“Il futuro dell’uomo non è solo nella scienza” di VITO MANCUSO da La Repubblica del 12 giugno 2012

NON guardo con sfavore al progresso scientifico, dei cui benefici godo come essere umano e le cui acquisizioni teoretiche cerco di introdurre nella mia modalità di vedere il mondo (filosofia e teologia) e di coltivare la dimensione contemplativa della vita (spiritualità). Però diffido della scienza e della tecnologia quando manifestano un complesso di superiorità culminante in una sorta di gelosa autarchia che si può riassumere così: gli scienziati hanno il potere di intervenire sulla natura umana, l’umanità si deve fidare perché grazie a loro la vita sarà migliore.
Ho fatto questa riflessione leggendo l’articolo di Umberto Veronesi che parlava del futuro che ci aspetta. Egli riconosce che di fronte agli scenari aperti dalla scienza e dalla tecnologia “oggi siamo per lo più spiazzati eticamente e giuridicamente”, ma fa capire che ormai non è più possibile tornare indietro, e afferma: “L’incertezza è soltanto quando e come, e la sfida è fare in modo che sia realizzata a puro vantaggio dell’uomo”.
Ritornerò poi su cosa vuol dire, e che conseguenze teoretiche comporta questo “a puro vantaggio dell’uomo”.
Non è così scontato come sembra. Prima è opportuno vedere cosa ci aspetta, e cioè quella che Veronesi definisce la società nanoscientifica. Prendete un millimetro e immaginate di dividerlo un milione di volte. La vostra mente non ci riesce ma la tecnologia sì. Da qui alcune delle meraviglie di cui presto potremo disporre: vernici ripiene di invisibili pannelli solari con cui dipingere le case, microspie diffuse negli ambienti con un semplice colpo di spray, microorganuli nel sangue per “correre tre ore senza respirare”. Sono solo alcuni esempi: non c’è luogo del nostro corpo in cui non poter inserire nanocellule che megapotenziano le prestazioni. Evviva, gridano tutti a questo punto, e che altro si può dire visto che tutto è “a puro vantaggio dell’uomo”?
Ma la domanda è: qual è il puro vantaggio dell’uomo e chi lo stabilisce? Correre tre ore “senza respirare” è un vantaggio? In realtà da un uomo che corre senza respirare, a un uomo che parla senza pensare, a un uomo che vive senza amare, il passo non è poi così lungo. Einstein scriveva nel testamento spirituale: “Dobbiamo imparare a pensare in una nuova maniera: dobbiamo imparare a chiederci non quali passi possono essere compiuti… ma quali passi possono essere compiuti per impedire una competizione militare il cui esito sarebbe disastroso per tutte le parti”. Einstein si riferiva alla guerra atomica, ma quello che conta è la sua visione generale di una ricerca scientifica guidata dall’etica, del tutto opposta rispetto al teorema secondo cui “se qualcosa è scientificamente ipotizzabile, prima o poi qualcuno la realizzerà”. In realtà non è per nulla così, oggi la scienza è un’impresa collettiva che abbisogna di immensi finanziamenti pubblici e quindi di supporto politico, così che la comunità umana può decidere che qualcosa di scientificamente ipotizzabile non per questo debba essere realizzato. L’ottimismo scientista non era condiviso da Einstein, secondo il quale “coloro che più sanno sono i più pessimisti”.
Non si tratta ovviamente di coltivare il pessimismo fine a se stesso né tanto meno la sfiducia nell’intelligenza umana, si tratta solo di avere una lucida consapevolezza dell’enorme posta che è in gioco e del fatto che non potrà mai essere la sola scienza a stabilire il “puro vantaggio dell’uomo”. Quale sarebbe infatti questo puro vantaggio? Siamo sicuri che esso consista solo in uno standard predefinito di salute fisica e mentale che è l’unico parametro che può essere offerto dalla scienza? Dico ciò senza il minimo dubbio dell’importanza della salute fisica e mentale, ho insegnato per sette anni al San Raffaele di Milano dove (nonostante tutto quello che poi è emerso) la stella polare era sempre data dall’unità di corpo, psiche e spirito. Non posso non vedere però il pericolo di una “società nanoscientifica” che imponga a ogni individuo uno standard di salute fisica e mentale predefinito invadendolo fin da piccolo di microorganuli, uno standard in base a cui Michelangelo e Leopardi sarebbero stati sempre di buonumore, Nietzsche non sarebbe impazzito, Van Gogh non si sarebbe tagliato l’orecchio, Tolstoj sarebbe morto tra le linde lenzuola di casa, e tutti avrebbero fatto jogging ogni mattina dopo una colazione a base di cereali americani rigorosamente ogm.
Veronesi apriva l’articolo scrivendo che di fronte all’avanzata trionfale della tecnologia “le religioni resisteranno”, evidentemente perché per lui esiste un conflitto strutturale tra ricerca scientifica e religiosità. Però voglio ricorrere ancora una volta a Einstein: “La scienza senza la religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca”. Non sono certo pochi i grandi scienziati pronti a riconoscere i limiti della scienza e la necessità di un dialogo costruttivo con le sapienze spirituali dell’umanità. Che poi il nostro tempo avrebbe bisogno di uomini di fede in grado di condurre veramente questo dialogo, mentre al contrario la struttura della Chiesa attuale è fatta in modo tale da emarginare pensatori profetici come Raimon Panikkar e Hans Küng e da promuovere desolanti yes-men pronti a trasformarsi in corvi, è tutto un altro doloroso discorso.

