“La domenica irrazionale di Wall Street” di FRANCESCO GUERRERA da La Stampa del 16 giugno 2012

L’ Europa è in bilico e l’America trema. La Grecia non era mai stata un pericolo per Wall Street. Un bel posto dove i banchieri potevano andare in vacanza ed immergersi nella storia millenaria che gli Stati Uniti non hanno, quello sì.

Ma non una piazza monetaria ed economica in grado di spaventare i signori del denaro, nemmeno quelli di origine greca come Jamie Dimon, capo della J.P. Morgan Chase. Ma negli ultimi due anni i brokers, i traders e i banchieri col gessato sono tutti diventati esperti di storia greca. Non quella di Pericle, Ettore ed Achille, ma quella recente di Papademos, Samaras e Syriza.

Per questo weekend di passione, alcune banche d’affari americani hanno addirittura cancellato le vacanze e chiesto agli operatori di presentarsi in ufficio domenica pomeriggio per essere pronti quando le Borse asiatiche reagiscono ai risultati dell’elezione greca.

A Wall Street vogliono tutti sapere, soprattutto da europei come me, se siamo all’inizio della fine: la morte dell’euro, l’implosione dell’Europa e la recessione globale. Il mondo della finanza americano non fa altro che chiedersi cosa succederà se i giochi di potere intraeuropei tra tedeschi sparagnini e mediterranei spendaccioni finiscono nel «game over» del più grande blocco economico del mondo.

In realtà, non siamo ai campionati europei dove chi perde adesso va a casa. L’elezione greca non darà risposte definitive, viste le mille permutazioni che potrebbero scaturire dai risultati. Le banche centrali, a cominciare dalla Bce di Draghi, hanno già il dito sul grilletto dello stimolo, pronte a sparare denaro nell’economia ai primi segni di panico. Ma i mercati non sono in condizione di ragionare pacatamente. I nervi sono tesi e i portafogli in perdita. In questi momenti, la razionalità non c’è e non si vede.

Nell’America tremebonda, però, diversi gruppi tremano in maniera diversa. Prima di tutto, c’è Wall Street. Le banche americane giurano di avere poco o nulla in Grecia nella speranza di rassicurare gli investitori. Ma le parole non bastano. Il rischio per le istituzioni finanziarie non sono gli investimenti diretti che hanno in Grecia (o in Italia e Spagna) ma la possibilità, ormai non tanto remota, del crollo dell’euro.

Il capo di uno dei giganti della finanza americana mi ha detto questa settimana che, secondo lui, c’è il 30% di probabilità di un collasso dell’euro. Il 30%. Non l’1% o il 5% ma il 30%. Se ciò accadesse, rivivremmo l’episodio Lehman – il momento di panico in cui il fallimento della banca d’affari fece fermare l’economia mondiale e causò una contrazione economica e finanziaria di enormi proporzioni. E quando chiedo che cosa le banche possano fare per prevenire o ridurre un rischio del genere, i padroni della finanza, di solito molto loquaci, tacciono e scrollano le spalle, ma senza sorridere.

Gli investitori non sono da meno. In molti sono usciti completamente dall’Europa, vendendo e svendendo azioni e Buoni del Tesoro per rifugiarsi in beni che hanno poco valore ma tanta sicurezza, quali le obbligazioni federali americane e tedesche. Ma nemmeno l’investitore più prudente si può completamente isolare dalla crisi europea.

Milioni di americani, per esempio, investono in «money market funds», fondi che di solito sono a basso rischio ma che sono spesso usati da banche europee, in particolare quelle francesi, per finanziare le loro operazioni negli Usa. Se una di queste banche fallisse, le ripercussioni si risentirebbero ad Orly come in Ohio, a Parigi come a Phoenix.

E poi c’è Washington. In pubblico, le parole del ministro del Tesoro Geithner sono melliflue – ha detto che gli europei sono determinati ad evitare il crollo dell’euro e a rimettere ordine nel caos delle loro finanze. Ma in privato, i suoi luogotenenti, e quelli del capo della Federal Reserve Ben Bernanke, sono molto preoccupati. La Fed ha promesso di offrire dollari alle banche europee (attraverso la Bce), se ne avessero bisogno, per fare in modo che abbiano abbastanza soldi anche se la situazione peggiora.

Ma al di là di ciò, non c’è molto che gli Usa possano fare per aiutare l’Europa. Di soldi, il governo Obama non ne ha, anzi. E i venti della politica, con un’elezione presidenziale a novembre, soffiano verso l’interno, non l’estero. L’America in questo momento si trova in una posizione inconsueta: impotente e dipendente. Una superpotenza politica ed economica senza artigli e in balia di eventi che non può né controllare né influenzare. Allacciate le cinture di sicurezza, la turbolenza è appena iniziata.

“La domenica irrazionale di Wall Street” di FRANCESCO GUERRERA da La Stampa del 16 giugno 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “La domenica irrazionale di Wall Street” di FRANCESCO GUERRERA da La Stampa del 16 giugno 2012

  1. Alessandro ha detto:

    E dopo che la Grecia ha dato il via alla civilta’ occidentale, abbandonata da Merkel ed Europa stessa, sara’ l’artefice della sua distruzione con il mediterraneo frantumato: Grecia in mano ai russi,pronti, Turchia a Oriente, balcani a est, il nord Africa si perdera’, Spagna, italia e Irlanda fuori dall’ euro. Unione politica addio, Merkel esule a Cipro (parte turca).

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