“Servono idee, democrazia ancora a rischio” di PAOLO FRANCHI dal Corriere della Sera del 20 giugno 2012

A quanto pare, lo sapevano tutti: ci vuol altro che la vittoria di Nuova Democrazia ad Atene, per distogliere i mercati dalla loro collera fredda contro i debiti sovrani che contano, a cominciare dallo spagnolo e dal nostro. Però si erano dimenticati di avvertirci. Prima del voto, quando ci esortavano a pregare il cielo perché i greci seppure in extremis si ravvedessero, prendendo atto che nessun sacrificio, nemmeno il più sanguinoso, può essere considerato eccessivo, se in ballo sono, per loro e per noi, le sorti dell’euro. E dopo il voto, quando ci hanno spiegato che gli elettori greci, padroni del loro e del nostro destino, rifiutandosi di cedere alla rabbia e allo sconforto incarnati da Syriza hanno liberamente preso la migliore delle decisioni, e probabilmente ne saranno ripagati con qualche sconto e qualche dilazione. Se, nonostante tutto, hanno qualche rimostranza da fare alla Germania, provino a fargliela venerdì prossimo, quando la loro nazionale di calcio, sostenuta dal tifo appassionato di tutti i poveracci del creato, se la vedrà con quella tedesca. Anche a questo, si sa, servono i circenses. Intanto, euro batte dracma uno a zero, e palla al centro.
Crisi della democrazia? Ma quando mai. Queste sono fanfaluche da vecchi gauchistes, ancora prigionieri di polemiche tardo novecentesche contro la Trilateral, o da vecchi liberal ancora convinti, come scriveva Ralph Dahrendorf in appendice al celebre documento della medesima, che i governi dovrebbero evitare di credere «che un po’ più di disoccupazione e un po’ meno istruzione, un po’ più di disciplina e un po’ meno libertà di espressione renderanno il mondo un luogo migliore, in cui sarà possibile governare con efficacia». Nella medesima giornata, in contesti tanto diversi, le elezioni greche e quelle francesi ci hanno dimostrato che la democrazia, in Europa, è, nonostante tutto, in buona salute. Al massimo possiamo dispiacerci un po’ perché ad Atene entra in Parlamento un drappello di nazisti, e a Parigi ci tornano tre deputati del Fronte nazionale, mentre non ce l’ha fatta Ségolène: vista la posta in gioco, cose un po’ disdicevoli, sì, ma in ultima analisi robetta. Per carità, la strada della salvezza resta lunga e accidentata, e, per incamminarvisi risolutamente, occorre che ciascuno provveda a cedere il prima possibile quote della propria sovranità. Ma Paesi a sovranità limitata, vivaddio, non ce ne sono. Tutt’al più ce n’è qualcuno, come il nostro, dove la politica ha malamente provveduto a limitarsi, eccome, da sola, e proprio al termine di una lunga stagione in cui aveva preteso l’ultima parola su tutto: e non è detto che sia un male, soprattutto se le istituzioni da un lato, la società civile dall’altro, faranno la propria parte. Questo, grosso modo, ci è stato raccontato nell’ultimo fine settimana. E questo, grosso modo, è stato clamorosamente smentito già lunedì, un paio d’ore appena dopo l’apertura delle borse. Da brutta che era, la situazione si è fatta bruttissima. Come se (rubiamo la curiosa immagine, vagamente fantascientifica, a Mario Monti) fossimo riusciti sì a indietreggiare di qualche metro dall’orlo del baratro, ma a questo punto il baratro si fosse messo a inseguirci: roba da far impallidire il lukacsiano Grand Hotel sull’abisso. Qualcuno ha provato a darne la colpa ancora una volta ai greci, accigliandosi perché una grande coalizione di emergenza non si era formata già di buon mattino, o lamentando il fatto che, seppur sconfitta, la sinistra radicale è lontana un paio di punti appena dai vincitori, e promette un’opposizione durissima. Come spiegazioni, non sono davvero un granché. A modo loro testimoniano, però, che la crisi della democrazia (che, come è noto, ha i suoi tempi e le sue procedure, e non prevede lo sterminio e nemmeno l’internamento degli oppositori) non è purtroppo solo materia per dibattiti di rèvenants, ma fa parte ormai del nostro vissuto quotidiano. In caso contrario, qualche evidenza sarebbe stata sottolineata sin dall’inizio. Dicendo chiaramente, per esempio, che, fuori dalla logica infernale del colpirne uno per educarne cento, il trattamento inflitto alla Grecia, e su cui i greci sono stati sadicamente chiamati a votare, non è solo terribile, ma pure demenziale. E pure che i greci (o meglio, la maggioranza dei greci meno poveri e over cinquanta: i due terzi dei giovani hanno votato Syriza, sempre meglio che Beppe Grillo) vi si sono adeguati, risolvendosi persino a festeggiarlo in piazza, nella speranza di limitare in qualche modo, prima o poi, il danno. Non è un bel vedere, per un democratico di qualsiasi colore, la vittoria, in nome dell’euro, del partito che, quando governava, per entrare nell’area dell’euro truccò vistosamente i conti, senza che i suoi rigorosissimi amici berlinesi se ne preoccupassero più di tanto. E non è un bel vedere nemmeno il tracollo del Pasok, il cui ultimo leader, che è pure l’ultimo dei Papandreu, fu trattato da pazzo provocatore per aver proposto a suo tempo l’unica via d’uscita politicamente e democraticamente ragionevole, e cioè un referendum sull’euro.
Si potrebbe continuare, fermiamoci qui. Limitandoci a segnalare che certo, ricette per rivitalizzare democrazie peggio che esangui non ne ha nessuno, a meno di non voler considerare tale, da noi, la promessa dell’«iperdemocratico» Grillo di procedere sì, dopo l’immancabile vittoria, a una «nuova Norimberga», ma senza violenza, perché altrimenti si finirebbe come Saint Just e Robespierre. Ma ricordando pure che l’assenza di adeguate terapie non autorizza nessuno a spacciare una malattia potenzialmente mortale per un raffreddore.

“Servono idee, democrazia ancora a rischio” di PAOLO FRANCHI dal Corriere della Sera del 20 giugno 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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