“Unione bancaria nuova Frontiera della politica Ue” di LUCREZIA REICHLIN dal Corriere della Sera del 16 giugno 2012

Manovra in tre mosse sulle banche Così si blocca la deriva del debito

In questi giorni di grande incertezza per il risultato delle elezioni in Grecia e sulla scia dell’ultimo declassamento della Spagna, da più parti si invoca di nuovo una soluzione ambiziosa a livello europeo che garantisca la stabilità finanziaria. Con urgenza. Negli ultimi giorni il presidente della Commissione europea Manuel Durão Barroso ha parlato di unione bancaria.Anche Mario Draghi ha accennato, a varie riprese, all’unione bancaria. Infine, è notizia di ieri, la Germania, che pure sembrava riluttante, ha accettato di fare un passo in questa direzione. Ecco la nuova frontiera del negoziato politico europeo.
Perché un’unione bancaria? Perché costituisce lo strumento necessario per affrontare la causa fondamentale dell’instabilità finanziaria in Europa, vale a dire il nesso tra le difficoltà del sistema bancario («stress bancario») e quelle della finanza pubblica («stress sovrano»). Ci sono due ragioni, una banale e una più sottile, che spiegano la connessione tra crisi bancaria e crisi del bilancio pubblico.
Quella banale è che uno shock recessivo può mettere sotto pressione i bilanci di istituti di credito non sufficientemente capitalizzati. A quel punto, se il governo è costretto a intervenire per evitare il possibile fallimento della banca, dovrà scaricarne il costo sul bilancio pubblico. Viceversa, se sono i conti dello Stato a trovarsi in difficoltà per gli effetti della recessione, si potrà avere un forte contraccolpo sui bilanci delle banche che più si sono esposte, sottoscrivendo titoli pubblici.
In una situazione in cui l’integrazione finanziaria, come in Europa, ha favorito l’attività oltreconfine delle banche, lo stress si può diffondere anche al di là del territorio nazionale.
La ragione più sottile della mortale relazione tra crisi bancaria e crisi della finanza pubblica attiene, invece, alle caratteristiche dell’unione monetaria. Quando uno Stato ha la sua propria moneta i mercati, se individuano uno stress sul bilancio pubblico di un Paese o su quello delle sue banche, scommettono contro il tasso di cambio provocandone la svalutazione. All’inizio degli anni Novanta questo portò la lira, ma anche la sterlina, a uscire dal meccanismo dei cambi europeo, creando la crisi di quel sistema di cambi fissi. Si capì allora che quel modello era instabile e anche per questo si percorse la via alternativa dell’unione monetaria. Tuttavia, in un’unione monetaria le scommesse contro il cambio diventano direttamente scommesse contro lo Stato: creando aspettative di fallimento, di default, sul debito pubblico, si determina una pressione verso l’alto dei tassi di interesse che può portare all’insolvenza anche in situazioni in cui il problema iniziale sia la liquidità. Ma poiché la fragilità di banche e debito sovrano sono connesse, la valutazione del mercato è basata non solo sul bilancio pubblico, ma anche sul bilancio consolidato, mettendo cioè insieme Stato e banche. Non importa se la Spagna abbia i conti pubblici relativamente in ordine, visto che le sue banche sono fragili. E non importa se le banche in Italia siano relativamente solide, visto che il rapporto tra il debito pubblico e il pil (prodotto interno lordo) potrebbe crescere. Si sa che la debolezza delle banche renderà debole anche lo Stato e viceversa.
In questa situazione le banche sono particolarmente vulnerabili e la loro vulnerabilità minaccia la stabilità finanziaria con effetti potenzialmente ingenti sulla economia reale. Per questo è necessario poter spezzare il nesso tra banche e conti pubblici.
Questo obiettivo si raggiunge in tre modi. Primo la prevenzione, cioè regole e supervisione comune delle banche europee sia quelle grandi che operano in più Paesi sia quelle piccole che sono legate a quelle maggiori da meccanismi spesso poco trasparenti. Su questo punto sembra che ci sia finalmente un accordo dei tedeschi. Ma la prevenzione non basta. Occorrono altri due ingredienti. Serve un fondo europeo che possa intervenire per ricapitalizzare banche in difficoltà in modo da far sì che il peso di questo intervento non ricada esclusivamente sullo Stato corrispondente alla banca in questione. Questo implica una forma di mutualizzazione, di condivisione del debito bancario che distribuisca il rischio tra i Paesi. I dettagli su come si debba fare la spartizione sono ovviamente decisivi nel negoziato politico.
L’ultimo requisito è una garanzia sui depositi a livello europeo che impedisca fughe dalle banche dei Paesi della periferia verso gli istituti di credito del Nord Europa. Queste fughe si cominciano a vedere in Spagna, non ancora in Italia, ma potrebbero manifestarsi se si spargesse il panico.
Tutti e tre questi elementi dell’unione sono essenziali per spezzare il contagio tra sovrano e banche e avrebbero una funzione di tranquillizzazione sulle aspettative dei mercati, oltre a limitare il contagio tra Paesi di cui si parla con angoscia in Italia.
Perché, allora, non si agisce con più decisione? La parte preventiva non si è fatta finora perché le autorità nazionali, in modo cieco, competono tra di loro attraverso meccanismi poco trasparenti. Sugli altri due fronti, mutualizzazione del debito e garanzia dei depositi, non si fanno passi avanti perché si teme che possano implicare trasferimenti di risorse dalla Germania ai Paesi più fragili. È chiaro che non si può chiedere alla Germania di farsi garante del debito complessivo dell’Europa e credo che i tedeschi abbiano le loro ragioni a diffidare dalle mille proposte di condivisione del debito che circolano in Europa. Tuttavia qui si parla di banche e le banche tedesche sono state tra le più esposte al rischio finanziario che è all’origine della crisi, sono state mal regolate e veicolo dell’espansione del credito del Sud Europa negli anni del boom. Quando c’era da ballare tutti hanno ballato, inclusi i tedeschi. Tuttora in Germania le grandi banche hanno una leva finanziaria in certi casi doppia di quella delle banche italiane.
Un meccanismo comune per la stabilità finanziaria è nell’interesse di tutti.

“Unione bancaria nuova Frontiera della politica Ue” di LUCREZIA REICHLIN dal Corriere della Sera del 16 giugno 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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