Lettera alla Nazionale di un undicenne trent’anni dopo (Mutatis Mutande di GT)

Cara Nazionale di calcio,
scusa se mi faccio vivo con un ritardo di 30 anni. Era dai campionati del mondo spagnoli che non ti seguivo con così tanta passione. Mitica la formazione che – al posto delle poesia ‘Il lampo’, che avrei dovuto studiare – imparai a memoria quell’estate del 1982 tra la quinta elementare e la prima media.
L’ho ancora impressa nella memoria… la formazione ovviamente (Zoff, Bergomi, Cabrini, Collovati, Gentile, Scirea, Oriali, Tardelli, Conti, Graziani, Rossi). Come si fa a dimenticarla, insieme a quel triplice urlo di Nando Martellini: ‘Campioni del Mondo’.
Della poesia di Giovanni Pascoli invece ricordo a malapena che la terra era ‘ansante’ (proprio come in questi giorni in Emilia).
Negli anni adolescenziali smisi presto di seguirti e nel giro di pochi anni abbandonai la mia passione sportiva. Non farmene una colpa, ma vedevo il calcio trasformarsi sempre più in merce, come molte delle cose dell’Italia degli anni Ottanta e Novanta. Un Paese da bere, per me sempre meno facile da ingoiare, con il calcio che perdeva progressivamente quella venerabilità che gli aveva attribuito anche Pier Paolo Pasolini, quando lo definì “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” e “lo spettacolo che ha sostituito il teatro”.
Ti scrivo perché in questo periodo che ha visto la mia città ferita dal terremoto ho pensato di ritrovare, seguendoti, un po’ di speranza e un antidoto alla profezia Maya che sembra avverarsi giorno dopo giorno (peraltro nell’anno bisesto, anno funesto).
In queste settimane tremende, le partite della Nazionale mi hanno distratto e non mi hanno fatto pensare all’emergenza terremoto. Ho cominciato a seguirti sul maxi schermo della Rai in un campo di sfollati a Fossoli di Carpi. Non mi hai mai tradito, non farlo in finale.
Non ce l’ho con la Spagna, che non se la passa molto meglio. Non è per vedere le Furie Rosse sconfitte che ti chiedo di vincere (mentre ammetto un certo piacere nel vedere la Germania perdere una partita che si è trasformata nella metafora della politica europea).
Ti chiedo di vincere perché per una sera non voglio pensare alla crisi, al terremoto e a tutto ciò che affligge il nostro tempo e la mia terra, che nell’ultimo mese ha tremato più di 1600 volte, senza contare le scosse al di sotto del magnitudo 2.
Non so perché lo desidero così tanto. Forse ha ragione Soriano, quando sostiene che il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce. Non c’è infatti una ragione. È solo una partita di calcio, ma per una sera voglio solo vedere l’Italia vincere, sconfiggere la Spagna, la crisi, il terremoto e le ansie e le paure che ha generato!
Nient’altro!
Tuo, Giovanni T.

Annunci

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.