“LA SECONDA VITA DELL’EURO” di ANDREA BONANNI da La Repubblica del 23 giugno 2012

La seconda vita della moneta unica

DALL’ESPLODERE della crisi finanziaria nel 2008, seguita poi dalla crisi dei debiti sovrani, i capi di governo europei hanno tenuto una trentina di vertici per cercare di salvare l’euro così come lo conosciamo. Non ci sono riusciti. Dopo quattro anni di sforzi e promesse, la moneta unica è più a rischio che mai. Quel che si è capito dall’incontro quadripartito di ieri a Roma tra Monti, Merkel, Hollande e Rajoy, è che il vertice della settimana prossima sarà il primo in cui i leader europei abbandonano la speranza di salvare il vecchio euro e cercano di dare vita ad una nuova Unione monetaria, sanata dalle tare genetiche che hanno minato la vecchia. L’altra cosa che si è capita dalle dichiarazioni generiche di ieri, è che l’impresa non sarà affatto facile.
Avendo sprecato quattro anni per cercare di salvare l’euro1, gli europei hanno pochissimo tempo («tre mesi», secondo la direttrice del Fmi Christine Lagarde) per mettere in cantiere l’euro2. La buona notizia è che ne sono consapevoli, e che tutti, più o meno, concordano sulla ricetta della nuova unione monetaria. La cattiva notizia, è che ancora non riescono a mettersi d’accordo sui dosaggi della ricetta.
I fallimenti di questi anni dimostrano che non si può avere unione monetaria senza unione delle politiche di bilancio, ma che non si può avere unione delle politiche di bilancio senza unione delle politiche economiche e, in definitiva, senza unione politica tout court. Il nuovo euro, dunque, deve essere più solidale, avendo messo in comune almeno una quota significativa dei debiti pubblici e avendo creato una unione bancaria che sottragga ai governi nazionali il controllo e la responsabilità del proprio sistema creditizio. Ma deve anche essere più sovrano, avendo stabilito meccanismi che deleghino a Bruxelles un ferreo controllo sulle politiche nazionali di bilancio e sull’insieme del sistema bancario. In teoria, su questi principi tutti concordano.
Il punto in cui si apre la voragine che rischia di inghiottire il sogno della moneta unica è la tempistica nello scambio tra sovranità e solidarietà.
Ieri questa divergenza è apparsa chiara alla luce del sole. E, come sempre, è il binomio franco-tedesco a farsi interprete delle dicotomie europee. La Merkel dice: nessuna solidarietà senza cessione di sovranità. Non posso accettare gli euro-bond se non ho controllo sui bilanci dei governi che emettono debito, e non posso finanziare direttamente le banche spagnole (o italiane) se non ho potere per influenzare la loro gestione, che resta dipendente dai governi nazionali. Ieri ancora la cancelliera non ha perso occasione di recriminare sui «patti non rispettati» che hanno portato alla crisi attuale. Sul fronte opposto, Hollande ribatte: niente cessione di sovranità senza prove concrete di solidarietà. La Francia di Sarkozy ha già accettato di farsi promotrice del «fiscal compact», il Trattato voluto dalla Merkel per vincolare i governi al rigore di bilancio.
E in cambio non ha ricevuto nulla sul fronte della solidarietà: la Francia di Hollande, che ha vinto le elezioni promettendo di stimolare la crescita, non rinuncerà alle proprie ambizioni senza impegni precisi da parte tedesca a condividere i rischi che una politica di rigore comporta. «Non posso aspettare dieci anni per vedere realizzati gli eurobond », ha polemizzato ieri il presidente francese.
Il piano da 130 miliardi per la crescita, la decisione di tassare le transazioni finanziarie andando avanti senza la Gran Bretagna, le parziali aperture sulla golden rule proposta da Monti sono certo buone notizie uscite dal vertice quadripartito di ieri. Ma non serviranno a salvare la moneta unica. Solo trovando un punto di incontro tra la richiesta tedesca di maggiore sovranità e quella francese di maggiore solidarietà si potrà «rifondare l’Unione economica e monetaria», come chiede la Commissione europea, e si potrà rispondere alla domanda di Draghi, che chiede ai leader europei di indicare ai cittadini e ai mercati «dove saremo tra dieci anni». Dieci anni, in fondo, è la scadenza a cui vengono emessi i buoni del tesoro. Se si tratta di un lasso di tempo inferiore all’aspettativa di vita dell’euro, non c’è da stupirsi che tutti si precipitino ad acquistare i bund tedeschi.
Ma proprio questa sua apparente forza è in realtà il vero tallone di Achille della Germania. I continui richiami della cancelliera al rispetto delle regole sarebbero più credibili se i tedeschi non fossero i primi a trarre profitto dalla debolezza dell’euro e dalla fuga dei capitali dal resto d’Europa verso i titoli di stato tedeschi che rendono difficile, se non impossibile, il risanamento dei conti degli altri partner europei. Così come certe inflessibilità della Merkel sarebbero più verosimili se non si sapesse che la Germania è il Paese che ha più da perdere dal naufragio delle moneta unica, proprio perché è quello che più profitta della sua esistenza. Il compito di trovare un compromesso tra sovranità e solidarietà ricade oggi sul quartetto composto da Van Rompuy, Draghi, Barroso e Juncker. L’unica strada che i quattro «saggi» possono imboccare è quella di definire un percorso a tappe in cui le concessioni su un fronte siano bilanciate da corrispondenti conquiste sull’altro.
Proiettato su un certo numero di anni, l’esercizio non è impossibile. In fondo, l’incubazione della prima unione monetaria è durata più di dieci anni.
Oggi però l’Europa non ha tutto questo tempo a disposizione. E in questa situazione l’unica istituzione che può far guadagnare un po’ di tempo intervenendo per frenare l’avanzare della crisi è la Banca centrale europea.
Lo ha già fatto all’inizio dell’anno iniettando liquidità nel sistema. Può farlo ancora, come le ha domandato Christine Lagarde che sollecita «interventi creativi». Con il consenso dei governi, Draghi può fare da «ponte» sia verso la creazione di una vera Unione bancaria sia verso l’utilizzo del fondo salva stati come prestatore di ultima istanza: due soluzioni che non possono essere improvvisate dall’oggi al domani. Ma per muoversi in questa direzione, la Banca centrale europea deve avere una garanzia tangibile della buona volontà dei governi ad avviare la fase due dell’unione monetaria. E questa garanzia deve arrivare, improrogabilmente, al prossimo vertice di fine mese.

“LA SECONDA VITA DELL’EURO” di ANDREA BONANNI da La Repubblica del 23 giugno 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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