi. Ci fa bene ricordare che nel mondo globale non partiamo sconfitti in partenza, anzi la fantasia, l’estro, il genio che pure i nostri critici ci riconoscono rappresentano armi formidabili, anche fuori dai campi di gioco. «Non so più se sto parlando dell’Italia del calcio o dell’Italia in generale, perché i due discorsi si assomigliano molto» ha sorriso ieri il capo dello Stato. La coincidenza tra la semifinale vittoriosa con la Germania e il buon esito del vertice di Bruxelles ha autorizzato accostamenti fuori luogo, a cominciare dalle inaccettabili volgarità sulla Merkel. Ma era inevitabile che da un Europeo carico di simboli uscissero significati validi anche per la nostra vita pubblica e per le nostre vite private. È accaduto così pure nell’infelice finale con la Spagna.
Le lacrime degli azzurri nella notte di Kiev, e persino il fatto che qualche titolare acciaccato abbia voluto — sbagliando — giocare lo stesso, testimoniano che non siamo di fronte a miliardari cinici, che l’attaccamento alla maglia è sincero. Possiamo andare fieri di loro, anche se le hanno prese dagli spagnoli. Soprattutto, possiamo andare fieri di noi stessi, e di quello che sappiamo e possiamo fare.

“Le lacrime e l’orgoglio sulla maglia” di Aldo Cazzullo dal Corriere della Sera del 3 luglio 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente pubblico, è stato Consigliere comunale a Carpi dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2009. Attualmente è Presidente del Consiglio comunale di Carpi e Presidente dell'Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese. Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013.
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