“Quei cartelli sulle macerie. Versi e disegni per rinascere” di Giusi Fasano dal Corriere della Sera 12 giugno 2012

Slogan o canzoni celebri: così l’Emilia supera la paura

CAVEZZO (Modena) — Il coraggio («Ci hai fatto tremare ma non ci hai spaventato»). L’ostinazione («Barcolliamo ma non molliamo»). La speranza («Piazza della vita»). La tenacia («Yes, we can»). C’è di tutto questo un po’ negli slogan dei paesi terremotati dell’Emilia. Striscioni appesi ai cancelli dei capannoni o delle case, cartelli piazzati davanti agli sbarramenti delle zone rosse, foglietti legati con cordini alle grate che circondano edifici pericolanti… Parole che si muovono al vento e che raccontano gli emiliani capaci di «tenere botta», espressione fra le più gettonate da queste parti.
A Reggiolo, in provincia di Reggio Emilia, c’è un campo per gli sfollati che visto con gli occhi dei bambini è diventato una specie di paese delle meraviglie. Sono loro, i bimbi, ad aver inventato la toponomastica. E dalla loro creatività è nata una «piazza della vita» a colori. Azzurro, giallo, rosso, verde, un cuoricino accanto al nome e sulla sinistra due firme: Milan e Abdul. E chissà se sono sempre loro gli ideatori della «via dei 10 giovani», cartello di compensato a forma di matita sul quale hanno trovato posto anche fiori e molti sprazzi di cielo azzurro intenso.
È fatto di stelle (finte), invece, il «cielo» del tendone da circo ricevuto in regalo e montato a tempo di record dalla parrocchia di Sant’Agostino, Comune diventato simbolo del terremoto con il suo municipio sventrato e i pilastri della facciata piegati sempre più, come se si stessero inginocchiando un po’ alla volta. Sotto le stelle del circo i ragazzi di don Gabriele (cinquanta) hanno cominciato ieri la loro «Estate ragazzi», campo estivo per 120 bambini. E il primo cartello della stagione dice: «Il terremoto chiama, noi rispondiamo… teniamo botta!», un pensiero in onore della perseveranza venuto lì per lì a Filippo e scritto con un pennarello nero da Ginevra.
«Yes, we can», sì, noi possiamo ha scritto qualcuno su un cartello giallo legato a un palazzo pericolante di Finale Emilia. Va da sé che il senso è identico allo slogan della campagna presidenziale di Barak Obama: ce la possiamo fare, possiamo vincere. Da un cartellone piazzato lungo la cinta della zona vietata di Mirandola, arriva l’ordine: «Mirandola non s’inchina, risaliamo a bordo ca..o!!!», con buona pace del capitano De Falco e del comandante Schettino.
Cavezzo è il Comune più danneggiato dal sisma. La gente passa davanti ai cumuli enormi di macerie e si ferma a leggere, più che a guardare, dato che sulle transenne della zona rossa ci sono poesie, lettere, pezzi di canzoni e di ricordi, perfino fotografie di com’era prima questo o quel palazzo, così chi guarda può capire fino in fondo di quali ferite sta morendo. «Vogliamo ricostruirle!!!» dice uno dei foglietti con foto e tre punti esclamativi perché non si perda il senso dell’esortazione. «Alla fine Cavezzo è il più bello» attacca una lettera di elogio al paese «da cui vuoi scappare e che quando arrivi lontano subito comincia a mancare». Girato l’angolo, davanti alle postazioni dei vigili del fuoco, campeggia un Lucio Battisti d’annata: «Come può uno scoglio arginare il mare…» c’è scritto (a colori) su un pezzo di lenzuolo bianco piazzato davanti alla Conad collassata e a un gruppo di palazzine così piegate e lesionate da contendere la scena alla piazza centrale invasa da macerie. Ovviamente chiunque si fermi a leggere poi si allontana canticchiando la melodia di quell’«Io vorrei, non vorrei ma se vuoi», inno alla forza di un nuovo amore, anche dopo il dolore di un amore finito. «Soltanto chi è caduto sa come rialzarsi» spiega un concetto simile affidato a un foglio sbiadito dal sole e attaccato al cancello di una casa semidiroccata di San Felice.
Ancora Cavezzo, ancora l’effetto canzone fra le sue macerie. Ci sono una frase di Ligabue e una strofa dei Modena City Ramblers. «Ma a me piace quello striscione lì» dice il macellaio Maurizio Ferrari avvicinandosi al panorama di macerie davanti al suo negozio. «Io amo Cavezzo» annuncia il suo slogan preferito, con un cuore al posto della parola «amo».
@GiusiFasano

“Quei cartelli sulle macerie. Versi e disegni per rinascere” di Giusi Fasano dal Corriere della Sera 12 giugno 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Quei cartelli sulle macerie. Versi e disegni per rinascere” di Giusi Fasano dal Corriere della Sera 12 giugno 2012

  1. adriano ha detto:

    Grande società quella Emiliana!
    Tra le fortune della mia vita posso citare con orgoglio cinque meravigliosi anni trascorsi a Parma. Nel bell’articolo di Giusi ritrovo con precisione la scanzonata fierezza di tanti compagni di classe.
    Coraggio, noi faremo la nostra parte nella certezza che voi farete molto meglio la vostra!
    Non c’è volontario della protezione civile che possa dimenticare con quanta generosità vi siete prodigati in questi anni nelle tante sventure che ci hanno segnato.
    Ora è giunto il momento di mostrarvi che la riconoscenza non è acqua.

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