“Il futuro dell’uomo non è solo nella scienza” di VITO MANCUSO da La Repubblica del 12 giugno 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Il futuro dell’uomo non è solo nella scienza” di VITO MANCUSO da La Repubblica del 12 giugno 2012

  1. Luca Fiorani ha detto:

    Il futuro dell’uomo è la scienza. Il futuro dell’uomo è segnato. Anche tentando di epurare il mio intervento da patetismo e misoneismo, i quali del resto, considerati di per se stessi, non possono che essere sterili, è importante che io non mi tiri indietro e, risolutamente, provi ad esprimere il mio pensiero. Pensiero feroce, libero, quindi non indegno della natura umana. L’ottimismo scientista parla di uomini migliorati, di uomini buoni, di uomini felici, di uomini privati della possibilità di soffrire: parla dunque di uomini che non sono più uomini, se ne renda conto o no. Lo scenario sarebbe tipicamente distopico: questa non è, però, fantascienza; la scienza parla del reale destino degli uomini. Nondimeno, intervenendo così direttamente sul destino reale degli uomini, li rende uomini standardizzati, innaturalmente scevri di imperfezioni, liberi dal peso di ogni libertà: non-uomini. Cos’è la gioia senza il dolore? Cosa la felicità? Cosa una decisione senza la possibilità di scelta? Chi è il prudente senza l’improvvido? Dove saranno i savi senza i folli? Dove i giusti? Insomma, dove saranno gli uomini? Diremmo che l’imperfetto inerisce alla vita umana come contrappunto parimenti essenziale alla pienezza e alla completezza dell’esistere. Bisogna aprire gli occhi: se gli uomini diventano, nel senso sopra precisato, non-uomini non c’è più posto per niente che abbia il titolo di umano: si scopre dunque che quegli attributi che credevamo esser propri degli uomini di questo perfetto e candidamente infausto futuro, possono a loro addirsi solo apparentemente. Perché l’orizzonte in cui si muoveranno sarà sostanzialmente in-umano. Non c’è più felicità, non c’è più miglioramento, non c’è più giustizia: non ci sarà più nulla di ciò che si è venerato, di ciò che si è creduto nostro in quanto umano.
    Del resto, l’in-umano non può confarsi all’uomo. Terenzio, nel suo Heautontimorumenos, giammai avrebbe potuto dire: “Homo sum, in-humani nihil a me alienum puto” Noi cosa vogliamo dire? Con il proposito di migliorarci, migliorarci nei modi che propina la scienza, siamo pronti a farlo fino al punto in cui ci perderemo, perderemo noi in quanto uomini? Forse non ho da proporre antidoti, che sarebbero plausibilmente chimerici: ciononostante lo spirito che anima ciò che scrivo non è donchisciottesco tout court. Potrà valere da pungolo per riflessioni più stringenti e acute della mia, tenendo sempre presente ciò che Theodor W. Adorno mi e ci ricorda nelle Dissonanze: “Non sarà tuttavia vana quella riflessione che nasce quando il pensiero si pone senza riguardi e senza timore di fronte a tutto ciò che lo sgomenta”.
    Luca Fiorani

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